Sono appena tornato dal mio terzo Primavera Sound e credo ormai di aver capito che cosa mi piace così tanto di questo festival. Innanzitutto la location: è in centro città, comodamente raggiungibile con la metro, in una zona dove è pieno di appartamenti, hotel e quant’altro, per cui non ha quell’aspetto da disagio vero del dormire in tenda a cui molti appuntamenti di questo tipo ti costringono (beninteso, io odio la tenda in maniera inverosimile, le volte che sono stato costretto ad entrarci non ho MAI chiuso occhio per cui so quello che ho appena scritto per sentito dire, io a Glastonbury non ci andrei manco morto, per dire).Seconda cosa: ci sono tanti palchi, la maggior parte dei quali sistemati in aree di capienza contenuta. Niente prati chilometrici dove stanno tutti ammassati sotto il sole per non vedere nulla e rimanere schiacciati. Certo, i due stage principali sono bene o male così ma basta starne lontani il più possibile e non succede niente. Terzo (appunto): è un festival dove gli headliner non sono per forza di cose l’attrazione da vedere. Sono scritti più in grande sul cartellone, viene loro riservato un tempo di esibizione più lungo (dai novanta ai centoventi minuti, di solito), ma se non li vuoi vedere perché ti fanno cagare o semplicemente perché non hai voglia di stare in mezzo al casino, sugli altri palchi ci sono altri concerti a cui attingere. Puoi andare a guardare altre band senza per forza di cose romperti le palle o romperle al vicino che vuole ascoltare (cosa che succede mediamente tutte le volte che si ha a che fare con quelle lunghissime e spesso noiose maratone dove ci sono sette-otto band che suonano tutte di fila nello stesso posto).

Quarto: è a Barcellona e in un periodo dell’anno in cui fa caldo ma neanche tanto, in più è sul mare quindi è sempre ventilato, soprattutto alla sera. Niente condizioni proibitive, insomma.

Quinto e ultimo: è all’estero. Per andarci devi prendere qualche giorno di ferie. La conseguenza è ovvia: quando sei lì, puoi permetterti di pensare solo a quello. Puoi concederti il lusso di assistere a dei live fino alle quattro del mattino e anche oltre (io in media alle tre me ne andavo, però) senza doverti preoccupare della sveglia la mattina dopo. Si possono vivere tre giorni interi (o tre giorni e mezzo, visto che di solito arrivo al mercoledì, dove alla sera suona sempre qualcuno) pensando solo e soltanto alla musica.

E la musica è la mia più grande passione, da tantissimi anni. Con la musica non ci lavoro, ma di fatto me ne occupo più o meno con ritmi lavorativi. È quindi bello giocare a fare quello che vive di musica, per qualche giorno all’anno. È bello prendersi qualche giorno di pausa e sentire concerti per dieci ore di fila. Anche perché poi non è mai una fuga della realtà: si ascolta musica perché quello che ascolti ti ributta nella vita, non perché ti fa fuggire da essa. Non è mai tempo perso, insomma. E non ha per forza a che fare coi contenuti dei testi. Che poi quelli a volte li leggi e a volte no, a volte sono belli, altre no. È più una questione di attitudine, di serietà. Che uno che suona, uno che scrive, ha sempre qualcosa da dire su di sé e sul mondo e a chi ha qualcosa da dire, anche quando magari non è così interessante, una chance la devi sempre dare. Andatevi a leggere il discorso del Nobel di Bob Dylan. Troverete molti spunti interessanti in questo senso.

Così sono partito ancora alla volta di Barcellona, da mercoledì 31 maggio a sabato 3 giugno (la domenica purtroppo me la perdo sempre, tranne il primo anno perché quella volta il lunedì era festa) e ancora una volta ho visto un sacco di band.

L’anno scorso avevo tentato l’impresa pazza di raccontare tutto in diretta, scrivendo un piccolo report di ogni concerto che vedevo. Una roba assurda, sia perché non mi leggeva nessuno, sia perché ci spendevo una quantità di tempo esagerata, buttando via energie preziose che avrei invece dovuto conservare per arrivare vivo alla fine di ogni giornata.

Quest’anno si tenta un altro approccio: dopo aver speso parole a parte per il concerto a sorpresa che gli Arcade Fire ci hanno regalato giovedì, tenterò di raccogliere qualche impressione sparsa, senza dilungarmi troppo su ogni singolo artista che sono andato a sentire.

Globalmente che si può dire? Che la line up quest’anno non era così clamorosa come l’anno scorso ma che, come al solito, c’erano un sacco di nomi degni di nota, per cui essere delusi non è stato virtualmente possibile.

