Il Primavera Sound è un bel casino, a volerci andare davvero con l’intenzione di vedere i gruppi che suonano. Accadono sempre un sacco di cose diverse e quasi tutte contemporaneamente. Scelta e rinuncia sono, di volta in volta, le parole più usate, e se non ne conosci il significato qui non ci si può venire.Ne parlerò in un post apposito, però. Mentre scrivo queste righe mi sono svegliato da un paio d’ore dopo averne dormite non molte di più, e sto comodamente seduto all’ombra, subito fuori dal Parc Del Forum, in attesa che cominci la vendita per il primo dei due concerti che i Magnetic Fields terranno qui, al chiuso dell’Auditori Rockdelux. Ma non avevi proprio nient’altro da fare? Direte voi. No, ma d’altronde qui non ci si viene per fare vita sociale, ci si viene per ascoltare musica. E a volte questo comporta qualche sacrificio.

Ma veniamo al punto, se no qui facciamo notte.

Tra i gruppi principali del festival, come tutti avranno saputo, ci sono gli Arcade Fire. Una band che amo molto, che per circostanze sfortunate ho visto dal vivo una sola volta, e che da mesi sta tenendo tutti col fiato sospeso, perché non si capisce se questo benedetto album uscirà o no.

A fine 2016 hanno annunciato un po’ di date in Europa, tra cui quella del Primavera e la speranza che avremmo avuto tra le mani del nuovo materiale si era fatta un po’ più concreta.

Erano al lavoro, questo ce l’avevano fatto sapere. Ma quando e come si sarebbero palesati, non era dato saperlo.

Poi, qualche giorno prima di partire per Barcellona, si viene a sapere che Win Butler e soci hanno affittato il Palau S. Jordi per farci le prove. Nessun problema, mi dico, dopotutto quella catalana sarà la prima data del tour e potrebbe far loro comodo arrivare qui in anticipo e fare tutto con calma.

Se non che, più passa il tempo e più i rumors di un concerto segreto si susseguono incessanti. Oddio, di per sé sarebbe normale: è tipico del Primavera organizzare un paio di eventi esclusivi il martedì o il mercoledì, riservati a quei possessori di abbonamento che sono arrivati in città prima degli altri o a coloro che vivranno il festival per intero e che lì ci abitano. L’anno scorso, per dire, ci furono gli LCD Soundsystem al martedì, in un piccolo locale, e immagino che per chi c’era sia stato un bel colpo.

Che gli Arcade Fire, quindi, avrebbero potuto esibirsi in quei giorni, era una possibilità per nulla remota. Solo che, a questo giro, l’organizzazione del festival, giusto perché la tensione era già poca, ha disseminato il web di annunci riguardo a non meglio specificati “Unexpected” che sarebbero avvenuti nel corso della manifestazione e che sarebbero stati annunciati poco prima tramite app ufficiale.

Un delirio. Una misura sadica e crudele per gente che si è già riempita la giornata con ogni cosa possibile e immaginabile.

Per cui, complice anche il gruppo Facebook degli italiani del Primavera, vera sentina di deliri e accumulatore d’ansia come pochi, finisce che passo tutto il set dei Local Natives e dei Saint Etienne, il mercoledì sera, a tenere d’occhio il telefono, giusto per capire se fosse venuto fuori qualcosa.

Niente. Per la gioia del mio compagno di viaggio che, stremato, non ne poteva più, una volta finiti i concerti, di sentirmi dire: “Aspettiamo ancora un po’, andiamo giù di qua, magari si scopre qualcosa”.

Il giorno dopo diventa ufficiale così in fretta che non c’è quasi tempo di pensarci. Succede tutto in poche ore: gli Arcade Fire annunciano l’uscita di un nuovo singolo, “Everything Now”, per il 1 giugno; sul loro account Twitter compare una misteriosa scritta “Live from Death Valley, Barcelona” e rimandi continui al titolo del singolo.

Non si capisce più niente ma qualcosa accadrà di sicuro. Poi, come per incanto, la soffiata: il live ci sarà e sarà alle 20.30. La fonte è sicura. L’unica cosa che non si capisce è il luogo: si parla di “un palco vicino al Primavera Stage” ma lì, a parte una collinetta erbosa comodissima per dormirsela alla grande nel momenti morti (per chi ha il lusso di averne, di momenti morti), non c’è nient’altro.

Ma il vero problema è che io ho già tutta la giornata programmata: sto guardando Alexandra Savior nella zona più remota del Forum e poi ho intenzione di rimanere lì, per guardare in rapida successione Julia Jacklin e i Glass Animals. Non esattamente i miei momenti imperdibili del festival ma i loro dischi mi sono piaciuti molto e sono curioso di vederli in azione.

