Facciamo così: dimentichiamoci per un istante che gli U2 a breve si imbarcheranno in un tour mondiale per il trentennale di “The Joshua Tree”, durante il quale il disco verrà proposto per intero, probabilmente in ordine di scaletta. Partire da questa considerazione implicherebbe tutta una serie di riflessioni sull’abitudine (commercialmente redditizia ma artisticamente nefasta, almeno per chi scrive) di omaggiare il proprio passato come se, appunto, non ci fosse un domani; e ci muoverebbe, successivamente, a riflettere su quel che sono oggi gli U2 e se, quella che è stata e forse è tuttora la rock band più famosa e importante del momento, abbia nel 2017 una qualche ragione per continuare ad esistere.

Lasciamo perdere tutto questo, che ci porterebbe lontano e su terreni alquanto scomodi, e concentriamoci invece sul disco in questione. L’occasione è ovviamente il fatto che esso veniva pubblicato il 9 marzo di trent’anni fa e che, come tutti gli anniversari tondi, anche questo costituisce un’opportunità per ridirci l’importanza di tale lavoro, nonché introdurlo a quei pochissimi (si spera) che ancora non ne conoscono l’esistenza.

Gli U2 sono sempre stati una band atipica, sotto molti punti di vista. Tecnicamente limitati, se non addirittura scarsi (il bassista Adam Clayton ha continuato a fare errori grossolani durante i concerti anche una volta raggiunta la fama), hanno iniziato da subito a fare pezzi loro perché, per loro stessa ammissione, le cover non riuscivano mai a suonarle in maniera decente.

Si sono formati giovanissimi, quando ancora frequentavano la scuola superiore (l’ormai celeberrima Mount Temple di Dublino) e da allora non hanno mai cambiato formazione (se si esclude l’allontanamento del fratello di The Edge, avvenuto comunque durante i primi mesi di esistenza della band); un fatto decisamente inusuale, che condividono solo con i Radiohead, i Beatles (che però sono durati poco) e pochi altri.

Un gruppo di amici, prima ancora che una band. Prova ne sia il fatto che il posto del già citato Adam non sia mai stato messo in discussione, nonostante fosse risultato evidente per mesi e forse anni che non sapesse suonare quasi per niente.

Affiatamento e tante ottime idee: questi i due ingredienti principali del loro successo. Pur nella povertà dei mezzi tecnici, le loro canzoni hanno sempre avuto una marcia in più, un non so che di geniale che ha portato a considerare già il primo disco “Boy”, nel 1980, come un mezzo capolavoro.

Probabilmente è stata anche la mancanza di influenze nette e definite: erano gli anni del Punk, poi del Post Punk e della New Wave. C’erano i Sex Pistols, i Ramones, i Clash, gli Stranglers, Patti Smith e i Television.

I quattro adorano questi artisti, li considerano rivoluzionari ma allo stesso tempo non conoscono poi così bene la base contro la quale starebbero portando avanti la rivoluzione: i Beatles, gli Stones, Bob Dylan, i Pink Floyd, sono nomi famigliari, ascoltati e apprezzati, ma non poi così tanto posseduti.

È famoso l’aneddoto di Bono invitato a duettare con Bob Dylan allo Slane Castle di Dublino, nel 1985, che sbaglia clamorosamente le parole di “Blowin’ In The Wind” (venne fuori poi che era l’unica canzone che più o meno si ricordava, tra quelle che il suo autore gli aveva proposto per il duetto); così come è celebre (lo ha rivelato lo stesso Bono) il fatto che furono Mick Jagger e Keith Richards ad introdurlo al Blues, quando era già una rock star milionaria.

Ma proprio questa scarsa conoscenza della storia del rock, nel loro caso è stata provvidenziale: li ha resi più spontanei, meno preda dei condizionamenti, pronti a lasciarsi andare e a sviluppare ogni idea che alle loro orecchie suonasse interessante.

Se la parola Wave è spesso associata ai loro primi tre dischi (per inteso, quelli dove ci sono già capisaldi come “I Will Follow”, “Out of Control”, “Gloria”, “New Year’s Day” e “Sunday Bloody Sunday”) va anche detto che, ad ascoltarli bene, questi lavori sono difficilmente inquadrabili, c’è dentro un po’ di tutto ma soprattutto, suonano come nient’altro in quel periodo.

