Roger Waters è stato uno dei pochi artisti che, pur avendo scoperto e imparato ad amare già alle soglie dell’età adulta, mi si è appiccicato addosso in maniera esagerata, al punto da usare certe sue canzoni come paradigma per illuminare alcune situazioni della mia esistenza, certe questioni su cui all’epoca stavo rimuginando.Dico Roger Waters e non Pink Floyd perché io quella band l’ho sempre analizzata dal punto di vista del suo cantante e bassista. I lavori dove lui è in primo piano, quelli che ha maggiormente contribuito a creare, sono i miei preferiti o forse, sarebbe più giusto dirlo, gli unici che veramente mi piacciano. Non sono mai stato quel che si suol dire un Barrettyano e un disco come “The Piper at the Gates of Dawn”, pur conosciuto e posseduto, non ha mai incontrato davvero i miei favori. Persino “Meddle” mi lascia a tratti indifferente, tanto che l’unico disco precedente a “Darkside of The Moon” che ho sempre amato è “Atom Earth Mother”. Ma anche su “Darkside” si potrebbe disquisire. L’album più tirato in ballo da chi non capisce un cazzo di musica eppure vuol far la parte del grande intenditore. Inutile nascondersi dietro un dito: è così. Quando un disco è troppo venduto, troppo citato, gli ascoltatori generalisti arrivano come mosche sulla merda. E io, che pure di musica capisco pochissimo, gli ascoltatori generalisti non li sopporto. Perché nella maggior parte dei casi fanno finta di saperne tantissimo, quando poi, se proprio vuoi andare a fondo, negli scaffali del salotto hanno giusto un Greatest Hits degli Eagles, uno di Springsteen, il concerto a Central Park di Simon and Garfunkel e, se proprio sono avanti anni luce su altri loro soci, una bella compilation di Leonard Cohen o addirittura un “Highway 61 Revisited”, così per gradire.

Bello “Darkside of The Moon”, eh! Anche perché se c’è un altro atteggiamento insopportabile, oltre a quello che ama solo i dischi che amano tutti, è quello che stronca i dischi che amano tutti, dicendo che milioni di appassionati sono stati semplicemente dei rincoglioniti ad apprezzare per decenni un lavoro che, meno male che sono arrivati loro a dirlo, è in realtà tremendamente sopravvalutato.

Quindi non sarò certo io a dire che non è un gran disco. Eppure, a questo ho sempre preferito “Wish You Were Here”, “Animals” ma soprattutto “The Wall”. “The Wall” che, la prima volta che mi sono messo ad ascoltarlo per intero (non è stato moltissimi anni fa) proprio non riuscivo a capire come facessero tutti ad amarlo così tanto. Un disco ostico, troppo ostico. E lungo, poi. Un disco che ha dei testi complicati, cervellotici, introspettivi, e una costruzione musicale che privilegia l’implicito, l’atmosfera, la melodia sussurrata, l’orchestrazione discreta. Abbastanza naturale l’insinuazione che dietro la valanga di consensi che ha generato ovunque vi fossero soprattutto “Another Brick in the Wall part.2”, “Comfortably Numb” e “Run Like Hell”. Anche il film interpretato da Bob Geldof, così citato e osannato come nuovo manifesto della controcultura giovanile, è troppo cupo e visionario per poter essere stato veramente apprezzato e capito da tutti quelli che hanno dichiarato di averlo visto (un sacco di gente nel mio liceo, ad esempio).

Però “The Wall” ci mise poco a conquistarmi: lo imparai a memoria nel giro di poche settimane e da quel momento in avanti è diventato uno dei miei dischi preferiti. Le ossessioni cantate da Waters, il suo senso di insicurezza, il sentirsi inadeguato di fronte all’altro, l’esigenza affettiva che si perverte e distorce di fronte al fallimento e al rifiuto… tutte cose che capivo perfettamente e che ho fatto in qualche modo mie. Unitamente ad un tessuto musicale che serviva al meglio tutti questi temi, soprattutto quando il tono era dimesso e la malinconia prendeva il sopravvento (non a caso i miei episodi preferiti in assoluto sono sempre stati “One of My Turns” e “Nobody Home”.).

