Ho deciso di scrivere anch’io qualcosa sul concerto del primo maggio. Non ci pensavo neanche lontanamente fino a qualche ora fa. Poi, di colpo, mi è venuto voglia. Lo hanno già fatto in tanti e molto più autorevoli di me. Quindi dire qualcosa di brillante e originale sarà impossibile. Ma prometto di non fare come Michele Monina. Prometto che proverò ad essere costruttivo. 

Sul concerto del primo maggio non ho mai avuto niente in contrario a prescindere. Non mi piace molto la musica al servizio della politica, non amo granché gli artisti “impegnati” (o meglio, non amo questo lato del loro essere artisti perché poi di gente così ne ascolto anche parecchia) e non mi piace per niente il fatto che tutti, da quel palco, si sentano in dovere di dire la loro, risultando il più delle volte (o forse tutte le volte) retorici, supponenti, sentimentali e fastidiosi. D’accordo, il lavoro è un diritto ma non è lanciando slogan da un palco che si risolvono i problemi. Da questo punto di vista, meglio uno come Gabbani che precisa che ok il diritto al lavoro, ma cerchiamo almeno di recuperare la voglia di lavorare. Sagge parole (che credo quasi nessuno avrà colto) quando su Facebook ti tocca sorbirti in continuazione post inutili di gente che grida che “Finalmente è venerdì”. Oppure Dario Brunori, che nonostante la tensione riesce a prendere per il culo tutti dicendo una frase tipo “è normale essere retorici su questo palco” (vado a memoria) anche se pure in questo caso dubito che qualcuno abbia realmente capito. E poi non ho una grandissima simpatia per i sindacati (e soprattutto per quel che sono diventati oggi i sindacati) ma qui è meglio finirla perché già non capisco nulla di musica, figurarsi di politiche del lavoro (oltre che questo non è il luogo adatto per parlarne). 

Non mi piacciono tante cose, del concerto del primo maggio ma bene o male l’ho sempre guardato. Di gente interessante ne è passata molta ogni anno, c’è sempre stata roba per tutti i gusti e nonostante trovi davvero divertente e azzeccato quel pezzo di Elio e Le Storie Tese di qualche anno fa che ne prendeva in giro vizi e idiosincrasie, trovo che, in quanto ad appuntamento musicale nazionalpopolare, il “concertone”, come lo chiamano tutti, valga molto ma molto di più di Sanremo (o meglio, di quello che Sanremo è diventato negli ultimi anni). 

Quindi l’ho sempre guardato. In diretta, quando ero più giovane e non avevo un cazzo da fare; selezionando da internet le cose più interessanti quando, ormai divenuto adulto e soprattutto insegnante, non potevo più permettermi di cazzeggiare una giornata davanti al televisore, avendo anche un po’ di lezioni da preparare (gli insegnanti lavorano poco, sottoscrivo, ma durante le feste spesso e volentieri sgobbano).

Ricordo in passato delle ottime esibizioni degli Afterhours, dei Marlene Kuntz, degli onnipresenti Modena City Ramblers che fanno cantare “Bella Ciao” a tutta la piazza, Elio e Le Storie Tese che prendono per il culo tutto e tutti (quando ancora facevano ridere, per lo meno), Vasco Rossi che esegue il set più lungo che si sia mai visto in un’occasione simile, quando stava già finendo le cose da dire ma ancora qualcosa gli rimaneva. E poi, addirittura, gli Iron Maiden, che erano in quei giorni in Italia per il tour d’addio di Bruce Dickinson, nel 1993 e furono quindi invitati a fare una comparsata. Adesso farebbe figo dire che quella sera mi emozionai fino alle lacrime, arrabbiandomi con i miei genitori per non avermi fatto andare qualche sera prima al Forum di Assago. Ma la verità è che non li vidi in diretta e neppure me ne fregava molto di andare al concerto: nel 1993 mi interessavano solo i Queen e i Guns and Roses, degli Iron Maiden avevo sentito sì e no cinque canzoni e non è che mi piacessero proprio tantissimo. Li avrei davvero inziati ad amare solo due mesi più tardi. Ma ovviamente adesso non ce ne frega nulla.

Dunque anche quest’anno ho guardato qualcosa. L’ho fatto il giorno dopo, dopo essermi fatto un’idea sommaria di quel che stava accadendo, aprendo Facebook nel corso della giornata e leggendo i post dei miei contatti. Poi c’era un bravo disegnatore, Andrea Spinelli, che ha fatto questa impresa pazzesca di ritrarre dal vivo da sotto il palco tutti i 33 artisti presenti e un po’ lo stavo seguendo, visto che ha illustrato un paio di concerti da me recensiti e mi piace molto quello che fa.  