Del resto la bellezza di questo festival sta proprio qui: se ti piace la musica e hai dei gusti minimamente vari, troverai senz’altro qualcosa che ti piace. E questo, indipendentemente dal fatto che tu i gruppi li conosca prima oppure no. Perché anche andare a vedere una band senza averla mai sentita (e io quest’anno l’ho fatto per tre volte) può essere un’esperienza gratificante.

Quindi, un cartellone meno appariscente ma comunque zeppo di cose belle; in più, la novità degli ospiti a sorpresa, che venivano a tenere concerti fuori programma (quello di giovedì l’ho già raccontato, gli altri due giorni invece non sono riuscito a presenziare) e l’introduzione del palco Backstage, dove si entrava con un gettone che ti davano non si è mai capito come e dove, e che in tarda serata offriva performance dal vivo e dj set. Io purtroppo ci sono entrato solo per curiosare (e per scroccare da bere, visto che il gettone famoso dava diritto ad una consumazione gratis) perché non sono mai riuscito a far coincidere gli orari.

Lo avevo già detto: il Primavera è quel momento (frivolo, per carità) dove fai esperienza della scelta e di come essa comporti, allo stesso tempo, una rinuncia. Scorrendo i nomi delle band che mi interessavano, faceva rabbia constatare come, se avessi potuto io decidere i loro orari di esibizione, sarei probabilmente riuscito a vederle quasi tutte. Purtroppo (o per fortuna) nella vita esistono anche quelle che si chiamano “circostanze esterne” per cui la lotta per non bestemmiare ad ogni sovrapposizione che si veniva a creare, è stata ogni volta piuttosto importante.

Quest’anno è un problema che ho avvertito tanto. Forse troppo. Le time table mi erano sfavorevoli, o forse ero io che volevo esagerare, non lo so. Fatto sta che mai come stavolta ho optato per guardare dei set ridotti, quattro o cinque brani, piuttosto che perdermi del tutto band che amavo tantissimo ma che, come da copione, coincidevano con band che amavo sempre tantissimo ma un po’ di più…

E dirò la verità: andare via a metà (ma anche arrivare a metà, che non è molto diverso) è difficile, a volte fa davvero male, ma non equivale a zero, come pensavo. Venerdì ho fatto un’ora di coda sotto il sole per prendere il braccialetto che dava il diritto di entrare a vedere i Radio Dept., nell’ormai leggendario Hidden Stage (per la cronaca, finalmente quest’anno l’ho visto e devo dire che è fantastico). Ce l’ho fatta, sono entrato, ho sentito cinque canzoni per venticinque minuti circa di musica, sono uscito perché i Magnetic Fields proprio non potevo perdermeli.

Ecco, fino all’ultimo pensavo che sarebbe stato meglio non andarci del tutto, dai Radio Dept. Come sarei mai riuscito a staccarmi da lì? Invece, devo confessare che non è così: quella è una band che in Italia probabilmente non ci passerà mai più (mi hanno riferito di una sola data, diversi anni fa, con pubblico scarsissimo, quando ancora, ovviamente, non sapevo chi fossero) e non è neanche così detto che possa sfornare a breve un altro album e fare un altro tour. Quindi, dovessero sciogliersi domani, potrò dire che dal vivo io li ho sentititi. Certo, per venticinque minuti. Ma meglio venticinque minuti che zero minuti, non vi pare?

L’altra cosa bella è che a sto giro, degli headliner mi interessava poco. Gli XX li avevo già visti a febbraio per cui all’occorrenza potevo anche perdermeli, Bon Iver l’avevo con dolore sacrificato all’altare degli Afghan Whighs, Van Morrison coincideva con l’altro evento del sabato (ci arrivo a breve), Frank Ocean (o Prank Ocean, come più che giustamente lo chiamavano qua) si è ritirato e poi comunque a quell’ora c’erano gli Arab Strap… tolti alcuni nomi che non mi interessavano proprio, tipo Solange, rimanevano solo gli Arcade Fire ma in teoria anche loro erano “spendibili”, visto che, oltre ad averli già visti, avevo già in tasca il biglietto per il 17 luglio a Milano.

Di conseguenza, quest’anno l’area dei Main Stage non mi avrebbe visto quasi mai. Il che avrebbe voluto dire: niente bestemmie ripetute ai cazzari che ti passano davanti e a quelli che parlano tutto il tempo tra di loro, niente corse forsennate per conquistare una posizione da cui si veda qualcosa, niente deflussi interminabili e mal di schiena perenni nel tentativo di vedere qualcosa oltre la selva di teste…

Già, quella parte del Primavera Sound è proprio brutta, perché è l’unica che ricorda i grandi Festival Open Air, quella dei prati infiniti di cui dicevo prima.

