Consentitemi un ricordo personale, per iniziare. Era il 1999, frequentavo l’università e i Radiohead li avevo scoperti da pochissimo. Mi era stata passata una cassetta duplicata con su sopra “Pablo Honey”, il loro disco d’esordio, quello della famigerata “Creep”. Quell’album mi piacque immediatamente, denso com’era di melodie e fresco nella sua immediatezza. Pensavo che questi Radiohead erano veramente bravi e, sapendo che il loro ultimo disco, “Ok Computer”, uscito solo due anni prima, era considerato il loro capolavoro indiscusso, non vedevo l’ora di ascoltarlo: “Se “Pablo Honey”, che tutti ritengono acerbo e superato, mi piace così tanto – pensavo nella mia ingenuità – figuriamoci quanto amerò quell’altro…”.Non andò esattamente così. Quando ebbi finalmente tra le mani un’altra cassetta duplicata (già, perché all’epoca, se non volevi prendere un disco a scatola chiusa, dovevi aspettare che qualcuno te lo copiasse su nastro oppure che ti prestasse la sua copia. Il file sharing selvaggio, comunque, era alle porte anche se nessuno di noi ancora lo sospettava), il tanto sospirato ascolto non andò esattamente come previsto. Mi aspettavo canzoni melodiche e accessibili come quelle di “Pablo Honey” ma di qualità superiore; quello che invece vi trovai fu un insieme di suoni e di atmosfere difficilmente decifrabili, intervalli melodici strani, ritornelli ambigui e un senso complessivo di non linearità discordante.

Anni dopo scoprii di non essere stato l’unico ad avere avuto questa impressione iniziale. Se è vero quel che scrive Mac Randall, uno dei più importanti biografi del gruppo, i rappresentati della EMI, la casa discografica per cui incidevano dall’inizio della loro carriera, quando ascoltarono per la prima volta il disco finito, ritoccarono immediatamente le loro previsioni di vendita, da due milioni a 500mila copie.

La band di Oxford arrivava dal successo di “The Bends”, che era un lavoro di livello altissimo ma anche accessibile e (cosa che piaceva molto a loro), zeppo di potenziali singoli.  

“Ok Computer” non sembrava avere niente di tutto questo. Oddio, qualcuno dell’etichetta si era recato a vedere cosa stessero combinato, durante i mesi delle registrazioni e si era imbattuto in episodi che aveva apprezzato molto. Ce n’era una in particolare, “Lift”, che sembrava poter avere tutte le carte in regola per replicare e forse addirittura superare il successo di “Creep”, la mega hit che ne aveva lanciato e contemporaneamente quasi distrutto la carriera, quattro anni prima.

Bene, di quei brani che piacevano così tanto a quelli della EMI, nella scaletta definitiva del disco non ne era rimasto nessuno (alcuni uscirono più tardi come Bside, altri circolano da anni su bootleg e saranno pubblicati ufficialmente a giugno, quando il disco verrà ristampato in una lussuosa edizione speciale).

Naturale la delusione, per gente abituata a concepire il valore della musica solo in termini di copie vendute.

In qualche modo però, diedero loro fiducia. Era già successo dopo “Creep”, quando i cinque sembravano non avere nessuna intenzione di proseguire sulla stessa strada. Alla fine ne era venuto fuori un album bellissimo, più maturo del precedente, che aveva dato anche diverse soddisfazioni commerciali. Perché non dar loro retta anche questa volta, quindi?

Lo fecero e “Ok Computer” divenne non solo il disco più importante, amato e celebrato della discografia dei Radiohead, ma anche uno dei punti fermi della storia del rock. Che si ami o che si odi, che si sia cresciuti coi Beatles e gli Stones o coi Blur e gli Oasis, chiunque voglia capire davvero tutto quel che è accaduto musicalmente parlando negli anni ’90, non può non pagare pedaggio a questo album dalla copertina sfocata, dalla sbiadita tonalità bianca e azzurra, che in poco più di cinquanta minuti ha fatto a pezzi e poi ridefinito tutte le coordinate del rock, così come le conoscevamo prima.  

Queste cose all’epoca non le sapevo, ma dopo quel primo, traumatico ascolto, ci ho provato anch’io, a dare una seconda chanche a quella cassettina duplicata. Inutile dire che oggi è uno dei miei dischi preferiti (in realtà non ci ha poi messo molto a diventarlo),

E così oggi, che sono passati vent’anni da quel 21 maggio del 1997, vale forse la pena scrivere ancora qualcosa su questo disco, anche se è stato analizzato, sviscerato e raccontato in ogni sua parte da gente che, contrariamente a me, di musica capisce e sa scrivere.  