E poi c’era la faccenda del cast, che quest’anno è andato incontro ad un upgrade piuttosto importante, con gli organizzatori che hanno coinvolto diversi nomi della scena Indie Pop nostrana; perché è innegabile che da alcuni anni anche il mondo mainstream si è accorto che esiste anche altro, oltre a cariatidi novantenni e ad effimeri “talenti” partoriti da X Factor o Amici.

E poi c’erano gli Editors, che nonostante siano un po’ calati sugli ultimi due dischi, rimangono sempre una band di primo livello, difficile snobbarli solo perché suonano su Raitre.

È andata a finire che ho visto praticamente tutto quello che mi interessava e mi piacerebbe esprimere qualche piccola considerazione. Banale, certo. Ma avverto lo stesso il bisogno di parlare. Come ho detto prima: proviamo ad essere costruttivi.  

Ho letto tanti commenti (autorevoli e non) di gente che si lamentava per il basso, bassissimo livello musicale. Ne ha scritto benissimo Paolo Vites in un articolo che ho trovato molto puntuale e ben argomentato, anche se non ne ho condiviso del tutto le tesi di fondo.  

Il problema è che, nella stragrande maggioranza dei casi, questo giudizio ne sottintendeva un altro, molto più spietato e potenzialmente pericoloso: “La musica italiana delle nuove generazioni fa schifo. Ridateci i gloriosi anni ’70, coi cantautori e le band di Progressive Rock”.

Attenzione, non sto criticando una posizione del genere. In molti casi è fisiologico. Non so se mi verrà concessa la Grazia di invecchiare ma, se mai succederà, può darsi che tra vent’anni io non riesca proprio più ad apprezzare e a capire nulla, di ciò che verrà prodotto nel futuro e che piacerà ai giovani di allora. Si arriva ad un punto in cui ti fermi. Inevitabile. L’ho già fatto questo discorso, mi pare.

Però, pur non avendo nulla contro chi dice così, pur non criticando questa presa di posizione, c’è lo stesso qualcosa che mi disturba, che mi rende inquieto. Mi dà un po’ fastidio questo voler fare a tutti i costi di tutta l’erba un fascio. Alcuni artisti che hanno suonato al primo maggio sono imbarazzanti e hanno suonato male; altri, al contrario, sono più interessanti e hanno fatto un bel concerto; altri ancora sono bravi ma non hanno dato quel che potevano. Bisogna saper distinguere. Piacciano o meno, molti di questi nuovi arrivati hanno una loro estetica e non sono da buttare.  

Certo, Lo Stato Sociale è al limite del raccapricciante, nonostante abbia provato a fare un set a tema, con un’idea visiva e tematica che poteva avere un senso. Ma loro sono imbarazzanti: cantano male, suonano in maniera approssimativa e ormai puntano tutto sull’effetto di delirio collettivo generato automaticamente dall’amore che il pubblico ha per loro. Sono dei cazzoni che fanno i cazzoni e vivono di rendita. Pessima cosa per un gruppo al terzo disco. Terzo disco che ha pure delle cose gradevoli, qua e là. Ma se riempi il Forum devi inventarti qualcosa di meglio. Ti pagano anche per questo, credo.

Mezza delusione anche per Vasco Brondi, che pure ha tirato fuori un grandissimo disco. Per anni ho detto che ero uno dei pochi sopra i trenta ad amarlo. Adesso siamo un po’ di più (anche perché sta invecchiando anche lui e invecchia il suo pubblico) ma c’è sempre un sacco di gente che lo detesta. Scrive bene, un po’ effettato, un po’ auto compiaciuto; ma ha dei contenuti, sa raccontare storie, ha delle cose da dire. Dal vivo non l’ho ancora visto di persona, a questo giro e qui, almeno da uno schermo di computer, mi ha deluso. Stonato più del solito, band scalcagnata con arrangiamenti scarni e artigianali, per un disco che meriterebbe un ben altro vestito sul palco. Qualche anno fa mi aveva fatto un’impressione ben diversa.

La Brunori Sas ha sempre il problema di sentire troppo le occasioni importanti, ma si è comportata bene, anche se Dario era un po’ messo male con la voce. Se non altro, questa volta ci ho capito un po’ di più degli arrangiamenti dei nuovi pezzi, visto che i suoni, dalla diretta TV, sono usciti tutto sommato distinguibili. Continuo a preferirli quando erano agli esordi ma sarebbe falso dire che hanno deluso.

Levante si è beccata mille insulti a mio parere un po’ gratuiti mentre cantava le sue canzoni. Il suo problema (almeno dal mio punto di vista) è duplice: ha degli arrangiamenti anonimi e sembra sempre avere il problema di dimostrare che ha la voce. Si trovasse dei nuovi collaboratori e se la menasse un pochettino meno farebbe faville. I pezzi li ha e la voce, esibita o meno, è straordinaria. Magari lo sono un po’ meno i testi ma pazienza, non è così grave.