Io sto invecchiando e odio la gente, per cui più passa il tempo e più sento il bisogno dei vari Ray Ban, Pitchfork, Primavera, Adidas Original… quei palchi da piccoli club, dove trovi posto anche all’ultimo, dove vedi sempre bene anche se sei lontano e dove il pubblico, mediamente, è lì davvero per ascoltare.

L’anno scorso, per varie coincidenze, tutti quelli che mi interessavano o quasi suonavano sui due palchi grossi. Quest’anno sono quasi sempre stato su quelli più piccoli e il beneficio che la mia salute ne ha tratto è stato incalcolabile: il giovedì, solo per citarne una, ho tirato le cinque senza quasi accorgermene.

L’edizione del 2017 sarà ricordata però soprattutto per la sovrapposizione con la finale di Champions League e col fatto che la mia squadra ha pensato bene di arrivarci, a quella finale. Ho buttato via almeno tre ore del sabato, perdendomi soprattutto gli amati Teenage Fanclub, ma se non altro è stato bello organizzarsi a vederla in un ristorante lì accanto, assieme a sconosciuti che però, dopo pochi minuti, già non erano tali. Ho scoperto di nuovo, a questo proposito, che un Social come Facebook non è poi così negativo, se ti permette di conoscere personalmente persone vere, se crea occasioni per far diventare reali rapporti nati come virtuali. Poi, sulla partita in sé, forse non è il caso di parlare. Diciamo che per un’oretta abbiamo passato una bella serata…

Ho poi scoperto nuovamente che mi piacciono tutti quei riti, quelle abitudini che sono ormai parte ineliminabile di questo festival: il caffè alla mattina (sì dai, più o meno è ancora mattina) in casa dei miei padroni di casa; la figlia scorbutica sul divano a guardare la TV che sembra desideri la tua morte ogni secondo che passa (però quest’anno le ho fatto una domanda e mi ha risposto, evento che, se l’avessi giocato alla Snai, mi avrebbe reso ricco); il pranzo con birra e bocadillos in uno degli innumerevoli baretti scrausi della zona, pagando quello che a Milano non basterebbe per un primo; le tre o quattro Red Bull che mi bevo ogni sera a partire dalle 22, indispensabili per non accasciarsi al suolo privi di forze; il braccialetto che ti danno il primo giorno, con la confortante scritta “Abono” che ti fa sentire parte di una famiglia; lo stand della Rough Trade che ti accoglie all’ingresso e dove, stranamente, quest’anno non ho comprato cd; Big Jeff che lo vedi a tutti i concerti a cui vai, lo vedi in foto da altre parti e non capisci se abbia o meno il dono dell’ubiquità; le gradinate di pietra del Ray Ban, dove ci si svacca in attesa che inizi lo show di turno; la puzza di fogna dalle parti dell’Adidas Original/Pitchfork, ovvero la zona più remota del Forum, dove di solito le band più interessanti suonano a notte fonda; l’Auditori, con le sue comode poltrone e l’aria condizionata; i cessi chimici dove non c’è mai coda, anche nelle ore più affollate; la musica che proviene dai vari palchi, durante gli spostamenti, e che quando qualcosa ti attira ti fermi a consultare il programma, per vedere chi sono questi qui che stanno suonando. E potrei trovare altro, se solo mi sforzassi di più. Questo è un luogo a cui ci si affeziona in fretta e anche se penso proprio che venderei l’abbonamento senza rimpianti, qualora un giorno il programma non si dimostrasse sufficientemente interessante (anche se dubito che possa succedere), capisco quelli che ci vanno solo per il luogo in sé, rapiti dalla cornice, dall’atmosfera suggestiva. Li capisco e mi starebbero anche simpatici, se non fosse che poi, nella maggior parte dei casi, sono gli stessi che ti spaccano le palle durante i concerti con il loro incessante chiacchiericcio…

Bene. Arrivati a questo punto può essere giusto parlare delle band ma non più di tanto: chi c’è stato avrà visto le sue, si sarà esaltato ad alcune, deluso ad altre. Io, che capisco sempre molto poco e mi faccio quasi sempre prendere dall’entusiasmo, ho improvvisato quasi nulla e programmato mesi prima quel che volevo fare. Mi piace curiosare, scoprire cose nuove, ma se proprio devo scegliere, un concerto preferisco vederlo avendo alle spalle una discreta se non una buona conoscenza di chi sto ascoltando. Diversamente, ho sempre paura che mi annoierei troppo.

