Un anno fa ho pubblicato questo post e le visualizzazioni che ha ottenuto mi hanno spinto a farmi un po’ di domande. Ho aperto questo blog sull’onda di un’esigenza, che è quella di raccontare il mio modo di vivere e di godere della musica. Non mi aspettavo grandi risultati e non ho fatto nulla per far parlare di me, per far sapere che questo luogo esisteva. Come da copione, non ho ottenuto risultati ma il dialogo ristretto con quei pochi che mi leggono è più che sufficiente per andare avanti. Dopotutto, scriverei anche se mi leggesse una sola persona quindi direi che va più che bene.  

Il post di qui sopra, però, è stato visto da parecchia gente. E anche commentato da parecchia gente. Molta di più di quella che abitualmente legge il mio blog, in effetti.

La cosa mi ha fatto piacere, ovviamente. Abbiamo tutti il nostro ego e sarebbe falso dire che non ce ne frega niente dei consensi che riceviamo, in ogni campo. Eppure, allo stesso tempo, qualche riflessione ho dovuto farla: è evidente che quel pezzo non è piaciuto così tanto perché era scritto bene. Il mio seguito è aumentato, dopo la sua uscita, ma non in maniera così significativa. In ogni caso, nessuno dei miei post successivi ha mai ricevuto anche solo un decimo delle visualizzazioni totalizzate da “La morte del pubblico”. Quindi io non c’entro, il mio blog non c’entra. Il 70% di quelli che hanno letto, non hanno mai neppure visitato l’Home page. Zero proprio.

E neppure c’entrano i contenuti particolarmente innovativi che vi sono espressi. Mi sono limitato a riportare cose che leggevo da tempo in giro, personalizzate dalla mia esperienza, dalla mia sensibilità. Ma la tesi, in fin dei conti, non era nuova. “The Shallows” di Nicholas Carr, per dire, che è ormai un classico sull’argomento, non dice niente di diverso. E quello sì che è un testo autorevole.

Quindi, che è successo esattamente? Alla base, un fattore indubbio: l’articolo è stato condiviso da due o tre persone che hanno un largo giro di contatti. Da lì, è iniziato il resto. Questa storia di influencer, però, non è una spiegazione sufficiente. Perché non aiuterebbe comunque a capire: perché quel pezzo sì e altri no? Sono abbastanza certo che, in quanto a contenuti e punti di vista espressi, io ne abbia scritti altrettanti che si attestavano bene o male sugli stessi livelli.

Sono abbastanza convinto che il motivo principale di questa inattesa diffusione, sia stato in realtà il tono polemico, disilluso e anche parecchio tragico di quel che ho scritto. Viviamo in un’epoca triste, buia, dove il narcisismo e la reattività la fanno da padrone. Si parla tanto di “Post verità” e di “camere dell’eco” e io penso di avere inconsapevolmente toccato questi nervi scoperti. Ci piace guardare gente che litiga in TV, ci piace leggere gente incazzata che spara a zero contro tutto e tutti.

Io non ho fatto esattamente una cosa del genere ma non ci sono andato neanche troppo lontano. Ho denunciato un fenomeno per me alquanto fastidioso e ho additato un responsabile: abbastanza perché venissi letto e condiviso con quella morbosa compiacenza con cui si dice, anche inconsapevolmente, certo: “Ecco, lui la pensa come me.”.

E soprattutto, in tutto questo, hanno svolto un ruolo non indifferente i musicisti: perché in un post che stigmatizza la mancanza di attenzione del pubblico, è più che evidente che siano i musicisti quelli che commentano in maniera più entusiasta. “Finalmente ho scoperto perché nessuno mi ascolta mai! Forse non dipende dal fatto che sono scarso! Forse è davvero colpa del pubblico come ho sempre pensato!”.

Ecco, siccome tanti musicisti hanno commentato il mio articolo o mi hanno scritto in privato, complimentandosi con me per aver centrato il punto, cerchiamo di fare un passo avanti e, un anno dopo, chiarire la questione: le penso ancora le cose che ho scritto? Oppure, potendo farlo, tornerei indietro?

La situazione non è cambiata, oggi riscriverei lo stesso identico pezzo, grosso modo. Ma in un punto correggerei il tiro. Un punto che mi è stato fatto notare da più parti e che, meditando e analizzandolo a più riprese, ho assolutamente fatto mio: la gente, quando ha davanti qualcuno di veramente bravo, qualcuno che comunica davvero, quando ha davanti l’autentica bellezza, difficilmente riesce a resistere.