“The Joshua Tree” segna probabilmente l’apice di quella prima fase. In mezzo c’era stato “The Unforgettable Fire”, il disco realizzato con Brian Eno e Daniel Lanois (che era allora assistente del celebre produttore britannico), che li aveva spinti più in là di quanto loro stessi credessero, che aveva fatto nascere il “suono U2” (ben presente nei fraseggi chitarristici di The Edge) e li aveva regalato, con “Pride (In The Name of Love)” la loro più grande hit fino a quel momento.

Soprattutto, con “The Unforgettable Fire” c’era stata la partecipazione al Live Aid, con la leggendaria passeggiata di Bono in mezzo al pubblico che diede loro una visibilità mai vista e che fu probabilmente il più grosso esempio di eterogenesi dei fini nella storia del rock (anni dopo la band stessa rivelò che quello fu un errore clamoroso, che Bono stette tra la folla così a lungo perché, date le dimensioni colossali dello stage, non riusciva più a ritrovare la via del ritorno!).

Ripartire da qui non sarebbe stato facile. Dove vai, quando sei già una rockstar famosa in tutto il mondo, hai venduto milioni di dischi e ti sei tolto tutte quelle soddisfazioni che mai avresti immaginato di poterti togliere quando ancora frequentavi la scuola superiore?

Certo, si possono vendere più dischi, fare concerti negli stadi e non più solo nelle arene, ma tutto questo può bastare? Il senso dell’esistenza si esaurisce veramente nel raggiungere il successo?

Non è una domanda scontata e, prima o poi, tutti gli artisti sono costretti a rispondere, se vogliono andare avanti a fare il loro lavoro.

Gli U2, ma soprattutto Bono, in quel periodo ci hanno fatto i conti in maniera perentoria.

Siamo tra il 1985 e il 1986, nel periodo successivo al Live Aid, quando la band esaurì gli impegni promozionali relativi al disco. In teoria in questi casi si cominciano già a pianificare le mosse successive, ma il cantante era piuttosto esaurito, aveva il desiderio di prendersi una pausa.

È lui stesso a raccontare due esperienze che furono fondamentali perché riacquistasse quella dimensione umana che pensava di avere scordato, perché tornasse ad essere un comune mortale, piuttosto che un idolo delle folle.

La prima fu il tornare a Dublino, dove non aveva mai cessato di vivere, e di uscire per normalissime serate con gli amici di sempre, quelli con cui non aveva mai perso i contatti ma che l’esposizione mediatica e i lunghi tour lo avevano portato a trascurare.

Quell’immersione nella banalità del quotidiano fu molto utile, soprattutto perché portò alla nascita del Bono che tutti conosciamo, star planetaria, ricevuta dai capi di stato ma allo stesso tempo sempre coi piedi ben piantati per terra, legato agli stessi amici e soprattutto alla stessa moglie, che è poi la ragazza con cui stava sin dai tempi del liceo (anche questo non corrisponde molto ai cliché tipici del rock).

La seconda cosa l’ha fatta proprio assieme a Alison, la compagna di una vita. Si sono recati in Etiopia, a svolgere opera di assistenza per conto di un’organizzazione umanitaria. Qui Bono dovette spiegare ai bambini l’importanza di lavarsi e di praticare altre semplici norme igieniche ed ebbe l’idea di farlo componendo piccole filastrocche che poi faceva loro cantare, in modo da favorire la memorizzazione.

Fu un’esperienza importante, che fornì non solo materiale per delle nuove canzoni (“Where The Streets Have No Name” fu ispirata proprio da quel periodo) ma che permise per la prima volta al cantante di toccare con mano le contraddizioni del mondo, ispirando quella visione umanitaria forse oggi un po’ retorica ma senza la quale oggi gli U2 sarebbero di sicuro un’altra band.

Rigenerato dopo il periodo di pausa, il gruppo si ritrovò ad organizzare le idee per le nuove canzoni, che vennero poi registrate sempre dal team Eno/Lanois.