Quindi, se mi costringessero a scegliere, farei fatica a stilare una personale classifica. Mi è piaciuto tutto, qualche cosa di più, qualche cosa di meno ma diciamo che, laddove sono arrivato con delle aspettative alte, quasi mai sono andato via deluso. Quest’anno, più degli altri due, ho visto cose che avevo già avuto modo di vedere in passato, quindi se vogliamo ci sono state meno novità; non per questo, tuttavia, è stato meno bello. Anzi, forse, facendo due conti, a livello di suggestioni complessive e fattori in gioco, è stato il più bello di tutti.

Per chi morisse dalla voglia di sapere che cosa ho visto nel dettaglio (immagino ci sia la fila, là fuori), ecco qui:

Mercoledì 31 maggio:

Niente concerti all’Apolo e al Barts purtroppo. Il progetto originario sarebbe di vedere i Wedding Present, che avrebbero suonato attorno all’una. Progetto abortito molto presto, una volta verificata l’impossibilità di riuscire entrare nel locale presentandosi alla porta dopo le 23…

Poco male, Gedge e compagni li vedrò ad agosto a Brighton, meglio concentrarsi su altro. Al Forum c’è il tradizionale concerto inaugurale gratuito: il mio aereo atterra nel pomeriggio quindi riesco a seguire solo due band: Local Natives e Saint Etienne. Dei primi conoscevo solo l’ultimo disco, “Sunlite Youth”, che ho trovato discreto ma a tratti soporifero. I secondi, invece, mi piacciono molto di più, al di là di “Foxbase Alpha” che rimane un gioiello Pop di incomparabile bellezza.

Comunque, non male i primi, coinvolgenti e piacevolissimi i secondi, seppure sono rimasto basito dal vedere quanto siano invecchiati. Suoni piuttosto orrendi, comunque. Nei giorni successivi, anche su quel palco, andrà meglio ma non così meglio.

Due bei concerti, in fin dei conti. Soprattutto i Saint Etienne, sono stati un bel colpo: hanno un album appena uscito da promuovere ma dubito che li vedremo mai in Italia.

Giovedì 1 giugno:

Smaltita la delusione Arcade Fire (le voci su un loro secret show erano così insistenti che a un certo punto si è dovuti andare via per non commettere gesti inconsulti) e spesa la mattina a visitare la mostra su David Bowie che mi ero scioccamente perso a Bologna (a proposito: bella, anche se ha più uno scopo di introduzione alla sua figura, piuttosto che di approfondimento), mi reco al Forum nel pomeriggio. Come primo artista opto per Nikki Lane nel fresco dell’Auditori. Country Rock al femminile senza troppe pretese. Show che scorre via piacevole, senza sussulti. Ideale per iniziare in tutta tranquillità.

Pausa di mezz’ora e poi via al Primavera Stage per i Cymbals Eat Guitars, una delle band che ho recuperato guardando il programma alla ricerca di spazi da riempire. Mi sono piaciuti subito moltissimo, soprattutto l’ultimo “Pretty Years”: un Indie Rock molto melodico, molto rumoroso e molto generazionale. Dal vivo convincono, pur con suoni ancora una volta non eccelsi, soprattutto per quanto riguarda il volume della voce. Ma sono belli potenti, fanno un set esclusivamente composto da brani degli ultimi due dischi e le mie preferite le suonano. Difficile chiedere di più.

Ecco, Alexandra Savior la aspettavo tantissimo ma mi ha deluso: il suo “Belladonna of Sadness” mi aveva entusiasmato, un Pop Rock al femminile con il contributo di Alex Turner, atmosfere Sixties e voce sensuale che la fanno in parte accostare a Lana Del Rey. Vista di persona però, non è sto granché. Band piuttosto scarsa, arrangiamenti piatti, privi di sussulto, una voce che non ha il fascino del disco, suoni ancora una volta non all’altezza. Fa praticamente tutto il disco, le canzoni sono belle comunque però boh, fatico ad essere totalmente dentro la performance.

Del concerto a sorpresa degli Arcade Fire abbiamo già detto: è stato difficile decidere di andarci, ma alla fine sono sicuro che mi sarei mangiato le mani se non lo avessi fatto. Bene così.

