La morte di Chris Cornell mi ha colto di sorpresa al suono della campanella della seconda ora, quando lasciavo la classe dove ero stato fino a quel momento, per andare a prendere un caffè e passare al resto della mattinata. Apri Facebook come fai di solito, per controllare cosa c’è di nuovo. Vedi i post, rimani di sasso. Non sai cosa dire.Per cui la prima cosa da ammettere, di questa morte, è proprio che ci ributta davanti, ci getta in faccia, lo spaventoso mistero dell’ineluttabilità della morte stessa.

La vita è una cosa seria ma, sembra assurdo, il più delle volte non ce ne accorgiamo mai. E deve arrivare la morte a ricordarci la verità. Che può essere anche la morte di un musicista famoso, uno che abbiamo ascoltato, che abbiamo amato o anche uno che abbiamo solo conosciuto di nome. Ne sono morti, di musicisti, nell’ultimo anno. È morto David Bowie, per esempio, ed è stato un brutto colpo per tutti. E credo proprio che ognuno di noi, chi più chi meno, abbia fatto l’esperienza di perdere qualcuno di caro, che ovviamente è molto peggio di quando muore un musicista.

La morte è così, a volte ti avvisa e a volte no ma sempre, anche quando non sembrerebbe, sa giungere inaspettata, sa lasciarci senza parole.

E alla morte, per quanto possa sembrare strano, non ci si abitua mai. Ne abbiamo visti tanti andarsene, di musicisti e di persone che abbiamo realmente conosciuto. Dovremmo saperlo, ormai, che non si vive per sempre. Eppure, ogni volta è come la prima volta. Vorresti che non fosse vero e non riesci a trovare parole per esprimere quello che hai dentro.

E allora il primo motivo per cui sono qui a scrivere queste cose è proprio questo. Ribadire che non c’è niente da dire, non c’è niente da scrivere. Ribadire la necessità di stare davanti a questo contraccolpo. Di stare davanti a questa urgenza di silenzio che la scomparsa di un grande artista ci mette nel cuore. A tutti, anche a quelli che in questo momento stanno pensando che devono trovare per forza le parole giuste per commentare.

La seconda cosa è però di carattere più strettamente musicale. Questo è un blog di musica, l’ho aperto per parlare di musica. E io di Chris Cornell qualche cosa voglio dire. Sarà banale, sarà scontato, ma è quello che ho di lui e ho il piacere di ricordarlo così.

I Soundgarden non sono mai stati tra i miei gruppi preferiti, della cosiddetta zona di Seattle. Quando uscì “Superunknown” e il video di “Black Hole Sun” passava ad ogni ora del giorno su MTV, pur ammirando la forza visionaria delle immagini, rimanevo piuttosto indifferente alla canzone. Mi sembrava roba di basse pretese, mi tenevo stretto il mio metal e al massimo ascoltavo i Nirvana.

Strano, perché quando anni dopo scoprii “Badmotorfinger” e ancora più indietro, “Ultramega Ok” e “Louder Than Love”, mi resi conto che suonavano molto più pesanti di tante delle cose che ascoltavo allora. Erano una band metal, i Soundgarden e Chris Cornell, così tanto debitore a Robert Plant nella sua ugola esplosiva, era un cantante metal a tutti gli effetti.

Per cui sembra ironico che me ne sia accorto solo dopo, quando ormai di metal non ne sentivo quasi più ed erano altre le sonorità che avevano catturato la mia attenzione.

Il Grunge come definizione, come concetto in sé, probabilmente non è mai esistito. Ma che a Seattle e dintorni, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, siano arrivate delle band strepitose, è fuori discussione. A me piacquero quasi da subito i Nirvana, piuttosto presto i Pearl Jam. Gli Alice in Chains, gli Screaming Trees, i Tad, i Mudhoney, li recuperai solo molto più tardi.

E i Soundgarden, pare incredibile a dirsi, non mi piacquero mai. Non so perché: forse ricordavano troppo il metal in un periodo in cui di metal non ne ascoltavo più; forse avevano troppe chitarre in un periodo in cui il rock, quello rumoroso e, appunto, “chitarristico” mi sembrava un po’ troppo volgare, di maniera.

Non saprei. Fatto sta che, nonostante possieda da tempo una copia di “Badmotorfinger” e una di “Superunknown”, nonostante conosca tutta la loro discografia e apprezzi in modo particolare l’irruenza selvaggia dell’ep d’esordio “Screaming Life”, non sono mai entrati nel novero delle mie band preferite.

Certo, la voce di Chris Cornell è lì da ascoltare, è impossibile che passi inosservata, ma la sua potenza, il modo in cui spingeva sugli acuti, mi ricordavano forse un po’ troppo quei cantanti che per anni avevo amato e che improvvisamente, senza una vera e propria ragione, mi erano sembrati quasi ridicoli, ancorati ad un modello e a degli stilemi che solo un adolescente avrebbe potuto trovare interessante.

