Eccoci di nuovo qui. Anche quest’anno vi dico quali sono i 25 dischi che ho apprezzato di più. Niente classifiche, lo sapete. Semplicemente, i titoli che, per un motivo o per l’altro hanno girato meglio e per più tempo in questo 2017 che a breve si concluderà. Perché 25 non lo so: ho iniziato due anni fa con questo numero e ho replicato l’anno dopo. Non vedo nessuna ragione per cambiare. Ascolto tanto, di solito e questo è anche un numero che si presta a lasciar fuori qualcosa. Voglio dire, considerando che mi dedico spesso anche alle cose vecchie, che ripasso costantemente le discografie dei gruppi prima di vederli dal vivo, che mi capita (poche volte ma capita) di rimettere su i miei album preferiti, non credo di riuscire a dedicarmi con sufficiente attenzione a più di 50-60 dischi nuovi l’anno. Che poi non è un numero neppure così alto, se ci pensate. Quindi diciamo 25 titoli: non per forza di cosa i migliori in assoluto e neppure i migliori per me. Si tratta, molto banalmente, di quelli che hanno incrociato la mia strada e ci sono rimasti di più di altri. Il che vuol dire, in tempi frenetici come questo, che un qualche motivo di interesse me l’hanno saputo fornire.Rimane l’altra, annosissima questione, visto che ultimamente se ne parla abbastanza: quanti di questi qui verranno riascoltati dal sottoscritto anche nel 2018? Non posso dirlo con certezza ma non credo molti. Sicuramente succederà se dovessi vedere dal vivo qualcuno di questi (cosa senz’altro possibile) ma in caso contrario dubito fortemente. Ho già spiegato in passato il mio punto di vista ma mi sembra giusto ribadirlo: è un peccato ma è così, inutile lamentarsi troppo. Il prezzo da pagare se si vuole rimanere aggiornati, se si vuole vivere nel presente, è questo. L’alternativa è quella di fermarsi. Accontentarsi della propria collezione e godere ininterrottamente di quella, scegliendo esplicitamente di lasciar perdere tutto il resto. Non è una posizione disprezzabile e non è detto che tra qualche anno la sceglierò anch’io. Semplicemente, adesso non fa per me. Chiamatemi mainstream, chiamatemi hipster, chiamatemi quel cazzo che volete. Io voglio scoprire che cosa c’è in giro. E per quel poco che ne capisco, in giro ci sono davvero un sacco di robe fighe.

The National “Sleep Well Beast”

Ci hanno messo un sacco ma ne è valsa la pena. Alla fine è la solita roba ma la fanno da Dio e a questo giro sono pure riusciti ad inserire qualche nuova soluzione, scarnificando fino all’osso il loro suono e mostrandoci quel che rimane delle loro canzoni quando vengono spogliate di ogni sovrastruttura. Il risultato è un disco scuro, difficile, sussurrato. Che parla delle fatiche del quotidiano, del tortuoso itinerario che c’è da percorrere nei rapporti affettivi, di quanto sia difficile conquistarsi una propria normalità. Li hanno dati per bolliti, li hanno dati per superati. La verità è che sono e rimangono uno dei più grandi gruppi rock della nostra epoca. 

LCD Soundsystem “American Dream”

Le reunion non fanno più notizia e difatti non si sono stupiti in molti quando James Murphy ha annunciato che avrebbe riportato in pista la sua creatura. Quel che è invece sorprendente, è che i sette anni di silenzio non abbiano in alcun modo intaccato la qualità della proposta. Anche qui non c’è niente di nuovo, il gruppo è la solita macchina da citazioni, un gruppo che scrive canzoni sullo scrivere canzoni e organizza i pezzi in una sorta di gara spasmodica a trovare il riferimento colto. Sono sempre stati così e li abbiamo amati proprio per questo. Adesso ritornano con un lavoro che ce li rende ancor più vicini e famigliari. Qualità altissima, con suoni superlativi e i soliti testi caustici e profondi di Mr. Murphy. Aggiungiamo che a settembre li ho visti in Danimarca e che hanno fatto il solito, scontato, concerto da paura.