La domanda è scontata: mi muovo o non mi muovo? Rinuncerei a due concerti sicuri per uno ipotetico che non si sa neppure dove si farà? E se poi fosse difficile o impossibile entrare? Ma poi gli Arcade Fire non suoneranno già sabato sera? È il caso di perdere tempo?

La risposta a queste domande, come spesso accade, non è mai frutto di ragionamenti. Basta semplicemente vedere come si reagisce quando accadono le cose. Ad un certo punto succede che viene postata la location esatta: è proprio la collinetta di fronte al Primavera Stage, solo che adesso hanno montato in fretta e furia un palco, c’è il logo EN visto su Twitter la sera prima, non ci sono più dubbi.

E basta, si molla tutto e si va.

Quando arrivo, qualche minuto dopo le 20, l’area antistante, già dovutamente recintata e con accesso rigorosamente regolato da uomini della sicurezza armati di conta persone, è già bella gremita. Il palco è a 360 gradi, e questo consente la visione anche alle persone rimaste fuori, che si sono assiepate sulle balaustre che circondano il posto.

La tensione cresce ma ormai è certo che ci saranno loro. E infatti alle 20.30 precise Win Butler, suo fratello Will, Regine Chassagne e tutti gli altri, si palesano, salutano e attaccano “Everything Now”. I suoni non sono proprio il massimo ma sono sufficienti per capire che si tratta di un bel pezzo, diretto e orecchiabile già dalle prime battute, con tutte le potenzialità per divenire uno dei brani più amati del loro repertorio.

Da lì in avanti, sarà un’ora abbondante di classici, uno dietro l’altro, suonati con la solita passione e semplicità che li contraddistingue.

Perché gli Arcade Fire sono così: sul palco sono un gruppo di amici e una famiglia allo stesso tempo; sono tanti, si scambiano gli strumenti, suonano sempre in assetti differenti e si divertono un casino. Cantano di cose serissime ma lo fanno con leggerezza; non nel senso di superficialità ma con quell’atteggiamento di chi intuisce che la vita è una cosa seria e quindi va vissuta facendo le cose che si amano di più.

Lo percepisci subito, quando li vedi, che sono così. E ti commuovi, anche. Non solo perché hanno un repertorio spettacolare, non solo perché suonano da Dio e sono coinvolgenti come non mai; ma proprio perché lo avverti, che per loro è importante. Che suonare così bene è il modo con cui ti comunicano che è bello vivere.

Per cui “No Cars Go”, con quella storia di partenza e di redenzione, una sorta di declinazione Indie del sogno americano; o “Afterlife”, che piangi solo a pensare al video del pezzo, che poi quando lo senti e vedi loro così sorridenti, non capisci quasi come si possa coniugare tanta serenità in tanto dolore; o ancora, “Reflektor”, con le sue riflessioni su connessioni internet, legami di amicizia, vicinanza effettiva e vicinanza virtuale. Arriva anche un altro brano nuovo, che pare un po’ un’outtake del disco precedente ma magari, pensiamo, dipende dal suono. E poi comunque non era così male.

C’è anche “Ready to Start”, con quella cavalcata così epica, così americana, che stava su quel disco dove hanno parlato delle loro origini provinciali come nessun altro o pochi altri avevano fatto prima.

E infine, a concludere il tutto, quella “Rebellion” che ci fa urlare a squarciagola, che ci ricorda per l’ennesima volta che “Funeral” è stato l’esordio più importante degli anni Zero e che ci sta anche, se c’è ancora un sacco di gente che lo ritiene il loro disco migliore.

È stata dura perdere due concerti per vederne uno. Dipendesse da noi, modelleremmo la realtà a nostra immagine e somiglianza e per fortuna che non ci è permesso. Mi è spiaciuto, certo. Ma un concerto dei miei gruppi preferiti completamente inaspettato, un concerto dove ho potuto vederli a pochi metri di distanza, cosa ormai non più scontata visto quanto stanno crescendo, è un regalo talmente straordinario, talmente gratuito, che si può solo ringraziare.

Dopotutto se c’è una cosa che insegna un festival del genere, è proprio che nella vita bisogna ringraziare più di quanto ci sia da lamentarsi.

Anche perché, dopo aver bazzicato qualche ora sui palchi principali del Primavera, mi sa che la soluzione più saggia sarà boicottare il loro show per vedere i Wild Beats… vedremo.

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