Altrettanto difficile è perdersi Bon Iver, che è all’unica data europea, dopo che per motivi incomprensibili ha deciso di cancellare tutto il tour. Volevo seguire almeno mezz’ora ma poi hanno spostato gli orari (eh sì, ogni tanto fanno anche ste carognate) e quindi niente da fare. Gli Afghan Whigs sono sicuramente molto più facili da beccare dalle nostre parti ma io, ovviamente, non li avevo mai visti e intendevo rimediare, oltre che, a conti fatti, amo più Greg Dulli di Justin Vernon. Concerto clamoroso, ad ogni modo. Il cantante è in forma strepitosa e ci ammazza tutti, il suono, con le tre chitarre, è di una potenza mostruosa. Scaletta equilibrata, coi brani del nuovo disco (bellissimo, secondo me) a fare la parte del leone e con (purtroppo) non molte cose dai due dischi che amo di più, vale a dire “Black Love” e “Gentlemen”. Sono però dettagli perché suonano altre cose meravigliose e poi la “Faded” conclusiva vale di per sé il viaggio fin qui.

A sto punto della serata ho un buco che decido di riempire prima con i Death Grips (Signore onnipotente, non l’avessi mai fatto) e poi, constata l’assoluta inascoltabilità della suddetta band, mi sposto al palco principale per guardare un po’ di Slayer e ripiombare così nella mia giovinezza metallara. Che peccato non averli potuti ascoltare fino alla fine: i suoni sono magnifici, l’impatto e la precisione sono devastanti. Jeff Hannemann non è più tra noi, Dave Lombardo non c’è più da un pezzo ma chi è arrivato dopo non li fa rimpiangere. In più, non c’è così tanta gente ad ascoltarli quindi riesco pure ad avvicinarmi discretamente. Sento quattro canzoni, prima di scappare via ma tre sono “War Ensemble”, “Seasons in The Abyss” e “Dead Skin Mask”: esattamente da quel cd comprato in Olanda nell’estate del 1994 e che ascoltai senza sosta per anni, urlando tutti i testi fino allo sfinimento… vabbeh basta, se no mi commuovo.

Se ho scelto di abbandonare Tom Araya e soci è solo perché al Ray Ban si sarebbero esibiti i Black Angels. Sono di Austin, Texas, sono tra i capofila del rock psichedelico, li ho scoperti da appena un paio di mesi ma mi hanno letteralmente spazzato via. Segnatevi il loro “Death Song”: credo proprio che ne parlerò nell’immancabile post sui dischi del 2017… Il loro set dura un’ora ed è devastante, non servono altri aggettivi. È musica potente e ipnotica allo stesso tempo ma per nulla ostica, per nulla ripiegata su se stessa. Anzi, i nostri hanno un gusto innato per la melodia e sembra che abbiano aggiornato alla grande la lezione dei Grateful Dead. Magari qualcuno dirà che sono derivativi. Può darsi, non conosco molto il genere. Vi assicuro però che ho fatto fatica a trovare un’altra band che spaccasse come hanno fatto loro.

Qui finiscono i gruppi conosciuti, almeno per oggi. Mi sento molto in forma per cui vado da King Gizzard & The Lizard Wizard, Heavy Rock Psichedelico e divertimento allo stato puro. Sinceramente non so se troverò mai il tempo di approfondire il discorso (anche perché questi pazzoidi hanno il progetto di registrare una roba come un disco ogni due mesi per non so quanto tempo) ma quel che ho visto mi è piaciuto tantissimo. Mi hanno fatto saltare e muovere la testa anche se alla lunga i pezzi mi sembravano un po’ tutti uguali…

Seconda concessione alla curiosità: Pinegrove. Anche qui, siamo nel campo dell’Indie Rock da teenager, loro sono giovanissimi ma hanno già fatto parlare tantissimo la critica e hanno un bel seguito di fan. Per dire: sono le quattro del mattino ma sotto il Pitchfork c’è una selva di gente che canta tutte le canzoni a memoria. Mai vista una roba così in un festival, davvero. Loro sono bravini e se la godono un mondo, hanno dalla loro brani orecchiabili molto influenzati da un certo Folk moderno e qualche ritornello è davvero azzeccato, tanto che alla seconda volta mi ritrovo a cantarlo anch’io. Un gran bel live. E appena tornato a casa ho ascoltato i loro dischi, segno che hanno colto nel segno.

Credo di avere battuto tutti i record, non sono mai rimasto attivo qui dentro fino alle 5 del mattino. E il giorno dopo c’è da fare la fila per i biglietti dei Magnetic Fields…

Venerdì 2 giugno:

La giornata comincia con una duplice coda: Magnetic Fields in Auditori (ticket alla simbolica cifra di 2 euro, giusto per evitare resse assurde all’ingresso) e Radio Dept. all’Hidden Stage. Questo è un piccolo spazio al chiuso dalla capienza molto limitata (700 posti) a cui si accede solo con dei braccialetti che vengono consegnati al punto informazioni, alle 16 in punto, orario di apertura del Parc del Forum. Ovvio che ci si debba mettere in coda, soprattutto quando di scena c’è un act di culto come quello di Johan Duncanson. Il lato positivo è che, rispetto alle maratone per il pit di Springsteen, qui siamo nel regno dei dilettanti: vanno tutti a letto alle 6, nessuno ha voglia di presentarsi troppo presto. Il risultato è che basta essere sul posto un’ora prima e non ci sono problemi.