“Molte persone – disse Thom Yorke in un’intervista rilasciata poco dopo l’uscita dell’album – sono convinte che il titolo del disco nasconda una considerazione totalmente positiva. Ok computer. Come dire che il computer va bene. Ma quello che mi preoccupa della rivoluzione informatica è quanto le persone possano scoprire a proposito di te. È un’incredibile invasione della privacy. Non importa dove tu stia nel mondo, c’è qualcuno che può scoprire se stai usando la tua carta di credito. Ho studiato con perplessità queste dichiarazioni dei militari entusiasti dell’esistenza del web perché in futuro il potere non dipenderà dalle armi nucleari ma dal controllo delle informazioni.”  

Profetico, se si pensa a quello che è diventato il mondo in questi vent’anni. Ma sarebbe sbagliato pensare che questo titolo così particolare nascondesse il preciso intento di condannare l’alienazione della società contemporanea. Molto spesso si è parlato dei Radiohead come dei principali interpreti del disagio introdotto dalla modernità, come i più grandi cantori del disagio e della paranoia dell’uomo del XX secolo, sospeso tra l’arroganza e l’euforia date dalle sue conquiste tecnologiche e il senso di smarrimento che lo prende nel constatare che il significato della vita rimane ancora parecchio distante.

Ovviamente c’è anche questo, per carità. Ma sarebbe forse riduttivo metterla giù in maniera così semplice.

Perché la band inglese è sempre sfuggita ad ogni definizione, tipica caratteristica di chi fino ad ora ha pubblicato nove dischi, uno diverso dall’altro; eppure, se qualcosa di riassuntivo si può dire, potremmo azzardare che sono sempre stati bravissimi a raccontare quel che vedevano. Sono sempre stati bravissimi a prendere le suggestioni del proprio tempo e quelle che provenivano dal proprio vissuto quotidiano e a trasformarle in canzoni dalla potenza tale che sarebbe impossibile pensare di poterle prendere sul serio tutte le sere, suonandole da un palco.

Negli anni si sono costruiti la fama di gruppo depresso e noioso, ma sono tutto tranne che questo. Chi fosse ancora attaccato a questo luogo comune, potrebbe per esempio andarsi a leggere quel saggio che il famoso critico Alex Ross gli ha dedicato nel 2003, dopo aver passato una giornata intera in loro compagnia, prima di un concerto a Bilbao. Ne emerge il vivace ritratto di cinque individui colti e appassionati di mille cose diverse; autentici ragazzi della porta accanto, amici tra di loro, che se la godono a suonare e che non conoscono minimamente gli atteggiamenti da rockstar.  

E, ad aggiungere un altro elemento significativo, Ross è un esperto di musica classica che si è più avanti avvicinato al rock. E i Radiohead sono uno dei suoi più grandi amori in questo campo. È un dato che fa capire come questa band giochi spesso e volentieri in campionati diversi da quello dove si sarebbe abituati a vederli in azione normalmente.

“Ok Computer” non è un disco depresso. E non è neppure un disco apocalittico, nonostante contenga molti elementi che potrebbero farcelo credere.  

Innanzitutto, il titolo non è quello che sembra. Certo, chi vi ha voluto vedere una presa di posizione o anche solo un richiamo esplicito alla rivoluzione informatica che proprio a fine millennio entrava nella sua fase più calda, non ha di sicuro preso un granchio. C’è sicuramente anche questo (come del resto l’intervista citata prima ha fatto capire) ma la realtà è che quelle due parole sono semplicemente il modo che il presidente della Federazione Galattica, Zaphod, ha adottato per rivolgersi ad Eddie, la mega intelligenza artificiale responsabile del funzionamento della sua astronave; un personaggio ovviamente ispirato al famoso Hal 9000 del kubrickiano “2001: Odissea nello spazio”.