Ottima anche Marina Rei, che avrebbe dovuto cantare con Paolo Benvegnù ma poi lui è finito in ospedale (colgo qui l’occasione per augurargli di rimettersi presto) e così ci sono andati solo i suoi musicisti. Di lui sono arrivate lo stesso le sue canzoni e, bisogna dirlo, un livello compositivo del genere su quel palco lo si è visto molto raramente.

A conti fatti, forse il migliore in assoluto è stato Gabbani. Ha fatto il suo, preoccupandosi di divertirsi e far divertire, senza voler pretendere di essere qualcosa che non è. Sui pezzi si potrà discutere ma sono ben costruiti e accattivanti a sufficienza. Suonasse di più la chitarra invece di usarla come un mero aggeggio da frontman, sarebbe pure meglio. Speriamo solo che non si faccia intrappolare dalla logica dello spettacolo e decida di investire su ciò che ogni artista dovrebbe fare: suonare il più possibile dal vivo.

E poi ci sono gli Editors. Che avranno anche aperto con due brani così così come “Sugar” e “Ton of Love” ma poi si sono riscattati con “Racing Rats” e “Papillon”, semplicemente tra i più bei pezzi rock degli anni Zero. Prestazione maiuscola, con Tom Smith che è sempre un grande frontman, oltre ad avere una splendida voce. 

Ok, se ci fossero stati i Rolling Stones avremmo avuto più gente contenta. Ma qui stiamo parlando degli Editors, non de Lo Stato Sociale. Il livello è ben diverso. E piacciano o meno, questi qui in venti minuti hanno fatto mangiare la polvere a quasi tutti quelli che si sono esibiti prima. Sarebbe interessante che venisse riconosciuto. Mi pare un dato oggettivo, al di là di quello che poi ciascuno possa pensare sulla loro proposta artistica.

Così come è stata evidente la manifesta superiorità di Samuel, al di là delle canzoni proposte (ma d’altronde viene da una delle più grandi live band che abbiamo in Italia, non pensò proprio sia un caso) che non mi hanno detto granché. E la stessa cosa la si può dire per Motta, che è riuscito a mangiarsi anche questo palco e che, se riuscirà ad azzeccare il secondo disco, potrebbe diventare uno dei più grandi di tutti.  

Del resto non so, non mi interessava o non ho fatto in tempo a recuperarlo. Ho visto Bennato, che ha fatto un set onesto, viziato da qualche parola di troppo introducendo “Vendo Bagnoli” (il mio ideale da questo punto di vista è l’artista alla Bob Dylan. Sali sul palco, suoni e te ne vai. Il tuo mestiere è fare il musicista, non l’imbonitore) ma verrà ricordato soprattutto per il taglio scandaloso di cui è stato vittima, con l’ultimo dei suoi quattro pezzi interrotto dalla pubblicità dopo poco più di un minuto. Una vergogna e un imbarazzo tutto italiano, condivido l’indignazione di chi si è lamentato.  

Detto questo, io fossi stato in lui sarei stato zitto. Dopotutto in piazza ti hanno ascoltato fino alla fine, il tuo concerto l’hai terminato. Era meglio non dire nulla, evitare polemiche e uscirsene da gran signore. Le proteste lasciatele ai The Kolors, uno come lui non ha davvero nulla da dimostrare.

E per concludere con lui, perdonatemi una piccola frecciata: Bennato non è stato il grande vecchio che ha spazzato via una marea di ragazzini arroganti e incapaci. Bennato è stato Bennato. Ha fatto quello che doveva fare esattamente come gli altri. La musica non è per forza una questione di generazioni. O se lo è, non è certo questo il fattore principale.  

La seconda considerazione riguarda chi ha presentato e, in generale, chi ha gestito tutta la faccenda a livello televisivo. E qui è la solita storia di ogni anno, la solita triste storia italiana. La storia di un paese ineducato musicalmente, poco interessato ad educarsi e, quel che è più grave, convinto che quel che già sa sia molto più che sufficiente.  

Non dirò nulla sui presentatori: sull’inconsistenza (effettiva e di curriculum) di Clementino, sull’inadeguatezza di Camilla Raznovich, che almeno il pedigree per fare quel lavoro ce l’ha. Il fatto è che non si capisce mai se siano banali perché non sanno fare altro o se lo siano perché tanto, rivolgendosi ad un pubblico bue (ci arriveremo) non hanno bisogno di prepararsi neanche il minimo necessario.

Fatto sta che sentirli annunciare gli artisti è stato oggettivamente raccapricciante. Il giornalista di turno che fa una recensione copiando in toto la cartella stampa del disco, fa un lavoro molto più onesto e dignitoso. Già, perché parlare degli Editors come quelli che “hanno aperto per i R.E.M” e “il cantante Tom Smith dice che le loro canzoni sono visioni oscure” è piuttosto avvilente.