Una volta al banchetto, realizzo che posso prendere l’ingresso anche per il concerto di Lawrence d’Arabia in programma per le 17. Non l’ho mai sentito nominare ma a quell’ora non ho nient’altro da fare così ci vado. Per riposarsi ci sarà tempo, mi dico scioccamente.

Quindi la mia giornata comincia proprio con lui, un ragazzo neozelandese che risponde al nome di James Milne e che, scoprirò poi, è in giro già da una decina d’anni. È stata una piacevolissima scoperta: il suo Pop è davvero delizioso, le canzoni che suona mi piacciono tutte al primo colpo e la sua aria scanzonata e allegra è un valore aggiunto ad un concerto già di per sé ottimo.

Poi mi sposto all’Adidas per Iosonouncane, che è anche l’unico artista italiano ad esibirsi su uno dei palchi principali del Festival. Un segno che, nonostante il cantato in lingua madre e una forte impronta “regionalista”, la proposta musicale di Jacopo Incani ha tutto quel che occorre per aspirare a platee internazionali. Sul suo set sono girati pareri contrastanti: a me è piaciuto tantissimo, come sempre una sua esibizione è un viaggio dove le sensazioni hanno il loro peso ma un disco come “Die”, tra le cose più belle del 2015, dal vivo rende veramente bene. Quindi, non concordo con chi ha parlato di una prestazione fiacca. A me ha convinto ancora una volta pienamente e mi pare che in generale il pubblico (tantissimi italiani, soprattutto nelle prime file) abbia gradito.

Dei Radio Dept. ho già parlato: una band che adoro, anche se l’ho scoperta tardissimo (come il 90% delle cose di cui parlo, peraltro), una band che sognavo di vedere dal vivo, ma che ho potuto godere solo a metà. Fa niente: la piccola porzione di show che ho ascoltato è stata molto bella, con loro che non fanno cose trascendentali ma suonano ordinati ed eterei come su disco. L’Hidden Stage comunque è una figata: piccolo, raccolto, non viene mai riempito troppo, c’è tanto spazio vitale, si sente bene. Mi sa che l’anno prossimo proverò ad andarci ogni giorno…

I Magnetic Fields rappresentavano per me il momento in assoluto più atteso di questa edizione. Due concerti, venerdì e sabato, per suonare tutte le 50 canzoni del loro ultimo lavoro, che è appunto una sorta di racconto autobiografico di Stephin Merritt in occasione del suo cinquantesimo compleanno (una canzone per ogni anno di vita). Un disco mastodontico, quasi eccessivo (anche se il loro lavoro più celebrato ne contiene 69, di pezzi), eppure maledettamente semplice nella sua orecchiabilità. Merritt è un maestro nell’arte dello scrivere la perfetta canzone Pop e nell’esplorarne mille stili e sfaccettature differenti: io l’ho ascoltato tante volte, questo disco, anche tutto di fila (dura due ore e mezza) e non mi sono mai annoiato. Il concerto è una meraviglia. Sette musicisti, tanti strumenti, alcuni anche molto strani, il cantante che siede su uno sgabello, al centro di una scenografia teatrale addobbata come una cameretta dell’infanzia, che racconta aneddoti e canta le sue canzoni, rigorosamente in ordine di tracklist. È un grande performer proprio nel momento in cui sceglie di non esserlo, recitando piuttosto la parte del nonno che racconta favole ai nipoti. È un viaggio unico e io, che il disco l’ho assimilato bene, me lo godo in ogni sua sfumatura. Peccato solo per i quindici minuti di break, perché 75 minuti di fila li avremmo retti senza problemi. E peccato anche per tutto il via vai di gente, soprattutto nella seconda parte. Capisco che c’erano altri concerti da andare a sentire ma una proposta così non si può lasciare a metà, va goduta proprio nella sua interezza perché è così che è stata pensata.

