La mia storia coi Ritmo Tribale, come quella con tanti altri gruppi, potrebbe essere riassunta dalla solita lapidaria definizione: “Avrei potuto esserci ma non c’ero”.Mi ricordo perfettamente della copertina di “Mantra”, che campeggiava fiera tra le pagine delle recensioni di Metal Hammer, la rivista che compravo all’epoca. Non me ne sono mai lasciato catturare, tuttavia. A quel tempo ascoltavo altro, i miei amici ascoltavano altro e non mi è mai venuta voglia di andare a vedere chi fossero.

Li ho scoperti molti anni dopo, quando ormai si erano sciolti ed erano diventati materiale d’archivio per nostalgici o soggetto di racconti mitologici, nelle menti di chi c’era e sapeva benissimo che cosa avevano rappresentato in quegli anni.

“I Green River italiani”, ho letto una volta su qualche rivista online. In effetti erano avanti anni luce, loro che con il primo lavoro, “Bocca chiusa”, suonavano a tratti come una band Grunge, quando ancora questa parola era ben al di là dall’essere inventata. Era il 1988 e io ero un pischello che si apprestava a finire le elementari. Poi sono arrivati gli anni ’90, con le chitarre distorte, la rabbia generazionale, le melodie urlate a squarciagola di canzoni che volevano essere inni per esorcizzare un presente in cui ci si rifiutava di riconoscersi.  

Estremi e grezzi agli esordi, si aggiustarono un po’ con “Mantra”, il disco del grande botto, dei passaggi su MTV e dei concerti in giro per l’Italia e all’estero.

Io però non c’ero. E non mi resi dunque conto che questa band era ormai diventata un culto, una religione, quasi una ragione di vita, per tutte quelle migliaia di ragazzi che la seguivano adoranti ovunque andasse.

Non c’ero ma avrei potuto esserci, perché “Psycorsonica” uscì nel momento della mia massima bulimia musicale, quando ascoltavo soprattutto Metal ma ero aperto ad ogni novità (per dire, “Jagged Little Pill” di Alanis Morissette, che era un disco di cui parlavano tutti, lo acquistai subito, ma contemporaneamente scoprivo anche Guccini e lo andavo a vedere dal vivo).

I Ritmo, però, rimasero lontani. Forse se avessi avuto un amico a segnalarmeli, a dirmi che ne valeva la pena, avrei provato ad ascoltarli. Ma non credo che mi sarebbero piaciuti. Ai tempi avevo gusti variegati ma le cose più complesse non le capivo tanto, necessitavo di un’immediatezza, di una facilità di memorizzazione delle melodie, di un’assenza di spigolosità, che forse loro non avrebbero saputo darmi.

Loro che, per dirla con le parole di Andrea “Briegel” Filipazzi, il bassista storico che un paio d’anni fa raccontò il gruppo in una trasmissione TV, erano troppo poco mainstream per chi ascoltava i Negrita, ma anche troppo superficiali per cui preferiva la sofisticatezza dei Massimo Volume (altra band stratosferica che avrei scoperto anni dopo).

I Ritmo, paradossalmente, li conobbi tramite Edda, il loro frontman carismatico, voce possente e unica, personalità schizzata, che sparì nel nulla all’apice del successo, vittima di una dipendenza da eroina arrivata alla sua fase cronica, e del quale per anni non si seppe più nulla, si vociferava persino che fosse morto.  

Non era morto, invece. Era finito in una comunità di recupero a Bodio Lomnago, vicinissimo a dove sono cresciuto, e aveva incontrato un operatore, Walter Somà, che era anche musicista. Col tempo, una volta sconfitto il suo demone, si era timidamente rimesso a scrivere canzoni e le aveva pubblicate in un disco, “Semper Biot”, che lo restituiva con la voce di un tempo, seppure al servizio di una proposta radicalmente diversa, più spoglia e urgente.

Eravamo a Bottanuco, all’interno di un festival gratuito in una location bellissima, che purtroppo poi non è stato più fatto. Io ero andato là per Brunori, che aveva pubblicato il primo album da qualche mese e faceva già molto parlare di sé.

Edda salì sul palco per ultimo, visibilmente su di giri, non ancora in grado di possedere in pieno la propria razionalità, e fece un concerto assurdo, cantando in maniera pazzesca ma sbagliando molto, dimenticandosi le parole, improvvisando testi, interrompendo a metà un brano e attaccandone subito dopo un altro. Fu un’esibizione comunque intensa, riuscita, sicuramente migliore di quelle che erano, stando ai racconti, i concerti sgangherati del Syd Barret appena uscito dai Pink Floyd.

Lì, appunto, scoprii Edda e scoprii i Ritmo Tribale. Suonò due o tre pezzi loro, più per le insistenze del pubblico che per sua propria volontà, e il risultato non fu incoraggiante.

Tuttavia, mi accorsi di quelle canzoni, mi accorsi che erano bellissime e che forse avevo fatto male a non considerarli mai fino ad allora.

