Questa cosa l’ho scritta da un’altra parte un paio di mesi fa ma credo che sia giusto riproporla oggi, mentre siamo tutti presi dalla frenesia dello shopping natalizio e delle classifiche di fine anno. A proposito, la mia arriva tra poco. 

L’altro giorno ho seguito con interesse due miei amici discutere su Facebook a proposito dell’annosa diatriba “Meglio la musica di oggi o quella del passato?”. Ora, sono sicuro che se li avessi entrambi qui davanti, si affretterebbero a concordare sul fatto che il tema era molto più complesso e variegato. Sono d’accordo ma semplifico perché alla fine questo è solo lo spunto per quel che voglio dire qui. Ad un certo punto, comunque, uno dei due ha scritto che, per quanto si ricorda lui, in ogni decennio musicale che gli è capitato di vivere in prima persona, esisteva una consistente fetta di pubblico/critica che si affrettava a ridicolizzare il trend del momento gridando a gran voce che il passato era meglio. E a conclusione di questo ragionamento, se ne è uscito con questa frase: “Oggi la gara è a chi è più veloce di tutti a buttare nello stesso calderone della merda ogni artista e ogni prodotto musicale per poi rivalutare e inneggiare album di 40/50 anni fa come i capolavori di ogni generazione e realtà.”.  
Sono perfettamente d’accordo con lui. Siamo un paese retrogrado, bigotto e ignorante, che ancora celebra “i favolosi anni ‘60” nelle trasmissioni televisive di terza categoria (trasmesse però dalle nostre reti nazionali) e che, su un piano più colto, continua a ripetere a ogni piè sospinto che una generazione come quella dei vari Guccini, De André, Fossati, De Gregori, Battisti non nascerà più. Posso dirlo chiaramente una volta per tutte? Ci hanno fracassato i coglioni. E lo dice uno che adora tutti i nomi sopracitati, che conosce a memoria l’intera produzione di Gaber, che da bambino ha ascoltato tutto il repertorio da “Una rotonda sul mare” in modalità “Arancia Meccanica” (in realtà esagero ma quando si andava in vacanza coi miei genitori ogni tanto partiva qualche cassettina nostalgica).

Non ci siamo mai liberati dei cantautori. E i cantautori ci uccideranno. O uccideranno la musica, che poi non è molto diverso. Perché quando ti accorgi di vivere in un paese dove gente come Samuele Bersani, Niccolò Fabi o Riccardo Sinigallia sono considerati “artisti emergenti” e ancora vengono messi a confronto coi nomi della generazione precedente, a quel punto realizzi che c’è qualcosa che non va.

Però poi mi sono fermato. Ho fatto un bel respiro e ho pensato che, in fin dei conti, è stato sempre così. E non solo nella musica. Nel 1300 gli intellettuali pensavano di vivere un’epoca buia e priva di gusto ed esaltavano la civiltà greco-romana, che a loro dire avrebbe rappresentato il non plus ultra del bello e dell’equilibrio. Nell’800 c’era gente che scorrazzava sotto il temporale per le scogliere inglesi idolatrando i presunti fasti del Medioevo. E nel ‘600 si vagheggiava addirittura una perduta Età dell’Oro non bene collocata temporalmente ma che sapeva di campagne, pastori e flauti di Pan.

Così ho pensato a quel film di Woody Allen, “Midnight in Paris”, dove senza troppi fronzoli viene detto che ogni epoca, in fin dei conti, ha disprezzato il proprio presente ed ha esaltato un diverso periodo del passato.

Così anche per noi ora. Con la differenza che forse, in questi ultimi anni, la “Retromania” di cui ha magistralmente scritto Simon Reynolds è molto più presente rispetto a prima e il passato viene commercializzato in dosi molto più massicce rispetto anche solo a dieci anni fa. Ma questo, credo, risponde a criteri puramente economici, che esulano quindi dal nostro discorso.

La verità è che non si può pretendere di dare un giudizio equilibrato e distaccato su un’epoca, quando ci si è ancora immersi dentro. Bisogna pazientare, lasciarla terminare e acquisire la giusta prospettiva storica. Dopo, forse, si potrà tentare un bilancio. Sempre però nella consapevolezza che sia anch’esso provvisorio e passibile di revisione.

Per cui non mi meraviglio più di certe battaglie, che assumono spesso i connotati di uno scontro generazionale. “Padri e figli” di Turgenev, quasi duecento anni fa, non raccontava forse la stessa identica storia? Siamo cronicamente insoddisfatti di ciò che abbiamo, del luogo in cui viviamo, carichiamo un eventuale cambiamento di un potere salvifico che non potrà mai avere, salvo però accorgercene solo dopo, a cambiamento ormai avvenuto.

In conclusione, penso che occorrerebbe solo accostarsi alla novità un po’ più curiosi e un po’ meno prevenuti. È anche un fatto generazionale, certo: non si può chiedere ad un sessantenne di entusiasmarsi per Frank Ocean o per Canova (due nomi a caso eh!). Ma il talento e il pressappochismo hanno sempre regnato e lo hanno sempre fatto insieme, a volte anche all’interno della stessa band o dello stesso artista.

Ascoltate quello che volete con mente aperta perché la bellezza la troverete sempre, se saprete che la state cercando. E sì, si possono ascoltare Motta e Battisti nell’arco della stessa giornata senza per forza di cose sentirsi in colpa. L’importante è accettare che non saremo noi a dire qualcosa di definitivo sul cosiddetto “Indie italiano”…

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