Musicalmente, “The Joshua Tree” costituisce un’ulteriore evoluzione e allo stesso tempo un completamento del sound di “Unforgettable Fire”. Le composizioni si fanno più aperte, più complesse, le trame chitarristiche di The Edge raggiungono vette di ispirazione mai toccate prima (la parte iniziale di “Where The Streets Have No Name” rimarrà da qui in avanti il più autentico marchio di fabbrica di questa band) e scrivono canzoni che diventeranno veri e propri inni generazionali (“I Still Haven’t Found What I’m Looking For” e “With or Without You”). Ci sono poi paesaggi sonori fino a qui inediti, come la tempesta di feedback di “Bullet The Blue Sky” o la rabbia claustrofobica di “Exit”; e ancora, epiche e allo stesso tempo soffuse cavalcate che perfezionavano, se possibile, la ricetta di “Bad” (“Running to Stand Still” ma anche la commovente “One Tree Hill”, dedicata al giovane Greg Carroll, uno dei roadie più amati dalla band, morto l’anno precedente in un incidente motociclistico a Dublino).

Un disco con differenti anime, quindi, immediato ma allo stesso tempo tremendamente complesso, un disco che non si esaurisce nei suoi singoli: al di là dei brani più conosciuti, infatti, le altre composizioni necessitano di tempo e pazienza, per essere apprezzate a dovere.

Un disco che, se dovessimo spendere un aggettivo solo per descriverlo, definiremmo “completo”: per la prima volta nella loro storia, gli U2 hanno lavorato alle loro idee fino allo sfinimento, curando tutto nei minimi dettagli, senza accontentarsi di un buon risultato, che però lasciava intravedere diversi punti oscuri, che non avevano la voglia o la capacità di chiarificare.

Lo si vede non solo nell’aspetto musicale (la complicata lavorazione di “Streets” ne è l’esempio migliore, col gruppo costretto addirittura a richiamare il vecchio produttore Steve Lillywhite, per ottenere un suono decente) ma anche in quello lirico: in quel periodo Bono, che non è mai stato un tipo particolarmente acculturato, si era messo a leggere parecchio. Si era appassionato soprattutto di letteratura americana, gente come Faulkner, Steinbeck o Flannery O’ Connor e aveva iniziato a rendersi conto che i testi che scriveva potevano essere meglio curati e rifiniti, che potevano anche raccontare storie, oltre che comunicare impressioni confuse.

Se brani come “Pride” o “Bad” partivano da semplici suggestioni che però non venivano mai veramente sviluppate (di fatto quest’ultima non ha mai avuto un testo compiuto), le canzoni di “The Joshua Tree” possedevano invece una dimensione letteraria di prim’ordine, e provavano anche a sviluppare una riflessione compiuta su vari argomenti.

Abbiamo così le inquietudini spirituali di “I Still Haven’t Found” (il rapporto tra la band e la religione cristiana è un argomento molto interessante ma non abbiamo tempo di trattarlo qui), gli echi della guerra civile in Salvador, dove Bono si era recato poco prima, immortalati in “Bullet The Blue Sky” e nella conclusiva “Mother of the Disappeared”; lo struggente ricordo di Greg Carroll in “One Tree Hill” (il posto in Nuova Zelanda che il ragazzo, di origine Maori, li portò a visitare il giorno in cui si conobbero), il tributo alla lotta sindacale dei minatori inglesi di “Red Hill Mining Town”, il tortuoso tentativo di infilarsi nella mente di un Serial Killer in “Exit”, il dramma della dipendenza da eroina (“Running to Stand Still”), particolarmente attuale e sentito in quegli anni, e che Bono conosceva bene, avendo visto un suo caro amico andarsene proprio per quel motivo pochi mesi prima.