Il resto è storia breve: recupero dell’intera discografia (ovviamente scaricata da internet, perché i loro cd già non si trovavano più) e ascolto incessante per diversi mesi, prima di accantonarli per qualcos’altro di più urgente, come ormai in quegli anni avevo iniziato a fare.  

Ma rimasero lì, intoccabili, senza speranza. Perché ormai si erano sciolti da tempo, avevano fatto giusto una rimpatriata nel 2008, a cui io non avevo partecipato perché non mi interessavano. Erano un gruppo del passato e io, impegnato com’ero a seguire quello che stava accadendo nel presente, li ascoltavo e li guardavo con quell’entusiasmo ma anche con quella consapevolezza triste del fatto che non li avrei mai visti calcare un palco.

Poi arrivarono i No Guru, che erano essenzialmente loro ma senza Edda e Rioda (il chitarrista) e con Xabier Iriondo alle chitarre, che nel frattempo aveva lasciato gli Afterhours. Bel disco, molto più moderno nel sound rispetto a quello che erano i Ritmo. Li ricordo in un bel concerto al Tunnel, a Milano, atmosfera caldissima e suoni orripilanti.   

Ma sono scomparsi anche loro e nessuno sa che cosa sia successo. Sarebbe stato lecito attendersi un secondo album ma poi Xabier è ritornato negli Afterhours e gli altri erano forse troppo impegnati con le rispettive famiglie e attività lavorative, per decidere di investire nuovamente sulla musica. Si sa, oggi è più difficile di prima e suonare da professionisti è probabilmente un lusso che pochi possono davvero permettersi.

Due anni fa è uscito un bellissimo libro intervista curato da Elisa Russo, dove la storia del gruppo veniva raccontata direttamente dai protagonisti, allargando poi il tutto a ricostruire quella vivace scena milanese che per alcuni anni è stata una delle cose più interessanti accadute in Europa in campo musicale.

Adesso i Ritmo Tribale sono tornati. Per una data soltanto, sembrerebbe. Hanno suonato ad Erba, al Rock Centrale, un posto piccolo e neanche troppo bello, dove non ero mai stato. Un posto fuori mano, vicino alla loro città ma comunque decentrato, per un’occasione che apparentemente non aveva nulla che la motivasse. Risuonare per intero “Bahamas”, il disco registrato senza Edda, l’ultimo lavoro prima dello scioglimento, e stare un paio d’ore sul palco in compagnia degli amici e dei fan di vecchia data.  

“Data unica”, c’era scritto sui manifesti che pubblicizzavano l’evento. E io ci sono andato. Ci sarebbero stati anche gli Spidergawd ma loro erano a Torino e poi fanno un disco all’anno, torneranno sicuramente in men che non si dica. I Ritmo, invece, chissà…

E così mi sono trovato lì, assieme a qualche amico, posizionato sotto il minuscolo palco in compagnia di trecento persone, la maggior parte delle quali, a giudicare dall’età e dalle magliette indossate, avevano vissuto in pieno quell’epoca, ne avevano goduto fino in fondo.  

E qui, per la prima volta, ho provato un senso di estraneità. Perché seguire i Ritmo Tribale non è come seguire un altro gruppo. C’è un senso di appartenenza famigliare, c’è un legame tra band e pubblico che va oltre, in qualche modo. C’è un senso di esperienza condivisa, di vita vissuta, un insieme di persone che funziona come una tribù, appunto.

Lo percepisci dai sorrisi, dagli sguardi, dalle strette di mano, da pezzi di discorsi origliati in coda al cesso, aspettando di pisciare.

E quindi mi sentivo inadeguato. Perché non era tanto una nostalgia, quello che aveva portato lì quelle persone. Non era la celebrazione effimera di un passato glorioso che non sarebbe mai più ritornato. Era, così mi pare di aver percepito, il ritrovarsi ancora una volta assieme ai propri amici, ai propri fratelli; ci si era persi di vista per parecchio tempo? Non importa, se certi legami sono veri la frequenza o meno con la quale ci si vede non è un elemento così importante.

Tutto questo l’ho solo intuito, ripeto. Non l’ho vissuto in prima persona, ero lì solo come spettatore. Per me i Ritmo Tribale sono uno dei tanti gruppi che ascolto, mi piacciono tantissimo ma non sono parte di me, non lo sono mai stati e non lo saranno mai.  

Per cui mi sono goduto il concerto, un po’ timoroso nel mio essere davanti al palco, un po’ a disagio in mezzo a tutta quella gente entusiasta che cantava a memoria ogni parola di ogni singola canzone. È stato un po’ come partecipare ad una festa dove tutti si conoscono e si vogliono bene e dove tu non conosci nessuno. Ma una festa che alla fine va talmente bene ed è così coinvolgente che ti ritrovi dentro anche tu, a divertirti come un matto anche se sai che di quel gruppo di amici non farai mai parte e che probabilmente nessuno di loro lo rivedrai più.

