Nel settembre 1996 ero un neo diciottenne metallaro, frequentatore di concerti da un paio d’anni o poco più, muovevo i miei timidi passi in quel mondo ancora sconosciuto ma già piuttosto promettente.C’era ancora il Blackman di Oleggio, un locale forse un po’ troppo decentrato ma all’epoca gettonatissimo, in un periodo storico in cui c’era davvero tanta fame di musica live e si cercava di ampliare l’area di attività anche al di fuori di Milano (i più anziani ricorderanno anche la breve stagione del Babylonia di Ponderano, vicino a Biella, il posto più scomodo e decentrato dell’universo).

1996, dunque: il Metal non è ancora un affare per le masse, il Grunge sta vivendo i suoi ultimi vagiti e il Classic Power cuoio, borchie, melodie e cavalcate in doppia casa stava giusto per riprendersi quella leadership incontrastata che aveva esercitato in lungo e in largo per tutti gli anni ’80. L’anno successivo sarebbero usciti, tra gli altri, “Glory To The Brave” degli Hammerfall e “Visions” degli Stratovarius a cambiare per qualche anno il mercato musicale. Nel ’95 però erano già arrivati i Blind Guardian col loro “Imaginations From The Other Side” e la cosa aveva fatto parecchio rumore.

Nel ‘96 era uscito poi un disco bellissimo degli Iced Earth, “The Dark Saga”, totalmente ispirato a Spawn, il celebre personaggio creato da Todd Mc Farlane; il chitarrista del gruppo John Schaffer era sempre stato un fan di fumetti americani, soprattutto di Spawn: aveva scritto un disco intero su di lui e aveva pure coinvolto il disegnatore in persona perché realizzasse la copertina. Disco bellissimo, che mi piacque un sacco dopo che qualche compagno di scuola me lo passò in cassetta e che comprai in versione cd quell’estate durante un viaggio in Germania. Sì, erano i tempi in cui bisognava andare in altri paesi per trovare certe cose! Niente Amazon, niente Spotify e anche i negozi di dischi nostrani non erano ancora troppo forniti (almeno non quelli di Varese dove abitavo io).

Ad ogni modo, mi presento ad Oleggio già nel primo pomeriggio, come si usava all’epoca se non avevi una beata mazza da fare (a settembre la scuola è inutile e io non brillavo certo per impegno profuso). Becco gli Iced Earth al gran completo che sono appena arrivati col Tour Bus e l’organizzatore italiano, che io già conoscevo perché gestiva un negozio di dischi a Gallarate da cui ogni tanto mi rifornivo (non cito il nome: chi se lo ricorda può pure iniziare a piangere di commozione), saluta me e i miei amici e ci chiede se abbiamo voglia di dare una mano ai roadie a scaricare un po’ di roba. Una scena assurda: io e altri due (o tre, non mi ricordo) che portiamo strumenti e amenità varie, mentre Schaffer e compagni ci sorridono riconoscenti. Quello era il clima, del resto: il Metal non era ancora un business fiutato dalle grandi agenzie (che peraltro ancora non esistevano se non in piccolissima parte), la maggior parte delle band in Italia non ci veniva e i promoter era tutta gente di grande cuore e buona volontà, che metteva i soldi di tasca propria e spesso ci rimetteva (quella sera di sicuro, visto che a memoria non eravamo più di un centinaio). L’anno prima avevo visto Blind Guardian e Gamma Ray e più o meno la situazione e i numeri erano quelli lì. Era ancora musica da carbonari, da nerd, oggi Hansi Kursch e soci fanno le colonne sonore dei giochi di ruolo e le loro magliette sono indossate da alcuni miei alunni che non hanno la più pallida idea di chi siano.

Il pomeriggio andò così: chiacchierammo un po’ con gli Iced Earth in un clima molto cordiale e disteso (del resto eravamo sì e no dieci persone, fuori dal locale) e addirittura ci fu un siparietto molto divertente con Jon Schaffer, perché quando gli dissi che del nuovo disco mi piaceva molto “I’d Die For You”, mi suonò l’arpeggio iniziale sulla chitarra acustica che stava strimpellando e io la cantai con lui che mi accompagnava. Scattammo foto con tutti, ci facemmo autografare le copertine dei cd e poi, visto che tanto ormai eravamo tra amici, riuscii addirittura ad improvvisare un’intervista con Warrel Dane.