Colapesce “Infedele”

Due anni fa “Maledetti italiani” era finito in questa lista. A maggior ragione, dunque, ci deve essere questo. In un periodo in cui gli ascoltatori perbenisti fanno a gara a liquidare i cantautori dell’ultima generazione gettandoli nel comodo e sconfortante calderone dell’Indie italiano, ecco arrivare uno che dà la merda a tutti senza colpo ferire. Otto canzoni, 32 minuti di musica ma la stessa varietà di intenzioni e sonorità di un concept da un’ora e mezza. Come ha detto un amico: “Se questo disco lo avessero fatto Dalla o De Gregori la gente sarebbe impazzita.”. Non lo so, non sono opzioni calcolabili ed è meglio non cedere alla tentazione. Consentitemi però una considerazione da snob: è il pregiudizio che rende indifferenti di fronte ad un album del genere. Perché è vero che può non piacere ma diamine, riconosciamone almeno il valore, non credo sia così difficile.

Lorde “Melodrama”

Dei dischi Pop al femminile che ho sentito quest’anno, questo è indubbiamente il migliore. Perché? Semplicemente perché ha delle canzoni meravigliose, semplici, orecchiabili ma con un’intelligenza nella scrittura e negli arrangiamenti che non le rendono certo materia da usa e getta. Avevo anche parlato bene di Adele, a suo tempo (quelli che mi accusano di avere sempre una buona parola per tutti purtroppo hanno ragione) ma qui siamo su un altro pianeta, al di là del fatto che il genere è diverso. A fare la differenza sono soprattutto le canzoni: rispetto al primo disco soprattutto, la crescita è stata notevole, i generi esplorati più vari, nel complesso si tratta di un prodotto più ricco. “The Louvre” e “Supercut”, per quanto mi riguarda, potrebbero già valere il disco. Poi attenzione: questa ragazzina qui ha 20 anni o poco più. Direi che margini di crescita ne abbiamo parecchi.

The Dream Syndicate “How Did I Find Myself Here”

Steve Wynn che risuscita i Dream Syndicate anche per un disco in studio e non solo per un rapido giro di live

come quello di qualche anno fa, è una notizia ma fino a un certo punto. Ormai le reunion sono talmente frequenti da essere diventare banali. E poi diciamocelo: a quasi trent’anni di distanza, la qualità ci sarà ancora? Lo spirito originario? Saranno ancora loro o semplicemente un altro monicker da sovrapporre ai suoi lavori solisti? Sono ancora loro, questa la risposta, e hanno fatto un disco bellissimo, al di là di ogni più rosea aspettativa. Le chitarre graffiano, le cavalcate sono sempre ammantate di tensione e romanticismo, la componente “Paisley Underground” è sempre presente e priva di qualunque forzatura nostalgica. La formazione è più o meno quella originale e aggiungo che dal vivo stanno su un livello assoluto. Il passato, quello che fa bene.


The XX “I See You”

Difficile ricordarsi dei dischi usciti a gennaio. Appartengono ad un’altra era, ormai. Eppure questo ritorno degli XX, oltre ad aver inaugurato in modo superbo il 2017, ha avuto la forza e la consistenza necessaria per rimanere in moltissime playlist finali, non solo nella mia. I tre enfant prodige americani hanno affinato il loro songwriting rendendolo forse un po’ meno minimale ma arricchendolo con tutta l’esperienza maturata negli anni da Jamie XX, ormai uno dei più quotati producer a livello mondiale. Le voci calde e avvolgenti di Romy e Oliver hanno fatto il resto. Tra hit definitive (“Hold On”, “Say Something Loving”) e lentoni da pelle d’oca (“Brave for You”, “Performance”) qui c’è quanto di meglio si possa trovare in termini di Electro Pop. E se tutto questo non fosse bastato, aggiungo che il concerto del Forum è stato una bomba.

Slowdive “ST”

La Retromania è andata a pescare anche negli anni ’90, ormai è ufficiale. Dopo esserci gustati la reunion dei Ride (splendidi dal vivo, peccato che il loro disco non abbia retto sulla lunga distanza) ecco che anche Neal Halstead e compagni decidono di partorire un nuovo disco in studio. Nulla, davvero nulla, sembra essersi fermato. Si riparte esattamente da lì, da “Souvlaki” e dalle sue melodie capolavoro ma proposte in modo tale che non riusciamo a considerarli sorpassati. Un disco celestiale, emozionante, dove non c’è una nota fuori posto, con Rachel Goswell che viene utilizzata meno del solito ma che non ha perso un briciolo del suo carisma originario. Un gruppo di cui c’è ancora bisogno e che speriamo non ci abbandoni più.