L’ho visto a più riprese, da quel momento in avanti. Ricordo per esempio un concerto di Glen Hansard, l’estate scorsa al Carroponte, dove il pubblico era assolutamente ipnotizzato. Anche alla fine, quando lui e la band sono apparsi in un palchetto dismesso, poco lontano dallo stage principale, per una “The Auld Triangle” senza microfono, non volava una mosca e nonostante i telefonini spiegati ad immortalare l’evento, sembravano tutti belli coinvolti.

Mi è capitato altre volte, da allora. Ho per esempio visto, solo due settimane dopo, i Daughter zittire qualche migliaio di persone con un’esecuzione madornale di “Smother”, durante il Primavera Sound. E solo un’ora prima su un altro palco dello stesso festival, la stessa cosa l’ha fatta Julien Baker.

E ancora, Springsteen che al Circo Massimo fa “Point Blank” e “The Ghost of Tom Joad” e si sente ogni minimo respiro. O le Warpaint a Zurigo, che suonano davanti a un pubblico attento e partecipe.

E potrei citare altri esempi. Basterebbe andare a rileggere tutti i live report che ho pubblicato in questi dodici mesi (e sono parecchi, vi garantisco) per rendersi conto che più volte mi è capitato di spendere buone parole per quel pubblico che in precedenza avevo così tanto stigmatizzato.

Quindi, verrebbe da chiedere: ho cambiato idea su questo argomento? No, non credo proprio. Il pubblico rimane sempre mediamente ignorante, poco interessato e facilmente portato alla distrazione. Se sia colpa dei Social Media e più in generale del cambiamento globale innescato dall’avvento di internet, non saprei. Sono ancora portato a ritenere di sì ma siccome persone ben più autorevoli di me (o meglio, autorevoli per davvero) mi hanno risposto che quello non è l’unico fattore in gioco, mi fido di loro.

La verità, almeno per quel che ho osservato io, è che la bellezza è ancora in grado di catturare l’attenzione. Certo, deve essere proposta in un contesto adatto, e deve rivolgersi a persone che sanno che potrebbero riceverla che un minimo sono educati a farlo, che sanno che cosa vuol dire (in tal senso trovo che il famoso esperimento di far suonare un violinista di fama mondiale nella metropolitana di New York per osservare la reazione dei passanti e in seguito stigmatizzarne la distrazione, non sia del tutto centrato). Da ultimo, deve essere elargita da artisti che sono veramente tali. Perché non tutti, diciamocelo, sono in grado di zittire un locale intero. Figuriamoci uno stadio.

Quindi la disattenzione, la mancanza di interesse del pubblico derivano indubbiamente da un aumento esponenziale dell’incapacità di concentrarsi e anche da quel narcisismo solipsistico che porta inevitabilmente alla maleducazione; ma dipende anche molto dalla qualità di chi sta suonando, appunto.

E io stesso, dopo aver rotto i coglioni a tutti con il mio tono spocchioso, mi sono sorpreso a chiacchierare durante certe esibizioni. Semplicemente, forse, non le stavo trovando così interessanti.

Certo, se volessimo operare un’ulteriore distinguo, diremmo che le giovani generazioni e gli act da loro seguiti, sono quelli forse più irrimediabilmente compromessi. Ho visto recentemente Motta all’Alcatraz e, Dio mio, è stato parecchio fastidioso. La stessa cosa la potrei dire dei Cigarettes After Sex, dove pure l’attenzione è stata piuttosto alta. Oppure Grimes, o gli Editors, sempre l’estate scorsa: contesti senza dubbio più festaioli, eppure l’impressione era che in tanti non fossero lì proprio per ascoltare.

Quindi, se da una parte rimane scontato che le vecchie generazioni siano ancora quelle che sanno godersi un’esibizione live, è altrettanto vero che il quadro, seppur non luminoso, non è neppure così tragico.

La bellezza è contagiosa. E sono convinto che prima o poi saprà imporsi di nuovo e che ci sarà sempre più gente che si renderà conto che guardare un concerto dallo schermo di un telefonino non è come contemplarlo dal vivo con i propri occhi.

Tra un altro anno vedremo che cosa sarà successo.

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