Poi scoprii “The Final Cut” e fu, se possibile, una folgorazione ancora maggiore. Il modo in cui usava la voce, sgraziato eppure così denso di verità, la fragile bellezza di certe melodie, l’alternanza tra piano e forte, pieno e vuoto, il sax che fungeva da contrappunto ai momenti più emozionanti, i saltuari ma sempre dolorosi soli di Gilmour; tutti ingredienti che mi fecero amare questo album al primo colpo e che mi fanno dire, ogni tanto, quando mi sembra sia possibile anche esagerare, che questo sia il miglior disco mai realizzato dai Floyd.

Già, un disco imposto e inciso da un Roger Waters sempre più padre e padrone, con un Richard Wright di fatto fuori dalla band e un Gilmour irreparabilmente ai ferri corti col suo vecchio compagno d’avventure. Un disco che uscì in sordina, che non venne promosso, che preparò la strada allo scioglimento del gruppo e che sarebbe stato fatalmente rimosso nella storia successiva della band, quando si riformarono nel 1988 sull’onda di “A Momentary Lapse of Reason”. Bene, quel disco composto per lo più da scarti dal lavoro precedente e registrato da un solista che solo per convenzione utilizzò il monicker della propria band, è per chi scrive, a tratti, il loro lavoro più potente e riuscito.

Non potrei mai sostenerlo con argomentazioni critiche, chiaro, perché è evidente che se utilizzassimo un approccio più scientifico e musicologico, “The Final Cut” difficilmente verrebbe preso in considerazione seriamente all’interno della discografia del gruppo inglese.

Per cui, seppure non ci trovo niente di male a dire che questo è un album che andrebbe indubbiamente studiato, preso seriamente in considerazione e riscoperto con un minimo di obiettività, senza tirare in ballo sempre e comunque l’eterna rivalità tra le due teste pensanti dei Pink Floyd, è indubbio che siano altre le cose per cui questo gruppo è entrato nella storia del rock.

Ma per me, per la mia vita, “The Final Cut” rimane un disco imprescindibile e la sua title track ha espresso più di ogni altra canzone di ogni altro disco, il modo in cui mi sono sentito per un lungo periodo della mia vita. Per quanto mi riguarda, i Pink Floyd sono finiti qui. Quei due aborti sonori che sono seguiti negli anni successivi sono un’altra cosa, nonostante il nome scritto in copertina. Certo, la stessa identica affermazione la si potrebbe fare per il mio disco preferito, ma se non altro il suo contenuto musicale è molto ma molto più interessante di quegli altri, che sono più che altro tentativi disperati per ricreare a tavolino un certo tipo di sound, ad uso e consumo di quei fan generalisti di cui si diceva prima.

Tutto questo per dire che io Roger Waters l’ho sempre amato. Pesante, prolisso, egomaniacale, sempre uguale a se stesso. Tutto vero. Eppure io lo amo nonostante questo. O forse proprio per questo (anche perché forse, sotto sotto, non sono poi così diverso da lui). E oggi, dopo 25 (venticinque) anni di distanza da “Amused To Death”, Roger Waters è uscito con un nuovo disco solista. Che è il quarto della sua carriera; il quinto, se consideriamo anche l’opera “Ça Ira”. Cinque dischi in 33 anni sono pochi per chiunque e la ragione che balza all’occhio è una sola, al di là di tutti i fattori personali che ci possono essere stati e che noi ovviamente non conosceremo mai. La ragione è semplicemente che lo spettro dei Pink Floyd non ha mai smesso di tormentare colui che più di tutti ne ha incarnato il potenziale comunicativo. Tour dopo tour all’insegna della riproposizione dei vecchi successi, dei Greatest Hits itineranti dove il repertorio dei dischi da solista non occupava mai più del 20% dello show complessivo.

Celebrazione, nostalgia, revival, commemorazione. Di tutto un po’. Fino al momento più clamoroso, quello del riallestimento integrale di “The Wall”, trent’anni dopo la sua uscita, quando anche i Floyd, in occasione del tour promozionale originario, avevano dovuto limitarsi, a causa dei mezzi tecnici non ancora del tutto adeguati a quel che avevano in mente.

Vidi la prima di non ricordo quante date in programma al Forum di Assago, era credo il 2010. Inutile dire che fu fantastico e che mi commossi in più di un’occasione. Dopotutto “The Wall” è “The Wall” e al di là del valore affettivo il concerto fu effettivamente splendido, sia a livello musicale che scenografico.