Sampha “Process”

Sampha Sisay è giovane ma ha già collaborato con nomi di lusso, in campo RnB e Hip Pop. Nessuno aveva ancora avuto modo di vederlo in azione da solista e direi che con questa sua prova d’esordio ha messo a tacere tutti gli eventuali dubbi. Siamo sempre in campo Neo Soul ma qui le contaminazioni e le sperimentazioni elettroniche la fanno da padrone, con una struttura spesso complessa, arrangiamenti stratificati che tuttavia non impediscono alla sua voce di svettare alta al servizio di melodie che appaiono già scolpite nella storia. Se le premesse sono queste, potrebbe anche diventare il più grande di tutti. Peccato solo che dal vivo non sia ancora riuscito a mettere in piedi uno spettacolo allo stesso livello. Ma ci arriverà, dategli tempo.

The Horrors “V”

Uno di quei lavori che arrivano ad anno quasi terminato, quando pensi che dal punto di vista musicale si sia detto tutto e che invece ti scombinano le carte in maniera imbarazzante. La band dell’Essex ha saputo rinnovare ancora una volta la proposta ed è riuscita a disorientare l’ascoltatore come forse mai aveva fatto prima. Scompare la psichedelia di “Luminous”, compaiono massicce dosi di elettronica che vanno ad ammantare una scrittura che riesce a farsi maggiormente Pop, senza tuttavia rinunciare alla propria componente oscura, tra Post Punk e Wave. La forza di Faris Badwan e soci è proprio questa: che fondono influenze diverse ma il prodotto è sempre originale, inconfondibile. “V” è un disco qualitativamente altissimo e forse fin troppo denso. Va gustato a piccole dosi, non è roba proprio leggera eppure, allo stesso tempo, ci sono singoli brani (cito solo “Point of No Reply” e la conclusiva “Something to Remember Me By”, quest’ultima una delle più belle dell’anno, per quanto mi riguarda) che hanno tutto il potenziale per scalare le classifiche. Difficile, molto difficile trovare un gruppo degli anni Zero che sia allo stesso livello.

Arcade Fire “Everything Now”

Li amo alla follia e li avrei probabilmente messi comunque, alla faccia dell’obiettività. La musica è anche una questione di cuore, scusatemi. La verità però è che Win Butler e compagnia a questo giro hanno stupito meno di quanto erano soliti fare. “Reflektor” era un disco complesso e magniloquente; questo gioca con lo stesso immaginario virtuale e rende ancora più ruffiani i suoni, snellendo tutto il processo di scrittura. Ne esce un lavoro più plastico e “leggero”, dove lo spettro degli anni ’80 compare spesso, soprattutto nella sua declinazione ABBA. A tanti non è piaciuto, alcuni lo hanno addirittura demolito in maniera eccessiva e, a mio umile parere, anche un po’ snob. Ok, non sarà l’ennesimo passo in avanti (d’altronde c’è ancora gente che si è fermata a “Funeral” per cui di cosa stiamo parlando?) ma rimane lo stesso un bellissimo album con alcuni momenti che non sfigurano accanto ai brani simbolo del gruppo (su tutte “Put Your Money on Me” ma anche la title track o “We Don’t Deserve Love”, che si avvale del contributo di Daniel Lanois). Arrivano notizie che oltreoceano faticano a riempire le arene: probabilmente qualcosa sta succedendo ma non li darei per morti come molti sembrano avere fretta di fare.

Broken Social Scene “Hug of Thunder”

Rimaniamo in Canada e rimaniamo più o meno nello stesso genere. Il collettivo a nome BSS ha passato diverse vicissitudini, è rimasto fermo per un bel po’ ma alla fine è tornato con un lavoro ad ampio raggio, divertente, dinamico e ben costruito. Alternative Folk con un occhio alle classifiche e suonato come Dio comanda, con quell’entusiasmo contagioso tipico delle Jam Band. Mi è spiaciuto non vederli al Primavera: credo di averli snobbati proprio a favore degli Arcade Fire, tra l’altro…

The War on Drugs “A Deeper Understanding”

Adam Granduciel vince la sua battaglia contro l’ansia e la depressione, facendo pace con se stesso, ritrovando la gioia di scrivere per una band, di suonare coi suoi musicisti e produce un disco che, pur suonando esattamente come il precedente, contiene canzoni leggermente migliori. In realtà sarebbe bastata la sola “Thinking of a Place”, dieci lunghissimi minuti sognanti e visionari, per mettere tutto a tacere. C’è il Bob Dylan degli anni ’80, per quanto riguarda le cadenze vocali; ci sono i Dire Straits per il suono cosmico e vellutato insieme. Lunghe cavalcate chitarristiche che parlano di redenzione e di consapevolezza di sé. Nostalgico ma indispensabile.