E infine, “With Or Without You”. Quella canzone che in tanti avranno dedicato idealmente alla propria innamorata, quella canzone che ha fatto commuovere e sognare le ragazze di tutto il mondo, non è in realtà una canzone d’amore, come a prima vista si potrebbe pensare, bensì un resoconto simbolico ma anche apertamente sincero, del particolare periodo che Bono stava attraversando, diviso com’era tra la sua carriera in decollo e la necessità di mantenere stabile la sua vita privata: “Il testo è puro tormento – dichiarò anni più tardi al giornalista e amico Neil McCormick – In quel periodo ero almeno due persone: la persona responsabile, protettiva e leale, e il vagabondo e il poltrone in me che avrebbe solo voluto scappare via dalle responsabilità. Pensavo che queste tensioni avrebbero finito col distruggermi ma in realtà è questo che io sono. Ho scoperto che questa tensione è realmente quel che mi rende un artista. È lì, nel centro della contraddizione, il posto dove devo stare.”

Il titolo avrebbe dovuto essere “The Two Americas”, ad evidenziare la doppiezza e le contraddizioni (terra di opportunità per milioni di persone e per gli U2 stessi, che qui hanno da subito trovato una community appassionata di fan, ma anche trionfo del capitalismo selvaggio e del neocolonialismo da Guerra Fredda che Bono aveva toccato con mano durante un suo recente viaggio in Salvador). In seguito fu scelto “The Joshua Tree”, che sempre da quel paese ha tratto ispirazione: i nostri si trovavano nel deserto del Mojave per alcuni scatti fotografici assieme ad Anton Corbijn, fotografo e regista celebre soprattutto per i suoi lavori coi Depeche Mode. Ad un certo punto, colpiti da dei grossi cactus dalla forma strana, fecero fermare il pulmino su cui viaggiavano e chiesero notizie alla guida. Fu così che conobbero l’albero di Giosuè, che piacque loro talmente tanto da decidere di utilizzarlo per il titolo e per la copertina del disco.

C’è un ultimo aneddoto, riguardo a questo disco così straordinariamente omogeneo, al punto che la sequenza delle tracce sembra talmente perfetta da essere stata pensata e ripensata per ore: in realtà fu la moglie di Steve Lillywhite, che non era neppure una grande fan del gruppo, a ricevere l’incarico di decidere la tracklist, mentre il gruppo completava il missaggio assieme ai produttori. La donna ricevette solo due indicazioni: “Where The Streets Have No Name” avrebbe dovuto essere la prima traccia, “Mother of the Disappeared” l’ultima.

Detto fatto, la donna ascoltò le canzoni e le mise semplicemente in ordine di preferenza, collocando per prime quelle che le piacevano di più.

Sembrava una cosa casuale (e di fatto lo era) ma a conti fatti la band si rese conto che quella sequenza era perfetta e fotografava in pieno lo spirito dell’album.

Da qui in avanti ci sarebbe stata la pubblicazione, i milioni di copie vendute, le nove settimane consecutive di permanenza al primo posto nelle classifiche americane, il tour mondiale per la prima volta negli stadi (in Italia i più anziani ricordano le esibizioni a Modena e al Flaminio di Roma, dove era presente Brian Eno, che rimase letteralmente commosso dalla partecipazione del pubblico). Non c’erano più dubbi: con “The Joshua Tree” gli U2 erano a tutti gli effetti diventati la band più importante del mondo.

Il resto è un’altra storia: la “riscoperta” del Blues e delle radici del rock americano con “Rattle and Hum” (un capolavoro per alcuni, un fastidioso gesto di arroganza per altri) e poi il trasferimento a Berlino e il pesante rimescolamento delle carte di “Achtung Baby”; per chi scrive la cosa più grande che questa band abbia mai scritto, il disco che ne inaugurò una nuova fase ma che allo stesso tempo, in qualche modo, ne fece a pezzi il mito.

Ma, ripeto, non sono vicende che c’entrano con quella che abbiamo raccontato oggi.

Per cui godiamoci “The Joshua Tree”, prendiamo atto della sua bellezza, ancora intatta a distanza di trent’anni, e dell’attualità dei temi trattati nelle varie canzoni. Facciamogli gli auguri e, chi ha voluto o potuto trovare i biglietti, vada pure all’Olimpico di Roma quest’estate, per festeggiarlo degnamente.

Una cosa sola è certa: se si vuole capire chi sono veramente gli U2, non si può non passare da qui.

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