Già, il motivo principale e unico di questo articolo era lì con la sua nuova band, i Nevermore, messa in piedi subito dopo lo split dei Sanctuary. Avevano pubblicato un disco omonimo l’anno precedente (o era il 1994, non ricordo) e da pochissimo un mini cd che conteneva le registrazioni di alcuni brani che erano stati utilizzati come demo per procurarsi un contratto discografico. Si erano in qualche modo fatti notare ma più per l’illustre passato del loro singer (i Sanctuary erano stati un bel gruppo di culto nella seconda metà degli anni ’80) che per effettivi meriti artistici. Di lì a poco però avrebbero pubblicato “The Politics of Ecstasy” e tutto sarebbe stato diverso.

Ieri sera, dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa, non appena tornato a casa, ho preso quel cd e l’ho messo sullo stereo. Non lo facevo da tantissimo tempo, sicuramente da dieci anni ma forse anche di più. È successo quello che succede sempre, quando torni ad ascoltare qualcosa che ha marchiato a fuoco la tua vita: me lo ricordavo tutto, nota per nota, anticipavo con la testa ogni riff, ogni assolo, ogni ritornello. Quel disco era un monolite di potenza e disperazione: un disco che prendeva il Thrash del decennio precedente e lo mischiava al Power più melodico che stava iniziando a sfondare in quel periodo. Un disco che suonava americano ma allo stesso tempo apriva all’Europa, un disco che aveva riff assassini e cambi di tempo mostruosi, una compattezza disumana ma allo stesso tempo una carica melodica sorprendente. Su tutto, la voce di Warrel Dane: non una grande estensione ma un’espressività fuori dal comune, un talento innato nel dipingere la sofferenza, nel tingere di scuro le sensazioni. Ogni sua linea vocale era contorta su sé stessa oppure in caduta libera verso l’abisso eppure, allo stesso tempo, volava altissima a raccontare che c’è bellezza ovunque ci sia qualcuno che canta il dolore in questo modo.

Io però queste cose le avrei scoperte dopo: quel pomeriggio sapevo che ci sarebbero stati i Nevermore ad aprire per il gruppo che ero venuto a vedere ma non li avevo mai ascoltati prima, né loro né i Sanctuary. Quindi, francamente, non ricordo che cosa chiesi a Warrel quando mi sedetti con lui ad un tavolino del locale assieme ad un’interprete (perché io all’epoca l’inglese non lo parlavo, conoscevo al massimo due frasi per cui dovetti chiedere a qualcuna dello staff italiano di darmi una mano). Cosa diavolo ci siamo detti? Non ne ho la più pallida idea! Quell’intervista non uscì mai, oltretutto: all’epoca curavo una fanzine assieme ad un mio compagno di classe (in realtà era stata un’idea mia, a lui non fregava molto dell’aspetto giornalistico anche se era come me grande appassionato di musica), avevamo fatto uscire con grande fatica un numero e stavamo preparando quello successivo. Ne intervistammo, di gente: parlai con Matt Barlow degli Iced Earth a fine concerto, con lui ancora sudato marcio (se non altro aveva avuto la decenza di mettersi una maglietta, visto che aveva cantato tutto il tempo a petto nudo) ed era stato divertentissimo. Qualche settimana dopo beccai anche gli Amorphis e Peavy Wagner dei Rage, entrambi lì ad Oleggio. Bene, non uscì nulla di tutto questo. La pigrizia del mio compagno (l’unico che avesse un computer) e gli enormi limiti tecnici del tempo (impaginare era una roba che non avete idea) bloccarono il progetto. Ma mi tolsi parecchie soddisfazioni e capii che fare quella roba lì stabilmente prima o poi mi sarebbe anche piaciuto.

Di quel giorno con Dane ricordo solo che ridemmo tanto e che bevemmo anche qualcosa: probabilmente vodka ma non sono sicuro.

Di certo ci fu che poche ore dopo spaccarono tutto: stettero sul palco un’oretta, fecero qualche pezzo dei Sanctuary (per la gioia dei più attempati tra i presenti, che comunque avranno avuto trent’anni, non di più!), qualcosa del primo disco e del mini cd e proposero in anteprima un paio di canzoni da “The Politcs of Ecstasy”. Mi colpì la potenza, la padronanza degli strumenti, il carisma del cantante. Warrel era come posseduto, si muoveva lento e solenne ma allo stesso tempo aveva una rabbia e un’energia da togliere il fiato. Eravamo in pochi e lui cercava moltissimo il contatto con le prime file. Ad un certo punto ricordo che si chinò su di noi e mentre cantava sentii chiaramente la zaffata alcolica proveniente dal suo alito. “Chissà quanto è poi andato avanti a bere!” ricordo di aver pensato.