The Magnetic Fields “50 Songs Memoir”

Vent’anni dopo “69 Love Songs” Stephin Merritt ritorna alla formula monstre e festeggia i suoi 50 anni con un disco che racconta la sua vita anno per anno, uno per canzone. Un cofanetto da cinque dischi, due ore e mezza di durata ma una divisione più snella per venire incontro alle scarse capacità di concentrazione dell’ascoltatore odierno. C’è dentro un po’ di tutto, gli episodi sono arrangiati un po’ in tutti i modi, con l’utilizzo di decine di strumenti diversi, anche i più strani; alla fine si tratta di canzoni Pop, con quel gusto per la melodia di cui Merritt è sempre stato fine estimatore. Può sembrare pesante ma non lo è. Facendo due conti, è uno dei lavori che ho ascoltato di più quest’anno. Me lo sono sentito interamente dal vivo nell’arco di due sere al Primavera Sound ed è stata un’esperienza meravigliosa. Per me lui è uno dei più grandi autori degli ultimi vent’anni. Questo è un grande disco, fosse anche solo per l’idea balzana che vi sta alla base.


Baustelle “L’amore e la violenza”

Immaginare un disco bello dei Baustelle dopo gli ultimi due era abbastanza difficile. Invece, falliti i tentativi velleitari e un filino supponenti di divenire i nuovi De André, Bianconi e soci sono ricorsi a quella che è ancora la carta migliore per i gruppi in crisi d’identità: tornare alle origini. “L’amore e la violenza” riparte bene o male dai territori de “La moda del lento”, sfoltisce le chitarre, carica a manetta i Synth e recupera un po’ tutto quell’immaginario Vintage e decadente che ce li aveva fatti amare così tanto agli inizi. Il risultato è un disco non fondamentale ma di indubbia piacevolezza, con un paio di episodi almeno (“Amanda Lear”, “L’era dell’acquario”) già assurti a classici del gruppo. Avanti così, tutto bene.

King Krule “The Ooz”

Questo è il classico disco di cui hanno parlato tutti, ai primi posti in tutte le classifiche di fine anno. Tutte. Io stesso, è giusto dire la verità, l’ho ascoltato solo ed esclusivamente per un discorso di hype. È bello non avere pregiudizi, essere aperti a tutto; ma quanto questa apertura sia in realtà figlia di un non voler rimanere indietro, di un voler cavalcare l’onda, sempre e comunque, è difficile dirlo. Questo terzo lavoro di Archy Ivan Marshall è un monolite scuro e denso, un rullo compressore che avanza inarrestabile e schiaccia tutto quel che si trova davanti. Un Tom Waits allucinato con inserti Free Jazz, che guarda alle sonorità Hip Pop e RnB che oggi sembrano tutto ciò che conta, e le rilegge in modo tale che il disagio psichico venga quasi toccato con mano. Un disco difficile, disturbante, eccessivamente lungo e dove arrivare alla fine è un’impresa. Assurdo quindi che sia finto nei miei 25. Probabilmente è solo questione di hype.

Paolo Benvegnù “H3+”

Qui invece non vorrei sprecare parole inutili. Paolo Benvegnù è semplicemente il cantautore più grande che abbiamo oggi in Italia. Se ne sono accorti in pochi ma è solo perché là fuori è pieno di gente che continua a ripetere fino allo sfinimento che una certa generazione di artisti si è presa tutto quello che si poteva prendere. È il discorso dell’età dell’oro, se avete letto il mio post precedente. E lui, che non è Battisti ma che non ha nulla di meno della sua grandezza, finisce sempre che non se lo caga nessuno. Non devo dire più nulla, anche perché forse è quello di cui ho scritto di più in assoluto tra report, recensioni e interviste. L’ideale conclusione della trilogia cominciata con “Hermann” (a tutt’oggi il suo capolavoro insuperato) l’ho trovata nel complesso migliore del precedente “Earth Hotel”, più ispirata e in grado di andare dritta al punto senza perdersi via. Vabbeh, che altro vi devo dire? Ascoltatelo.