Arab Strap a ruota sul Ray Ban Stage. Mi piazzo in posizione centrale, vado in estasi alle prime note di “Stink” e mi riprendo solo un’ora dopo, quando Aidan Moffatt appallottola il testo di “The First Big Weekend”, lo lancia al pubblico, saluta e se ne va. Trionfatori assoluti, per quanto mi riguarda. Miglior concerto di questo Festival, Arcade Fire compresi. Gli arpeggi perfetti di Malcolm Middleton, il contrasto sublime tra la dolcezza della viola e il pulsare della batteria elettronica, la voce di Moffatt, con le sue storie crude di sesso, droga e alcol, infarcite di rimpianto, ironia e lucido disincanto. Una scaletta piena zeppa di classici, con una doppietta “Speed-date”/”The Shy Retirer” che mette a dura prova la mia resistenza emotiva. Hanno fatto bene a sciogliersi, se sono poi tornati a questi livelli. Per fortuna non dovrò aspettare molto per rivederli: il 28 luglio saranno a Bologna, poi speriamo arrivi un nuovo disco.

A questo punto comincia la parte meno piacevole della giornata: mi devo spostare sui due palchi grossi. Ai The XX non ho trovato una valida alternativa, purtroppo. Non che non mi piacciano (li ho visti a Milano a febbraio e sono stati magnifici) ma il set del duo scozzese è finito quando loro hanno iniziato da venti minuti, causa la ridicola defezione di Frank Ocean che ha costretto gli organizzatori a sballare tutti gli orari. Arrivo dunque tardi e si sa, all’Heineken se arrivi tardi sei finito. Con grande fatica guadagno una posizione quanto meno decente, che mi permette di sentire un’ora abbondante in condizioni umane, nonostante i volumi totalmente ridicoli. Jamie, Romie e Oliver ripropongono la stessa identica scaletta già ascoltata in Italia e fanno vedere tutto quello che di buono sono capaci di fare. Certo, allora ero a pochi metri, adesso per vedere se sorridono o meno devo guardare gli schermi. Rimangono comunque uno dei gruppi più grandi del nuovo millennio e “On Hold”, secondo il mio umile parere, è un pezzo clamoroso…

Quello dei Run The Jewels è il mio primo concerto Hip Pop. Ultimamente sto ascoltando un po’ di artisti, sia italiani che stranieri, e di cose interessanti ne ho trovate. Loro sono forse i miei preferiti in assoluto e ci tenevo molto a vederli, al punto che ho rinunciato perfino al palco Backstage, dove si esibivano gli Wedding Present. Avevo un gettone (sì, alla fine uno me l’ero procurato), potevo entrare. Ma di nuovo, la solita storia: “Li vedi già a Brighton, li vedrai domani mattina (sì, ora ci arrivo), lascia perdere”. Un po’ mi sono pentito: El-P e Killer Mike sono due bombe e il loro concerto è una botta di energia e adrenalina da paura. Io però sono allergico alle basi, per quanto fatte bene, e nella loro esibizione non c’era niente ma proprio niente di suonato. Sarò vecchio, ma quando è così, mi sento sempre poco coinvolto.

Infatti non è andata diversamente con Jamie XX, a cui è stato chiesto di rimpiazzare Ocean con un suo dj set. Ecco, io i dj set non li sopporto ma ancora, siccome era lui, ci sono andato. Che dire? Musica di altissima qualità ma alla fine, è uno in consolle che mette i dischi. O no? Aggiungete che ormai avevo i piedi andati e che ero troppo stanco per ballare… diciamo che sono andato a casa prima e finiamola lì.

Sabato 3 giugno:

Il giorno della finale di Cardiff comincia con me che mi alzo presto dopo aver dormito sì e no venti minuti causa zanzare che, in tutta Barcellona, pare fossero presenti solo nella mia stanza (inutile dire che il mio amico però non l’hanno toccato) e con la padrona di casa che mi butta giù dal letto perché deve rifare la camera per altri ospiti. Senza essere in grado di intendere e di volere, mi reco al Forum, prendo i biglietti per la seconda data dei Magnetic Fields, poi mi sposto in taxi per arrivare in tempo all’House Concert dei The Wedding Present che abbiamo avuto il discreto culo di vincere: quest’anno è stata introdotta la novità di far suonare in una casa un gruppo al giorno, all’una di pomeriggio. Posti limitati, lotteria, estrazione. Ha vinto il mio amico ma siccome ogni estratto poteva portare una persona, eccomi qua. Così finalmente li vedo, uno dei miei gruppi preferiti di sempre (scoperti tardi anche loro, però ci hanno messo poco a conquistarmi; i più attenti si ricorderanno che li ho nominati nel primissimo post di questo blog). Splendida location, terrazzo con open bar, concerto bellissimo, setlist piena di classici, suoni pulitissimi e un David Gedge in forma smagliante, con cui ho scambiato qualche parola alla fine, e che è stato talmente gentile da acconsentire a farsi intervistare da me quando andrò a Brighton a vederli. Me li sarò anche persi nei due giorni precedenti ma questa volta è stata davvero memorabile.