Stiamo parlando della saga fantascientifica di Douglas Adams, quella che inizia con “Guida galattica per autostoppisti” e che ha sempre avuto in Thom Yorke uno dei suoi appassionati più fedeli. Ci sono riferimenti espliciti a quest’opera in almeno tre delle canzoni del disco ma il singer l’ha citata più volte anche in altri lavori. E già solo questo basterebbe a smentire l’affermazione che il terzo disco degli inglesi sia cupo e depresso. Perché chi ha letto Adams sa perfettamente che ciò che lo caratterizza maggiormente è l’ironia. C’è molto Black Humour, ovvio, si sta dopotutto parlando di un autore britannico. Eppure, leggendo i cinque volumi che compongono la storia, le risate superano di gran lunga le preoccupazioni.

E infatti, se si leggono tra le righe i testi di questo disco, si scopre che c’è molta più ironia di quello che ci si potrebbe immaginare, anche se nel complesso non si sta certo parlando di roba confortante.

Il titolo descrive però molto meglio la musica dei testi: “Ok Computer” è un disco dove la tecnologia ha svolto un ruolo decisamente preponderante. Prima ancora di “Kid A”, che avrebbe nuovamente spostato avanti l’asticella delle loro possibilità espressive, Yorke e soci si sono affidati alle possibilità dell’informatica applicata allo studio di registrazione. Tutto l’album è avvolto dai rumori del mondo moderno, che siano quelli di un aeroporto o suoni digitalizzati di varia provenienza. La voce sintetica dell’intermezzo “Fitter Happier”, che invita ironicamente ad essere più in forma e più produttivi, per adeguarsi ai nuovi standard imposti dalla globalizzazione, funge da ideale ponte per le due facciate di un album (ragionando ancora in termini di vinile) dove i campionamenti e la tecnica del Cut and Paste (soprattutto sulla batteria) sono stati utilizzati massicciamente. È, fino ad allora, il lavoro più sperimentale che la band abbia mai realizzato. Ci sono tantissime sovraincisioni, tanta elettronica e tante influenze che con il rock non hanno niente a che fare e che derivano dalla passione che Jonny Greenwood, il giovanissimo e talentuoso chitarrista solista del gruppo, ha sempre avuto per la musica classica contemporanea e che più avanti lo avrebbe portato a divenire un importante compositore di colonne sonore cinematografiche.  

Ci sono poi diversi tempi dispari, influenze sinfoniche e moltissimi passaggi ostici, che richiedono diverso tempo per essere assimilati a dovere.

Eppure, nonostante il disorientamento iniziale che potrebbe cogliere orecchie poco allenate a siffatti esperimenti (come lo erano le mie all’epoca e come molto probabilmente lo erano anche quelle dei dirigenti della EMI) questo disco è pieno zeppo di melodie.

Lo ha dichiarato lo stesso Johnny Greenwood, subito dopo la pubblicazione: “Ci sono persone che credono che sia un suicidio commerciale perché non ha niente di Pop. Io penso piuttosto che sia pieno di melodie pop.”

Il problema, piuttosto, nasce dal fatto che non siamo di fronte ad un album fatto di canzoni. Se il precedente “The Bends” era soprattutto una raccolta di brani memorabili, questo ha la sua forza nella coesione interna, nell’esperienza che si fa nell’ascoltarlo dall’inizio alla fine, piuttosto che nei singoli episodi. I quali, se presi uno ad uno in separata sede, non sono tutti trascendentali, anzi. Non sono certo il solo a dire che “Electioneering” e “Climbing Up The Walls” non siano proprio memorabili, eppure se venissero tolte dal percorso principale, l’unità ne verrebbe radicalmente compromessa.  

E poi c’è “Karma Police”, che è diventato il loro brano più famoso, che ha fatto impazzire milioni di persone ma che, la sparo grossa, mi è sempre parsa piuttosto ordinaria, priva di mordente. Capolavoro il testo (l’idea di questa fantomatica “Polizia del Karma” a cui il cantante chiede di arrestare gli scocciatori e gli indesiderati è ancora sorprendentemente attuale e riassume alla perfezione certe idiosincrasie della modernità), alquanto banale la musica, una sorta di versione tetra di quel Brit Pop che qualche anno prima aveva ucciso tutte le classifiche mondiali. Fu grazie a quel brano che il disco vendette così tante copie? È grazie a quel brano che i Radiohead sono tutt’ora uno dei gruppi più famosi del pianeta? Può darsi.

