Quest’anno, come anche l’anno scorso, non ho guardato il Fetival di Sanremo. Non sono pregiudizialmente contro, la buona musica si può trovare dovunque, anche se in un format del genere, soprattutto da quando lo conduce Carlo Conti, è ben più difficile.
L’ultima volta che l’ho seguito dall’inizio alla fine fu quando vi parteciparono Riccardo Sinigallia e i Perturbazione, che sono tra gli artisti italiani che amo di più.
Quest’anno avevo semplicemente cose più interessanti da fare per cui, senza polemica, ho lasciato perdere.
Però poi apri Facebook e ti ritrovi la bacheca intasata da post di gente che commenta ogni singolo momento della kermesse, e un po’ di curiosità ti viene.
Ecco, forse l’utilità di Facebook sta proprio qui: nel fastidio che si prova a vedere che tutti devono esprimere pubblicamente un parere su tutto, se non altro ogni tanto passa qualcosa con cui ti può venire voglia di cimentarti.

Per cui il mio Sanremo si è ridotto a due ascolti. La canzone di Fiorella Mannoia e quella di Braschi.
La prima, a giudicare dai commenti, pareva essere una delle più belle canzoni italiane di tutti i tempi. Lodi sperticate, giuro. Roba che sembrava di avere davanti un incrocio tra “I giardini di marzo” e “Volare”. Certo, avrebbe dovuto insospettirmi il fatto che la quasi totalità dei commenti entusiastici provenissero da persone che, non è certo un insulto, non hanno tutta questo grande bagaglio di ascolti alle spalle. Ma tant’è.
Della statura artistica della Mannoia non si discute e, personalmente, pur non avendola mai seguita in maniera assidua, mi è sempre piaciuta molto. Certo, una volta superato il fastidio epidermico per l’aspetto “impegnato” del personaggio e per certe stucchevoli polemiche da lei imbastite in passato, la riesco ad ascoltare più che volentieri. E aggiungo che “L’amore con l’amore si paga” è una delle mie canzoni italiane preferite di sempre, e non solo perché gliel’ha scritta Fossati.

Tutto questo per dire che ero curioso e ben disposto all’ascolto di “Che sia benedetta”, la canzone che ha portato in gara e che, già dalla prima sera, in tanti avevano battezzato vincitrice.
Signore benedetto. Salvami da questo scempio immane. Adesso scrivo come Michele Monina e dico che l’ascolto del suddetto brano mi è stato possibile solo perché ero già andato in bagno qualche minuto prima ma che mi ha comunque fatto buttare del tempo nel cesso perché nel tragitto da casa al lavoro ho potuto ascoltare un brano in meno di “Process” di Sampha, che è una delle cose che mi sta prendendo di più in questo periodo.

“Che sia benedetta”, mi ha fatto cagare, lo dico senza mezzi termini e poi abbandono Monina e ritorno a fare il serio.
Il problema di questo pezzo non è che un brutto brano. Come brano, musicalmente parlando, fa anche la sua bella figura. Ha tutti gli accordi al posto giusto, ha un ritornello che ti entra in testa subito e che gioca sapientemente nell’alternanza di pathos con la strofa, ha un arrangiamento orchestrale semplice e sufficientemente drammatico da far emozionare.
Sono andato su internet e ho scoperto che l’ha scritto Erika Mineo assieme ad un certo Salvatore Mineo (suo fratello? Suo zio? Suo cugino? Non ho voglia di andare a guardare). Anche qui, ulteriori ricerche mi hanno rivelato che la ragazza, sotto il monicker di Amara, è uscita da Amici ed ha partecipato a sua volta al Festival nel 2015, proprio nell’ultima edizione che ho guardato. Non me la ricordo, sinceramente, ma non avevo seguito molto le nuove proposte.
Comunque ho massima stima per chi si scrive i propri pezzi e per chi lo fa per gli altri. Questo è un pezzo ben scritto e la ragazza mi sembra preparata a dovere. Qual è il problema dunque?