Di nuovo The Magnetic Fields, di nuovo “50 Songs Memoir”, si riparte da dove ci si era interrotti, vale a dire dal pezzo n.26. Altro show bellissimo, musicalmente sublime (la proposta qui è stata leggermente più ostica ma forse proprio per questo le qualità dei musicisti e la raffinatezza di certi arrangiamenti sono venuti fuori di più), questa volta non turbato dai continui movimenti del pubblico, visto che sono le 16 e fuori non c’è ancora niente da andare a vedere.

Peccato poter vedere solo la seconda metà del concerto di Weyes Blood ma anche qui, ne è valsa la pena: la ragazza mi aveva un po’ annoiato su disco ma sul palco mi entusiasma. Voce, carisma, controllo, intensità. Ha veramente tutti i numeri per esplodere e dal vivo anche le sue canzoni risaltano meglio e ne viene fuori tutta la componente Wave e Dream Pop che in studio sembrava molto in secondo piano. Finisce con una “Vitamin C” dei Can talmente bella che sì, lo dico, è stato giusto esserci solo per quello.

È stata la curiosità a spingermi ad andare a sentire i Pond ma questa sorta di side project di membri dei Tame Impala (lo stesso Kevin Parker ha prodotto l’ultimo disco) non riesce mai ad entusiasmarmi e anzi, mi annoia molto.

Basta, per ora finisce così. Niente Teenage Fanclub, niente Angel Olsen, niente Van Morrison. Per me adesso c’è solo la Champions League. Soprassediamo sul risultato ma diciamo subito che, se c’è stato un lato positivo nella gigantesca figura di merda che la mia squadra ha raggranellato, è stato che alle 23 precise ero già al Mango Stage, in ottima posizione per gli Arcade Fire, che sarebbero arrivati a mezzanotte in punto. Dopotutto lo avevo detto (tra me e me, perché queste cose apertamente non si dicono): “gli Arcade Fire riuscirei a vederli solo se perdessimo entro i 90 minuti; con qualunque altra combinazione di risultato, dovrei rinunciare”. Appunto. Se non altro qualcosa di positivo è successo. Anche perché, se mi fossi perso questo concerto, poi difficilmente me lo sarei perdonato (al Backstage, quasi contemporaneamente, gli Algiers presentavano il loro nuovo disco. Sono stato tentato fino all’ultimo ma per fortuna non ho ceduto).

Già, perché a parte un altro show musicalmente strepitoso, questa volta con tutto l’impianto luci e i visuali che utilizzeranno per tutto il tour estivo (di cui la data di Barcellona è stata la prima), la scaletta ha visto il recupero di tre perle pazzesche, che da anni mancavano dalle loro scalette e che mai avrei pensato di sentire dal vivo. Nell’ordine: “Neon Bible”, “In The Backseat” (una versione sublime), “Windowsill”, che ha chiuso il set in maniera irreale, con loro tutti schierati con strumenti acustici e illuminati in controluce, così che ne vedevamo solo le sagome. In più, soddisfazione mia, è arrivata anche “Intervention”, una delle mie canzoni preferite, che da tempo sognavo di ascoltare. Grazie Trump, direi. Senza di lui, le canzoni così oscure e “politiche” del loro secondo disco non sarebbero mai state riprese, probabilmente. A questo punto ci vediamo a Milano.

Il mio terzo Primavera si conclude al Pitchfork, nel caos devastante dei Preoccupations, che proprio qui avevo visto per la prima volta, quando ancora si chiamavano Viet Cong. Uno show incredibile, quello dei canadesi, potente, ossessivo e disturbante come solo loro riescono ad essere. Avrebbero dovuto fare 45 minuti, finisce che suonano un’ora, con finali dilatati e accordi ripetuti all’infinito degni dei migliori Swans e alla fine devono staccare la corrente perché chissà altrimenti quanto sarebbero andati avanti. Sotto al palco è tutto un pogo furibondo e un tripudio di stage diving che fa impazzire la security (ero in seconda fila e ogni tanto mi dovevo preoccupare che non mi cadesse qualcuno sulla testa). Pazzeschi, davvero. Lo metto sicuramente nella mia Top Five di quest’anno.

Dovevo essere breve, ho scritto per ore, come al solito. Se avete avuto voglia di arrivare fino alla fine, spero vi sarà venuta voglia di venire anche voi, nel caso non ci siate mai stati. In questo caso, non avrò scritto invano. Lo ripeto, se amate la musica, se la amate in un certo modo, non c’è luogo migliore al mondo dove esserci, per tre giorni all’anno.

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