Poi ho letto che ad un certo punto la Raznovich si è messa a rappare di profughi e migranti. Ecco, quel momento non sono proprio andato a cercarmelo. Spero mi perdonerete.

Poi c’è il discorso della regia della Rai. Ogni volta la stessa storia: inquadrature che andrebbero bene per un comizio in piazza, non certo per un live show all’aperto. Ma chi si occupa della regia è mai stato ad un concerto in vita sua? Non dico di studiarsi prima i pezzi per capirne evoluzioni e dinamiche in modo da preparare in anticipo delle ipotesi di regia (anche se un professionista, forse, dovrebbe fare così), ma almeno l’intuizione su chi stia suonando in quel momento e di cosa, a seconda del punto del brano, sia meglio mostrare agli spettatori. L’impressione, invece, è sempre di una grande approssimazione, di cose fatte a caso, da gente che “una partita di calcio o un concerto per me è uguale”.  

La resa audio poi è stata ancora peggio. Non sono un tecnico quindi non so da cosa dipenda. Ma lasciatemi dire che è vergognoso che il telespettatore medio debba sentirsi gli Editors con un fustino del Dixan al posto della batteria e con delle chitarre praticamente inudibili. Oppure Motta, completamente deprivato della potenza che ha sempre contraddistinto i suoi live act. Ho citato i peggiori ma di orrori se ne sono sentiti anche da altre parti. Sarebbe interessante sapere che cosa ha sentito il pubblico in piazza e immagino che le inevitabili difficoltà tecniche abbiano pesato non poco. Però diamine, almeno capire che se trasmetti della musica sarebbe utile farla sentire…

Da ultimo, il pubblico. E come sarebbe potuto mancare il pubblico? Quello del primo maggio è il peggio del peggio. Oddio, forse non peggiore di quello di un qualunque concerto di Vasco. O dei Litfiba. O di Springsteenasansiro (chi ha letto un mio post dello scorso anno sa). Ma è comunque brutto, molto brutto. Il tipico esempio di pubblico casuale già stigmatizzato da me medesimo l’anno scorso. Forse ancora peggio, perché qui è gratis. E quando un concerto è gratis, ci vengono tutti ma proprio tutti. Ed è un delirio totale. Ricordo di essere scappato dopo mezz’ora di Kasabian in Duomo a Milano, proprio perché sentire qualcosa era assolutamente improponibile.  

Bene, al primo maggio ogni inquadratura della piazza offriva la stessa scena gente immobile, scazzata e intenta a farsi i fatti propri (la maggior parte delle volte); gente entusiasta che canta salta balla (nei momenti in cui era di scena un artista di cui si sta parlando molto in questo ultimo periodo). La reazione era unicamente legata al nome, non a quello che si stava suonando.

Quindi: entusiasmo assoluto per Gabbani, noia totale sugli Editors, che pure con “Papillon” potrebbero far muovere anche i sassi. O ancora: gente in delirio per Lo Stato Sociale, gente scazzata ai Public Service Broadcasting, che al di là della proposta, dal vivo non sono certo delle mammolette.

È la giornata dell’esserci per esserci, non dell’esserci per ascoltare. È anche un po’ il problema dei festival (d’altronde Chiara Ferragni al Coachella l’abbiamo vista tutti, no?), dove sui palchi principali è notoriamente molto difficile godersi qualcuno.

Un piccolissimo segno di speranza però l’ho intravisto: ad un certo punto Clementino ha proposto la sua personale versione di “Don Raffaè” e tutta la piazza si è messa a saltare e a ballare come impazzita, cantando tutto il pezzo a memoria.  

Bene, immagino che solo due o tre persone fossero realmente consapevoli che quel brano è in realtà di De André. Però lo cantavano, lo apprezzavano, erano senza dubbio presi.

Quindi? Dov’è il punto? Dovremmo far coverizzare De André, Guccini e tanti altri da Clementino, Gabbani, Calcutta e compagnia? Ovviamente no. Anche perché penso che un pezzo come “La domenica delle salme” rimarrebbe ostico anche se venisse proposto da Francesco Sole (che poi non se lo caga più nessuno, ormai). Eppure, è un piccolo, microscopico segno del fatto che le giovani generazioni non hanno per forza di cose dei pessimi gusti; semplicemente, spesso e volentieri manca una reale preoccupazione educativa da parte di chi propone.

In conclusione, come sempre al primo maggio si è visto un po’ di tutto. Cose belle e cose brutte. Dovessi decidere io, come evento lo abolirei. Ma dal momento che c’è, penso che si potrebbe fare quello che si fa sempre quando si è di fronte ad un evento musicale: ascoltare la musica. Senza pregiudizi e col desiderio di conoscere. Qualcosa di buono salterà sempre fuori.  

Annunci