Cosa è successo nei successivi sette anni? Poco o nulla. Infinite altre leg dello stesso tour, che è passato dai grandi palazzetti agli stadi (purtroppo non riuscii ad andare a Padova, quando arrivò da noi), la realizzazione dell’obbligatorio documentario celebrativo, la promozione dello stesso, una meritata pausa e infine, dopo qualche mese di silenzio, la conferma definitiva del fatto che sì, alla fine sarebbe arrivato anche un nuovo disco.

“Is This The Life We Really Want?” è un titolo pinkfloydiano al limite dell’inquietante, ha una copertina in bianco e nero che ripropone gli stessi stilemi grafici di “The Wall” e, in qualche misura, di “Radio K.A.O.S” ma è stato prodotto da Nigel Godrich, noto soprattutto per la sua lunghissima collaborazione coi Radiohead e solo per questo sono riuscito ad approcciarlo con meno disillusione di quello che sarebbe stato normalmente lecito attendersi.

Perché certo, ok “The Wall”, ok “The Final Cut”, ok anche i lavori solisti precedenti, ma che questo signore qui, alle soglie dei 74 anni, dopo aver rimasticato il proprio passato in ogni forma possibile, potesse avere ancora la lucidità necessaria per concepire un disco anche solo accettabile, era un’ipotesi che ritenevo quantomeno improbabile.

Quindi ho ascoltato il disco, ignorando volutamente per mancanza di tempo i singoli apripista, non considerando neppure per un istante la recensione a metà tra l’incensatorio e il paraculo di Andrea Scanzi, e quello che ho ascoltato mi ha lasciato parecchio perplesso. “Is This The Life We Really Want?” potrebbe essere un album meraviglioso, se ad ascoltarlo fosse qualcuno che non ha mai ascoltato un disco di Roger Waters, né da solista, né con la band. È un disco malinconico ma neppure così tanto, riflessivo ma non privo di momenti più sostenuti e immediati, un disco dove orchestrazioni, chitarre acustiche, fiati, qualche sfuriata elettrica e un uso discreto dell’elettronica, si mescolano insieme in un amalgama ben riuscito dove la voce, che ha perso la verve dei tempi migliori (lo si sente soprattutto sugli alti) ma che è ancora complessivamente in grado di coinvolgere l’ascoltatore dal punto di vista emotivo, dice la sua sull’odierna situazione del mondo. È un album che scorre dall’inizio alla fine, con qualche tempo morto ma anche con alcuni picchi notevoli di intensità.

Il problema è che tutte queste cose ci sono, ma saranno notate solo da chi non avesse mai sentito parlare di Pink Floyd o Roger Waters in precedenza. Perché per il resto, questa raccolta di canzoni suona assolutamente identica, in tutto e per tutto, a qualunque altra cosa da lui fatta nel corso degli anni. E qui, come è logico che sia, arrivano le speculazioni: voluta autocitazione o scarsità di idee? Ondarock, che ne ha parlato qualche giorno fa, sostiene la prima ipotesi: il disco sarebbe un racconto della contemporaneità e dei disagi del mondo di oggi, attraverso un sapiente uso di rimandi, allo scopo di mostrare come nulla sia davvero cambiato e come certe immagini o un certo tipo di linguaggio, rapportato alla realtà umana, funzionasse allora e funzioni benissimo anche adesso. Come dire: avrebbe potuto fare diversamente, ha scelto di fare così.

Ora, io rispetto a chi scrive su Ondarock non sono nessuno, non a caso loro scrivono su Ondarock e io su un blog sfigato da sessanta visualizzazioni per articolo. Eppure, lasciatemi dissentire caldamente. Questo qui ha finito la benzina, punto e basta. Un mio caro amico, che conosce la musica meglio di me e che ha solo il difetto di essere leggermente più caustico del sottoscritto (quindi immaginate un po’) ha scritto, riguardo all’album, che Waters ripete incessantemente dal 1978 la stessa intuizione musicale. È vero? Sì, secondo me è vero. Da “The Wall” in avanti, il cantante e bassista ha sempre scritto nello stesso modo, ha sempre utilizzato gli stessi stilemi, gli stessi intervalli melodici, per raccontare le sue visioni. Possono cambiare i musicisti, gli arrangiamenti, ma bene o male, dire che ha sempre fatto lo stesso disco con testi diversi, non è un’affermazione così eretica.

Quindi, direte voi, quello che ci stai cercando di dire, è che ancora una volta ha fatto così, si è spudoratamente copiato: dunque, perché questo volta dovrebbe essere peggio?