E il concerto che hanno messo in piedi è stato devastante. Invecchiati, certo, con qualche problemino tecnico nelle fasi iniziali (la chitarra di Scaglia si rifiuta di funzionare, causa jack scassato, e il riff di apertura di “Duemila” viene ripetuto ossessivamente per dieci minuti buoni, prima che si riesca a sistemare l’inconveniente) ma con la rabbia e l’entusiasmo di gente che non se ne è mai veramente andata.  

Resa sonora non impeccabile (poi io ero di fianco alle casse di destra quindi un po’ me la sono cercata) ma impatto e potenza da paura, decisamente incoraggiante per un gruppo di persone che non si esibiva da anni e che, stando ai racconti di chi li ha visti spesso, dal vivo non sono mai stati dei fenomeni.

Ma pur non avendo termini di paragone, direi che hanno suonato benissimo. La prima parte è stata intensa, anche se non memorabile, almeno per me: “Bahamas” è il disco che ho ascoltato di meno e, salvo qualche episodio isolato, non mi è mai piaciuto granché. Non è tanto che manca Edda (perché poi Scaglia se la cava benissimo, oltre che cantava anche all’inizio) quanto che il songwriting in generale appare meno ispirato, lontano dai loro momenti migliori, come se, sotto sotto, ci fosse già l’idea di mollare il colpo.

Ascoltato dal vivo dall’inizio alla fine, però, dice la sua e costituisce una buona introduzione alla seconda parte del concerto, acuendo l’attesa per i vecchi classici.

Qui cambia tutto, si capisce che sta per succedere qualcosa. La zona sottostante il palco si riempie di gente, la breve pausa in cui il gruppo lascia il palco si riempie di attesa fremente. È fin troppo palese il pensiero comune che aleggia tra i presenti: fino ad ora è stato bello, ma il vero concerto inizia ora.  

In effetti quel che accadrà da questo momento in avanti è difficile da descrivere e non ci proverò di certo. Semplicemente, per un’ora abbondante, arrivano in rapida successione i più grandi classici della band, quelli più rappresentativi, quelli che bisogna far sentire per forza se si vuole capire chi erano, chi sono.

Alcune delle cose più vecchie come “Il lupo”, “Bocca chiusa”; i brani immortali di “Mantra” come “La mia religione”, “Sogna”, “L’assoluto”; gli episodi simbolo di “Psycorsonica”: “Base Luna”, “Oceano” e “Universo”. E poi i bis, con Scaglia e Rioda da soli sul palco per una “Uomini” da brivido e una “Circondato” mai così potente, che ha segnato l’apice del delirio scatenatosi sotto il palco.

Per tutto il tempo la gente canta tutto a memoria, urlando ogni parola a squarciagola, salta e poga in maniera irrefrenabile. Già, poga. Quell’attività che credevo ormai scomparsa, ora che il pubblico è troppo intento a fare foto e a raccontare via whattsapp quanto sia bello il concerto. E invece qui si poga alla grande. Con moderazione, ovviamente, perché nessuno dei presenti è più tanto giovane. Però si poga, con entusiasmo e senza cattiveria, solo con l’intento di divertirsi, come si faceva una volta e come sarebbe sempre dovuto essere.

“Ci rivediamo tra cinque anni”, ha detto Scaglia prima di congedarsi definitivamente dal pubblico. Io francamente spero di no. Io dopo averli visti questa sera, penso che il rock italiano avrebbe ancora bisogno di loro. Per sciacquare la bocca a tutti quei giornalisti e a quegli ascoltatori casuali che alla parola “Rock” associano sempre e solo Vasco, Litfiba, Ligabue e Negrita; per far capire ai ragazzini che oggi si esaltano per i Ministri e gli Zen Circus che un tempo esisteva gente per cui la musica era veramente sangue, sudore e vita.  

Dovrebbero tornare, davvero. Per riprendersi ciò che è stato loro, una volta per tutte. E pazienza se non c’è più Edda: lui ha fatto le sue scelte, è un miracolo che sia sopravvissuto e i suoi dischi solisti sono belli, sembra aver trovato la sua dimensione. E poi Scaglia, è giusto dirlo, questa sera ha cantato benissimo. Ha un’altra impostazione vocale ma ha potenza e personalità a sufficienza per potersi caricare sulle spalle il ruolo di frontman. Ormai ci è abituato, in fondo.

Dovrebbero tornare. E se riuscissero pure a scrivere un disco all’altezza del loro nome, potrebbero tornare per sempre.

Sono antiquati? Sono troppo anni ’90? Può darsi. Ma l’Italia avrebbe proprio bisogno di un gruppo come i Ritmo Tribale. E a maggior ragione lo dico io che non c’ero, che quegli anni non li ho vissuti. Ma c’ero ad Erba il 24 aprile e ho visto quanto può essere potente la Storia, quando si manifesta.

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