Ma anche qui, “Karma Police” non può essere tolta dal luogo a cui appartiene, altrimenti l’edificio del disco crollerebbe su se stesso: Thom Yorke, lo ha dichiarato lui stesso, ha perso giorni interi a decidere la sequenza esatta dei brani, perché in qualche modo intuiva che c’era una sola possibilità per far funzionare tutto. Oggi scopriamo che aveva ragione. Sarà la forza dell’abitudine, sarà che le abbiamo conosciute solo in quell’ordine, queste canzoni, ma provate a caricarle su iTunes, o ad aprire Spotify e a far partire la modalità Shuffle. Poi mi direte se l’effetto è stato identico.

Si parte con “Airbag”, con quel suo riff memorabile saturo di distorsione, con quell’alternanza continua di maggiore e minore nella sequenza degli accordi, un’instabilità che permeerà tutto il disco, quasi a trasmettere una sensazione di incertezza. Il tema sono le macchine, quelle scatole mortali che terrorizzano Yorke sin da quando era adolescente (un incidente ai tempi dell’università pare essere stato alla base di tutto) ma vi sono contenute anche citazioni “cosmiche”, rese alla perfezione da un suono che si dilata progressivamente, e richiami alla saga di Douglas Adams.  

Che la successiva “Paranoid Android” sia non solo un capolavoro ma anche uno dei brani più belli del XX secolo, non sono di sicuro il primo a dirlo. Ispirata dal fascino che i cinque hanno sempre nutrito per la Beatlesiana “Happiness is a Warm Gun”, ne riprende la struttura a sezioni ma la riempie con l’ironia (il titolo è una citazione esplicita di uno dei più importanti personaggi della Guida Galattica), con la tragicità, il caos, lo struggimento, la perdita di senso.

Il giro di arpeggio iniziale è memorabile ma il corale a quattro voci con cui il brano si conclude è al di là di ogni immaginazione. “God Loves His Children”, canta Yorke alla fine, e la melodia celestiale farebbe pensare ad un abbandono religioso. Il contesto generale, purtroppo, ci suggerisce tutt’altro e questo modo così struggente di esprimere la paranoia e la disillusione è uno degli elementi che rende questo disco un capolavoro.

“Subterranean Homesick Alien”, citazione Dylaniana a parte, si apre con un piano Rhodes e gioca tutto tra l’ariosità di certi passaggi e il senso di alienazione e incomprensione che emerge dal testo. Il tutto in una canzone che qualcuno (non ricordo chi) ha definito “una cover di Lucy in The Sky With Diamonds suonata da U2 e Pink Floyd insieme.”.

“Exit Music (For a Film)”, che la band ha scritto per l’adattamento cinematografico che Baz Luhrmann ha fatto di “Romeo e Giulietta” e che compare nei titoli di coda, è uno degli episodi più struggenti della musica contemporanea, una ballata dove la chitarra acustica accompagna la voce solista e dove un basso distorto arriva inatteso, fastidioso ed invadente a coprire il punto più intenso della melodia, quello dove la canzone raggiunge il suo picco emozionale.

C’è un punto di sofferenza in ogni esperienza di bellezza, sembrerebbe dire; c’è una contraddizione nella realtà, che fa soffocare e ogni cosa bella è destinata a finire.

Dalla fuga tragica dei due amanti si passa, senza soluzione di continuità, alla fuga offerta dall’aeroporto: “Let Down” è un brano sublime, costruito su un crescendo che passa dall’apatia all’esplosione emotiva, con una voce che parte piatta, quasi monocorde, e progressivamente si innalza a disegnare vette di bellezza impensabili.

Anche qui, ancora una volta, c’è quel contrasto tra musica e testo che è proprio di tutto il disco: a sentirla così, distrattamente, sembrerebbe uno di quei brani Pop da cantare a squarciagola in uno stadio. In realtà si parla di desiderio di fuga e senso di inadeguatezza, con l’io narrante che si sente come uno scarafaggio che, allo stesso tempo, possiede un paio d’ali per poter volare via.

Di “Karma Police” abbiamo già detto. Arrivati a questo punto, la canzone colpisce col suo andamento liberatorio, almeno fino a quando non si va a vedere quel che realmente dice il testo.

La seconda parte, dopo il passaggio inquietante di “Fitter Happier”, è probabilmente inferiore alla prima. “Electioneering” è una cavalcata elettrica a sfondo politico che, presa singolarmente, dice molto poco; “Climbing Up The Walls”, col suo andamento lento e funereo, passa quasi senza lasciare segno.