Per cui, il Chris Cornell che ho amato di più non si trova nei Soundgarden. Si trova soprattutto in “Euphoria Morning”, il suo esordio come solista datato 1999, appena due anni dopo lo scioglimento del suo gruppo. Non ricordo bene la vicenda, ma mi pare che sia stato registrato poco dopo un periodo di riabilitazione passato in una clinica, per provare a liberarsi dai demoni dell’alcol. O forse questo è accaduto dopo, prima di “Carry On”, il suo secondo lavoro, uscito nel 2007 dopo la parentesi con gli Audioslave.

Non ricordo, e sarebbe troppo semplice andare a controllare su Wikipedia. Voglio andare a memoria, voglio anche sbagliare ma voglio partire da quello che so, dai miei ricordi.

E allora fatemi dire che “Euphoria Morning”, che uscì quando avevo da poco iniziato l’università e che mi fu dato da un’amica che aveva vissuto in pieno tutta l’ondata di Seattle, mi entusiasmò subito. Non sapevo nulla di Nick Drake, non conoscevo Jeff Buckley, il Soul o Johnny Cash. Eppure mi piacque quel modo così sofferto, malinconico di cantare le sue canzoni, il modo così leggero e quasi dimesso con cui usava la sua voce, come a voler dimostrare di essere un altro, come a voler smarcarsi da quel successo che ti porta in cielo ma che allo stesso tempo può rinchiuderti in una prigione da cui è impossibile uscire.

Ho imparato poi, leggendo, ascoltando e studiando, che la sua straordinaria fisicità, ostentata sul palco durante concerti spesso a petto nudo, la sua voce così potente e allo stesso tempo così sensuale, ne fecero agli esordi un Sex Symbol, il prototipo di una rockstar che però, allo stesso tempo, non desiderava esserlo. Una musica, il Rock and Roll, nata anche da precisi richiami, impulsi sessuali, che veniva ora suonata e portata ai massimi livelli da un gruppo di ragazzini capitanati da un chitarrista mezzo indiano e con un frontman che faceva impazzire le ragazze ma che, allo stesso tempo, non era interessato alle conquiste (tra le altre cose, era già legato a quella che sarebbe poi divenuta la sua prima moglie).

E del resto fu anche questo ciò che affascinava della cosiddetta “Scena di Seattle”: che era composta da gente che aveva solo voglia di divertirsi e di suonare insieme, senza per forza di cose collezionare groupie o sfasciare camere d’albergo.

Sarebbe forse troppo retorico dire che si trattò dell’ultimo vero movimento rock, che fu l’ultimo momento in cui i musicisti vivevano insieme, provavano in garage, si esibivano in ogni buco possibile e immaginabile e le tentavano tutte per registrare un disco. Sarebbe retorico, appunto; ma probabilmente un po’ è la verità.

Ma i miei ricordi di Chris Cornell sono più recenti. E riguardano anche un disco dal vivo, “Songbook”, uscito nel 2011, documento di un tour americano in cui girava i teatri riproponendo il repertorio di tutta una carriera, accompagnato unicamente da una chitarra acustica. Un disco da paura. Per il modo in cui la voce, non più solida e sicura come ai vecchi tempi, ma forse per questo ancora più affascinante, reinterpretava i Soundgarden, gli Audioslave, i Temple of The Dog, le sue cose da solista. Portando tutto nella stessa dimensione temporale. Portando tutto in un luogo e in un tempo in cui esistevano solo lui, una chitarra, la sua voce e la voglia di ricominciare, dopo tutto quello che era accaduto.

Sarebbe venuto in Italia di lì a poco, per promuovere quel disco e io comprai al volo un biglietto per la data di Torino. Dovevo esserci. Poi lui si pigliò un’intossicazione alimentare e annullò solo quella data. Lo scoprii la sera stessa, già arrivato sul posto, perché gli organizzatori non erano stati proprio tempestivi nel comunicare la notizia.

Non ho mai più avuto un’occasione per rivederlo. Ho saltato la reunion dei Soundgarden, nel 2012, perché il biglietto era troppo caro e vedere loro non mi interessava più di tanto. Quell’anno ero a Londra per Bruce Springsteen e la sera prima, ad Hyde Park, suonavano loro. Pioveva piuttosto forte e mi presentai ai cancelli a concerto già iniziato per vedere se mi avrebbero fatto entrare anche senza biglietto. Ovviamente non fu così. Stetti fuori ad ascoltare quattro o cinque canzoni, prima di tornare in albergo. Fu il mio primo e unico contatto con Chris Cornell. Sarei potuto andare agli Arcimboldi lo scorso anno ma non ne avevo voglia, ormai la magia era passata.

E adesso non ci sarà mai più un’altra occasione. La morte è dolorosa, è crudele ma in un certo senso ci restituisce la grandezza e la bellezza della vita. E io oggi, mentre sono qui a pensare a Chris Cornell che non c’è più, non posso fare a meno di pensare che la vita è bella. Bella per davvero.

Ogni parola in più, a questo punto, sarebbe superflua.

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