Flavio Giurato “Le promesse del mondo”

Proseguiamo coi cantautori. Qui siamo nella nicchia che più nicchia non si può ma in questo caso la proposta è effettivamente ostica, occorre tempo e pazienza. Parlare dell’immigrazione scandagliando varie epoche e mettendole a confronto, utilizzando linguaggi musicali e idiomi differenti, parole che tagliano come coltelli e che contengono tanta di quella verità da lasciare atterriti. Una band che suona dal vivo in studio di registrazione e arrangia i brani quasi in tempo reale. Un pezzo come “Digos” che è meglio della metà dei romanzi italiani usciti negli ultimi dieci anni. Chi non prova a sentirlo almeno mezza volta è complice.

Giorgio Poi “Fa niente”

Diciamoci la verità: c’è del vero in chi dice che la musica italiana degli ultimi anni fa cagare. È una realtà sotto gli occhi di tutti e non è più nuova: esce troppa roba ogni mese e la maggior parte di essa è superflua, quando si riesce a trovare il tempo di ascoltarla. Per fortuna che poi, quando arriva qualcuno di nuovo che fa un disco coi controcazzi, si sparge subito la voce e in un modo o nell’altro ti ritrovi ad averci a che fare. Giorgio Poi aderisce al mondo Indie, alle sue tematiche e alle sue sonorità ma è un musicista migliore, un autore più sofisticato e ha saputo scrivere un disco che non è banale né superficiale, pur lasciando facilmente capire da dove proviene. Te ne accorgi soprattutto dal vivo: quest’estate l’ho visto dividere il palco con Gazzelle e vi assicuro che la differenza si è sentita tutta.


Cheap Wine “Dreams”

Impossibile non metterli. Vanno avanti da vent’anni, imperterriti, col loro Rock figlio dell’America, tra Bob Dylan, Neil Young e Dream Syndicate. E hanno scelto, contrariamente alla moda corrente, di festeggiare il ventesimo anniversario con un disco di inediti, non con un box set celebrativo. “Dreams” è ancora una volta figlio della scrittura sempre lucida di Marco Diamantini, che a questo giro sembra aver ritrovato un po’ di serenità e ci regala testi più aperti alla speranza, alla vita che ricomincia e che sempre può ricominciare. Accanto a lui, il fratello Michele, chitarrista fantasioso e talentuosissimo, il tastierista Alessio Raffaelli, il bassista Andrea Giaro, qui alla sua prima prova in studio, e l’inossidabile batterista Alan Giannini. “Fanno sempre lo stesso disco” dicono da più parti. Vero e non vero, dipende sempre dai punti di vista. Questo è un lavoro più accessibile del precedente “Beggar Town” e poi dal vivo sono un prodigio, chi non li ha visti non può capire.

Japandroids “Near to the Wild Heart of Life”

Sono stato indeciso fino alla fine se inserire in lista anche l’ultimo parto di questi due scatenati canadesi di Vancouver. Da più parti è stato criticato, lo hanno accusato di essere un po’ troppo facilone, nel complesso inferiore ai due precedenti e non mi pare di averlo visto in nessuna classifica di fine anno. Quindi, anche solo per questo, faccio il bastian contrario e lo includo. Anche perché, tra l’altro, sarà vero che è più inquadrato e meno irruento degli altri, ed è altrettanto vero che qualche episodio (“North East South West” su tutti) è un po’ troppo catchy e facilone per i loro standard. Però già l’epica cavalcata della title track per me varrebbe l’acquisto. Idem per il riff ossessivo di “Arc of Bar”, sorta di applicazione al Garage delle dinamiche da Post Punk. Come al solito, se li vedo dal vivo riesco ad avere un’idea migliore e il concerto di Brian King e David Prowse dello scorso giugno a Milano è stato devastante. Date loro un’altra chance, fidatevi.

The Shins “Heartworms”

Altro disco che nessuno vi indicherà mai tra i migliori del 2017. Perché è sempre così: quando una band ha successo col primo disco e diventa immediatamente di culto tra gli Hipster di tutto il mondo, poi arriverà una pletora di sapientini a reclamare che “non sono più come una volta”. E invece io me ne sbatto e dico che “Heartworms” è un grande album, piacevole, divertente e coloratissimo, con un James Mercer in stato di grazia che trova alcune delle sue intuizioni più belle di sempre (“Fantasy Island” è un piccolo gioiello Pop). Molto meglio del precedente “Port of Morrow”, la dimostrazione che un certo tipo di Indie Rock è ancora vivo e vegeto e in grado di trovare la giusta direzione, anche se non gode più delle attenzioni mediatiche di un tempo.