È diverso, almeno secondo il mio umile parere, per almeno due motivi: il primo è che se per 25 anni non hai scritto nulla di nulla, era lecito aspettarsi qualche sforzo in più. Ci sono musicisti in crisi di idee che ricorrono all’aiuto di songwriter esterni, spesso con ottimi risultati. So benissimo che il buon Roger è troppo egocentrico e presuntuoso per concepire una simile idea, eppure la collaborazione con Nigel Godrich lasciava ben sperare e devo dire che per un certo periodo di tempo, quando ho appreso che stavano lavorando insieme, ho sperato che ci sarebbe stata un’apertura verso altre sonorità, che sarebbero state incorporate altre soluzioni. Non è successo niente di tutto questo. Per cui mi pare evidente che, se ti presenti con del materiale inedito un quarto di secolo dopo il tuo ultimo lavoro in studio e quel materiale è un continuo deja vu di tutto quanto hai scritto negli ultimi 40 anni della tua carriera, non puoi aspettarti che a questo giro te la facciano passare facilmente.

Seconda ragione: “The Final Cut” sarà pure stato modellato su Outtake di “The Wall” ma aveva una forza complessiva, una densità lirica e un impatto emotivo che te lo faceva dimenticare (e ciononostante è considerato dalla maggior parte della critica e dei fan come un disco debole e poco ispirato); i dischi solisti realizzati negli anni non hanno mai incontrato del tutto i miei favori, ma è indubbio che ci sia della forza, nei solchi di “The Pros and Cons of Hitchhiking”, o che “Amused To Death”, globalmente pesantino, abbia dei momenti grandissimi e che sia liricamente denso e ispirato.

Il problema, a mio parere, sta infatti tutto qui: questo nuovo album è non solo lineare e piuttosto innocuo musicalmente, ma è soprattutto scadente dal punto di vista del concept lirico. Già, perché Waters ha sempre avuto le sue ossessioni, in primis il padre morto in guerra senza che lui potesse conoscerlo, da qui l’impegno antimilitarista e l’insistenza sulle insicurezze e le fragilità interiori, i rapporti affettivi traballanti. Queste cose le ha sempre messe nei suoi dischi, bene o male, ma nessuno si è mai lamentato di una eccessiva ripetizione perché ha sempre avuto l’accortezza di scrivere storie differenti e di miscelare in modo diverso gli ingredienti in modo tale che tutti i suoi lavori, più o meno, mantenessero una loro precisa identità.

Qui non è successo. Qui sembra che l’autore sia semplicemente caduto nel tranello di Donald Trump. C’è Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, il mondo è sprofondato nel baratro, siamo alla vigilia di un lungo incubo, ci saranno un sacco di poveri, scoppierà una guerra nucleare, tutto verrà distrutto. Di guerre ce ne sono già parecchie, soprattutto in Medio Oriente, e già tantissime persone hanno pagato con la vita le ciniche manovre di politica estera di governanti senza scrupoli. La bellezza (dei bambini, delle donne) è già stata schiacciata, frantumata dalle bombe. Questa non è la vita che sognavamo. Se è un sogno, assomiglia molto di più ad un incubo da cui però, non sembra possibile svegliarsi.

Ecco, la narrazione non è lineare, non c’è una storia vera e propria, non c’è un protagonista, non ci sono dei personaggi. A grandi linee però, scorrendo i testi, le suggestioni espresse sono queste qui. Lo sfascio del mondo di questi ultimi anni, a suon di guerre, crisi economiche e Brexit, uno sfascio che l’avvento di Donald Trump ha contribuito ad aumentare o che addirittura forse (è il dubbio che viene ogni tanto durante l’ascolto) ha addirittura provocato.

Niente di nuovo, si dirà, dopotutto Waters ha sempre avuto bisogno di scagliarsi contro un nemico, per produrre le proprie visioni; c’è sempre stata la necessità di un antagonista, di qualcuno contro cui sfogare la propria rabbia.

Ora, tralasciando volutamente le mie opinioni su Trump (che non ho nessuna competenza per esprimerne di intelligenti), glissando volutamente sul fatto che non condivido neppure un briciolo di questa psicosi da devastazione globale, essendo più incline ad attribuirla ai bollori e ai mal di stomaco di radical chic frustrati o fanatici seguaci del politically correct (che, beninteso, sono a mio parere molto più dannosi di qualunque Trump stia ora governando un paese), non ho niente contro il fatto che il buon Roger voglia farci sopra un disco. Che male ci sarebbe, per uno che ha scritto della guerra nelle Falkland, di quella del Golfo, parlare anche del conflitto in Siria?