Anni dopo era più o meno di dominio pubblico: erano diventati famosi, un nome di riferimento nella scena, vendevano sempre più dischi ma non riuscivano a fare concerti di alto livello perché lui era sempre ubriaco fradicio. Successe anche in Italia, durante il tour di “Enemies of Reality”, quel disco che avrebbe dovuto consacrarli e che invece fu l’inizio della fine: pessima produzione, canzoni non all’altezza. Ancora me la ricordo la delusione che provai. Comunque io quella sera non c’ero, mi fu raccontato. Poi, piano piano, riuscì a ripulirsi. Arrivò un altro disco, “This Godless Endeavour”, decisamente migliore del predecessore ma ormai si capiva che il treno l’avevano perso. “Dreaming Neon Black” e soprattutto “Dead Heart in a Dead World”, i dischi pubblicati negli anni immediatamente successivi a quando li vidi per la prima volta, stemperarono un po’ la violenza sonora e inserirono splendidi ritornelli che contrastavano con la durezza delle strofe. Trovarono forse una dimensione più “commerciale” (ma niente a che vedere con roba tipo Avenged Sevenfold, era un’impostazione ancora radicalmente Metal, se avete capito quel che intendo), che piacque di più al pubblico e li fece fare un grosso salto di qualità.

Non conquistarono mai le arene anche se forse, con qualche singolo azzeccato, avrebbero potuto farlo. Nel 2006, dieci anni dopo quella bellissima serata piemontese, erano già finiti. Io, nel frattempo, li avevo visti altre due volte ma mai da headliner: due brevi set al Gods of Metal, il primo nel 1999, l’altro nel 2001. Due bei concerti, per quel che mi ricordo, inficiati forse da una pessima resa sonora (nel 2001 soprattutto fu indecente, credo che gli organizzatori avrebbero dovuto ridare i soldi a tutti, per molti motivi). Quando vennero da soli, e lo fecero per due o tre volte credo, saltai. Non ricordo il motivo, probabilmente fu che c’era qualcos’altro che mi interessava di più e non avevo abbastanza soldi.

Nel frattempo mi sono allontanato dal Metal e di Warrel Dane ho avuto solo sporadiche notizie: sapevo che aveva riformato i Sanctuary ma che il loro nuovo disco non era piaciuto molto (io non l’ho ascoltato per cui non saprei). Avevano fatto qualche festival, qualche data qua e là, poi il silenzio. È morto in Brasile, a quanto ho capito, sembrerebbe d’infarto, mentre era in tour con una fantomatica band solista i cui componenti non avevo mai sentito nominare. Hanno detto pure che da tempo soffriva di diabete. Non credo se la passasse granché bene, da quel che ho potuto intuire.

La morte è un fatto naturale ma è sempre un dolore quando succede. Anche il dolore è un fatto naturale, in fin dei conti. Succede quando se ne va qualcuno a cui hai voluto bene, succede anche se a partire è un artista che ti ha accompagnato con la sua musica attraverso gli alti e bassi della vita. È inutile perdersi in riflessioni su questo, non si farebbe altro che accumulare banalità su banalità.

Oggi avrei dovuto fare altre cose. Ma mentre ieri sera muovevo la testa al ritmo di “Seven Tongues of God”, quella mazzata pazzesca che apre “The Politics of Ecstasy” e mi veniva in mente un ex direttore di Metal Hammer che si spaccò il sopracciglio nel pogo dopo appena due minuti di concerto (anche qui niente nomi, chi c’era sa), ho capito che dovevo cambiare programma, che mi sarei dovuto fermare un paio d’ore a buttar giù questo pezzo. Non so come sia venuto, francamente, non so chi lo leggerà. Ma a Warrel glielo dovevo, nessun dubbio in proposito.

Ti abbraccio forte, carissimo, dovunque tu sia in questo momento. Sono sicuro che ci sei ancora e chissà, magari un giorno capiterà che ci rivedremo. Magari riusciremo pure a ricordarci di quell’intervista…

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