The Black Angels “Death Song”

Questi li ho scoperti per caso. Erano appena usciti gli orari del Primavera Sound e stavo cercando qualche gruppo da andare a vedere in una certa fascia oraria che mi era rimasta sorprendentemente libera. Vedo che ci sono loro, oltretutto al Ray Ban Stage, che è il mio palco preferito in assoluto, quello che ha una conformazione e una location tale che ti godi gruppi della madonna in totale tranquillità. Ascolto qualcosa random da Spotify per capire se mi aggradano e nel giro di due o tre pezzi vengo folgorato al punto da recuperare tutta la discografia. Inutile dire che poi a Barcellona hanno spaccato tutto, offrendomi su un piatto d’argento uno dei più bei concerti del festival. Che cosa suonano? Se vi dico che hanno preso il monicker da “The Black Angel’s Death Song” dei Velvet Underground vi può aiutare? La verità è che c’è molto di più di questo: il loro è un suono lisergico e parecchio cupo che, soprattutto in quest’ultimo disco, non ha timore di sconfinare in sonorità più dure, talvolta vicine al Metal. Se siete curiosi partirei proprio da qui: è un lavoro più agile e scorrevole degli altri ma allo stesso tempo fa capire esattamente chi abbiamo di fronte. Bravissimi e molto sottovalutati.

Motorpsycho “The Tower”

I Motorpsycho sono un’istituzione che io però ho sempre sfiorato leggermente, senza mai troppo coinvolgimento. Quest’anno, complice anche l’uscita di questo lavoro, ho deciso di approfondire la materia ed è stato decisamente interessante. Qui sono sempre loro, sovrabbondanti, a volte superflui ma spesso e volentieri geniali, con un disco che sta a metà tra il Progressive e la Psichedelia, con una durezza sonora che ricorda lo Stoner ma anche un più semplice Hard Blues in salsa scandinava. È il solito discorso: per un gruppo che ha alle spalle una carriera così lunga, vale sempre la pena recuperare i primi lavori e liquidare questo come un semplice prodotto per fan. Da un certo punto di vista è così e infatti neppure mi spingerei a metterlo tra i miei migliori 25, se ci pensassi bene. Eppure, se vado a guardare quali sono i dischi che ho ascoltato in assoluto di più, questo finisce dritto nelle prime posizioni. Considerate che è uscito a settembre e fate due conti.

Pumarosa “The Witch”

Ho frantumato le palle a tutti quest’estate, quando eravamo sotto il palco dei Radiohead e io non ci credevo che non si sarebbero presentati, anche se ormai era il turno di James Blake ed era evidente che qualcosa fosse successo. Sono riuscito a beccarli qualche settimana fa, in un concerto milanese dove eravamo in 20, complice la nevicata del pomeriggio e un hype non particolarmente acceso per questo gruppo di Londra. Già, perché questo è un altro di quei dischi che non si è cagato nessuno e che invece merita, merita tantissimo. Al di là del fascino di Isabel Munoz-Newsome, che mette nelle sue canzoni tutto il calore e la sensualità delle sue origini cilene, anche gli altri non scherzano e si mettono al servizio della sua scrittura offrendo partiture intricate che si muovono tra la Wave e il Jazz. Alla fine però non c’è nulla di difficile: questo è un disco Pop, scuro ed elaborato quanto volete, spettrale e rarefatto in certi punti, ma Pop rimane; e pure con buone possibilità di arrivare in alto: non si apre un tour dei Depeche Mode per caso, d’altronde.

Julien Baker “Turn Out The Lights”

Chiudiamo in bellezza e facciamolo con lei. Julien Baker mi aveva già folgorato un anno e mezzo fa, ai tempi del suo esordio “Sprained Ankle”. Una voce disarmante e un racconto di dolore e sofferenza che appariva esagerato, per una ragazzina appena ventunenne. Se il secondo disco è il più difficile, lei non sembra essersene accorta. C’è forse meno urgenza, il tutto è più controllato, anche negli arrangiamenti che sono più curati e ben bilanciati (c’è un bellissimo violino che abbellisce quasi tutti i pezzi); il risultato però è il solito: bellezza assoluta, canzoni che parlano un linguaggio tutto loro, adolescenziali forse ma allo stesso tempo drammaticamente adulte. Julien è ancora irrequieta, non ha smesso di interrogarsi sul suo posto nel mondo ma adesso sembra più matura, più consapevole. Non vedo l’ora di rivederla dal vivo.

 

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