Niente di male, se non fosse che ogni canzone di questo disco trasuda sentimentalismo e retorica a più non posso, infila una dietro l’altra metafore di una imbarazzante banalità (“Deja Vu”), luoghi comuni da Pomeriggio Cinque (“Wait for Her”) e sviolinate sentimentali che nessuno, dico nessuno, si sarebbe sognato di aspettarsi da lui (ascoltate “The Most Beautiful Girl in The World” e ditemi se il Dylan che cantava che Robin Carter detto “Hurricane” avrebbe potuto diventare campione del mondo, non è al confronto un saggio di politica razziale). C’è tanta retorica, tanta indignazione, ma per una volta non c’è l’uomo, non c’è il suo io interiore, la sua incertezza, il suo limite, la sua fragilità. Un tempo, per usare obsolete categorie settantiane, il pubblico di Waters si mescolava al privato e quest’ultimo era indispensabile per conferire validità e credibilità al primo. Adesso, almeno dal punto di vista di chi scrive, esiste solo il pubblico, che si è trasformato in politico e che ha il sapore di un comizio da ditino alzato, impartitoci da un milionario ultra settantenne, che non si capisce se la sua priorità sia di farci la predica sulle sorti del pianeta o piuttosto di dare allo stesso pianeta un altro album inedito, giusto per farci ammettere che, arrivato a fine carriera, aveva ancora qualche piccola cosa da dire.

Perdonatemi la durezza, ma ad uno che ha scritto pagine musicali che mi hanno indelebilmente segnato, questa non la perdono. “Is This The Life We Really Want?” è un disco bello in superficie ma prevedibile e finto come pochi, se solo lo si ascolta con attenzione. C’è una sola cosa che si salva, ed arriva giusto alla fine: “Part Of Me Died”, al netto dei contenuti musicali trascurabili, dice però una cosa verissima: che la parte “cattiva” dell’io narrante, quella che lo ha portato costantemente a mentire, ad ingannare, a far soffrire, è scomparsa quando ha conosciuto la donna amata. E se anche il finale suona in qualche modo ambiguo (“Sarebbe molto meglio morire tra le sue braccia, piuttosto che indugiare in una vita di rimpianti”), lasciando intendere che forse quel legame amoroso è stato spezzato dalla guerra, si potrebbe forse sostenere che la maledizione di “The Final Cut” sia stata finalmente spezzata: se nella title track di quell’album il suo autore confessava l’impossibilità di mostrare il suo lato debole alla sua compagna, certo che costei lo avrebbe di conseguenza abbandonato, questa volta sembra affermare il contrario, e cioè che solo l’amore, solo un legame che sia veramente autentico, possiede il potere di trasformare il cuore dell’uomo. Dostoesvkij lo aveva già detto, che la bellezza avrebbe salvato il mondo, è una delle sue frasi più citate, anche da chi non ha mai letto un suo romanzo. Ora anche Roger Waters sembra esserci arrivato. Non sono sicuro che questo disco sia all’insegna del lieto fine, eppure quest’ultima canzone sembra dirci che certe insicurezze, certe paure, a 30 e passa anni di distanza, si sono volatilizzate. Per cui l’essere umano potrà ancora essere votato all’autodistruzione (ve li ricordate i nove minuti di “Amused To Death”?), ma adesso sembra aver imparato la forza e il coraggio di amare, di donarsi gratuitamente all’altro. E questo, scusate, vale molto di più di una qualsiasi marcia indignata contro Trump o chicchessia.

È l’unico scampolo luminoso che riesco a trovare in questo suo deludente ritorno. È la mia opinione, ovviamente: se riuscirete a ringraziare Dio o chi per lui per questo disco, sarò solo contento, giuro.

Nel frattempo, attendiamo le date europee (che non arriveranno prima di dicembre però, a giudicare dall’estensione del tour americano, probabilmente se ne parlerà direttamente nel 2018). Andrò a vederlo di sicuro perché mi manca e con uno come lui non si può stare a casa. E poi non farà il nuovo disco: ha già annunciato che ne suonerà solo qualche brano. Poi largo spazio ai brani dei più importanti dischi dei Pink Floyd. Ma in questo, dov’è la notizia?

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