Decisamente di altro livello è invece “No Surprises”: una melodia orecchiabile, allegra, quasi da filastrocca, che contrasta in modo angosciante con il video che la accompagna, che mostra un Thom Yorke che canta all’interno di uno scafandro di vetro che progressivamente si riempie d’acqua. “Un cuore pieno come una discarica, un lavoro che lentamente ti uccide, bruciature che non guariranno. Sembri così stanco, infelice; butta giù il governo, loro non parlano per noi. Vivrò una vita tranquilla, una stretta di mano al monossido di carbonio. Niente allarmi, niente sorprese, niente allarmi e niente sorprese, per favore.”.

Il rendersi anestetizzati al dolore, il genere umano che “non può sopportare troppa realtà”, già cantato a suo tempo da T.S. Eliot. Anche questa, purtroppo è la modernità. E i Radiohead non hanno mai espresso con tanta bellezza quel senso di soffocamento che la nostra epoca rischia di suscitare da più parti.

Sul finire, il disco regala due tra gli episodi più eleganti: il primo è “Lucky”, che era già uscito nel 1995 all’interno di una compilation e che la band ritenne di dover riproporre in quella stessa identica versione, visto che i tentativi di remixarla non avevano dato risposte soddisfacenti. Si tratta di un pezzo di ispirazione pinkfloydiana, dominato dagli affascinanti armonici provenienti dalla chitarra di Ed O’ Brien e impreziosito, a partire dalla seconda strofa, da una tastiera suonata da Jonny Greenwood. Negli anni diventerà una delle loro preferite durante i concerti, spesso suonata nelle prime battute dello show.

In conclusione, “The Tourist” oscilla tra ¾ e 4/4, una canzone delicata, che col suo “Slow Down” ripetuto nel refrain sembra quasi un’esortazione a lasciarsi alle spalle le nevrosi cantate per tutto il resto del disco. C’è qualcosa di vero, in effetti: “Quando decidemmo di mettere The Tourist alla fine – dirà più avanti la band – scoprimmo che era l’unica soluzione possibile, perché buona parte dell’album parlava del rumore di fondo, della velocità eccessiva, dell’incapacità di tenere il passo.”.

Qui Thom Yorke offre probabilmente una delle sue prove migliori. Lui stesso, in seguito, ebbe sorprendentemente a dichiarare: “Il pezzo era rimasto in un cassetto per mesi. Quando lo tirai fuori di nuovo gli altri mi dissero: ‘mettici un cantato, così possiamo lavorarci su.’ Non c’era alcun coinvolgimento emotivo. Cioè, non partecipavo un granché, era più una cosa tipo: ‘canta e togliti di mezzo’.”.

Sono passati vent’anni e “Ok Computer” rimane quel capolavoro che fu salutato il giorno della sua uscita. Non si erano sbagliati, tutti quelli che lo hanno osannato. È un disco ancora sorprendentemente attuale, in grado di emozionare anche le generazioni più giovani, che non lo hanno vissuto in diretta.  

Ma, perdonatemi, non lo considero il loro disco migliore. Sarebbe un insulto verso un gruppo che da allora ha fatto uscire altri sei album e tra questi ci sono titoli come “Kid A”, che ha inaugurato e imposto ai Duemila la direzione da seguire e “In Rainbows”, che ha mostrato nuovamente un collettivo perennemente alla ricerca di nuove dimensioni. Per non parlare poi di “The King of Limbs” (forse il lavoro più complesso che abbiano mai realizzato) o dell’ultimo “A Moon Shaped Pool”, che è uscito da un anno e che ancora non se ne vuole andare dal mio stereo.

No, i Radiohead non si sono fermati ad “Ok Computer”. Ma quel disco rimane ancora inimitabile nel modo in cui è riuscito a rappresentare la dialettica tra una tecnologia che rischia di rubarti l’anima e un uomo che, grazie alle sue capacità e al suo desiderio illimitato, potrebbe riuscire a non soccombere.

“Posso essere me stesso oppure sarò per sempre condannato all’alienazione?”. Questa sembra essere la domanda che percorre tutto il disco come un filo rosso. A giudicare dalla carriera che stanno facendo, dalla serenità che, nonostante tutto, sono riusciti ad esprimere, direi che la prima risposta è quella che i cinque di Oxford prediligono.

A giugno suoneranno finalmente in Italia, cinque anni dopo l’ultima volta. Spero proprio che ci andrete tutti.

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