Ho da poco letto il famoso libro di David Byrne “Come funziona la musica”, un testo che consiglio a tutti, anche se non vi piace la carriera solista dell’ex Talking Heads. Si parla molto di quella ma non in funzione autobiografica bensì di esemplificazione dei vari meccanismi che sottendono un’arte così complessa e variegata (come tutte le arti, del resto).
Bene, nel primo capitolo di questo libro, Byrne argomenta una tesi molto semplice: c’è un legame diretto, molto più diretto di quello che si potrebbe pensare, tra la tipologia di musica che uno sceglie di suonare e il luogo in cui questa musica viene effettivamente eseguita.
In poche parole, se io so in anticipo dove mi esibirò, tenderò ad adeguare le mie composizioni alle caratteristiche fisiche e acustiche del luogo. Con questo non arriva a dire che “Psycho Killer” è nata così perché suonavano al CBGB ma qualche cosa di simile.

Bene, le canzoni di Sanremo sono tutte scritte, tranne poche eccezioni, per essere suonate a Sanremo. Per essere accompagnate dall’orchestra, sul palco dell’Ariston e, particolare nient’affatto secondario, per essere ascoltate dal pubblico di Sanremo. Non tanto quello in sala (perché il teatro è piccolo) quanto i milioni di telespettatori seduti davanti alla TV del soggiorno.
E questo pubblico (scusate di nuovo, non è un insulto), nella maggior parte dei casi di musica capisce poco. E nella quasi totalità neppure vuole capire o vuole fingere di farlo.
Il pubblico di Sanremo vuole solo guardarsi un format televisivo che c’è da sempre e a cui è affezionato. Vuole vedere l’interazione tra il presentatore e le vallette di turno, i superospiti (a volte anche gente di peso e intelligenza, invitati solo per dire una serie di banalità confezionate ad arte settimane prima ma pazienza, fa parte del gioco) e nel frattempo, tra una cosa e l’altra, anche ascoltare le canzoni in gara.

Canzoni che però, per sollecitare l’attenzione del nostro spettatore medio, non possono essere troppo strane o ricercate. Devono essere costruite secondo certi stilemi, devono rispettare certi cliché. Devono essere giocate su intervalli melodici scontati ma immediatamente percepiti come gradevoli e devono avere dei testi o fintamente provocatori, o pesantemente ossequiosi al politically correct, oppure tediosamente ammiccanti ai buoni sentimenti.
Devono essere canzoni che possono essere apprezzate da chi non ha una preparazione musicale. Per dire, “Nel naufragio” degli Io?Drama, a Sanremo non ci sarebbe mai potuta andare. Ma neppure “Siete come dei pulcini” degli Afterhours, che pure all’Ariston ci sono andati (e oggi poi Manuel Agnelli lo conoscono anche le casalinghe che ascoltano Baglioni).
Un tempo a Sanremo c’era Jovanotti con “Gimme Five” e Vasco Rossi con “Vita spericolata”; o Ramazzotti con “Adesso tu” (pezzo incredibile, se volete il mio parere). Ma credo che quei tempi siano terminati. Con Fazio c’è stato un po’ più di coraggio ma con Conti mi pare si stia veleggiando nel mare dei luoghi comuni.

Oddio, sicuramente ci sono delle eccezioni (come poi dirò) e lo dico soprattutto perché ho degli amici che di musica capiscono, che Sanremo lo guardano, e che anche quest’anno ci hanno trovato qualche contenuto interessante.
Di sicuro “Che sia benedetta” non è uno di questi. “Che sia benedetta” è un brano costruito per Sanremo e forse anche anche per vincere Sanremo. Non so se vincerà effettivamente (stanotte vedremo) ma di sicuro non si fa fatica a capire perché sia tra quelle che stanno piacendo di più.
Perché è una canzone che dà alla gente esattamente quello che la gente vuole che le si dia. Ha una melodia lineare e piacevole, che valorizza in pieno la voce della Mannoia (che è sempre magnifica, ma questo è inutile dirlo), un ritornello che gioca col pathos e l’intensità in maniera furbissima, e in generale te la ricordi già dopo il primo ascolto. Altra qualità fondamentale, per quelli che di musica capiscono poco (“Mi è entrata in testa subito, meraviglioso!”) e non proprio una qualità inutile in sé e per sé (tutti i pezzi di “Rubber Soul” entrano in testa al primo ascolto, per dire); però non può essere l’unico metro per valutare il successo di un pezzo (altrimenti “Paranoid Android” farebbe cagare).

Anche il testo segue questa logica: “Che sia benedetta. Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta. Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta. Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta.”.
Questo è il ritornello, non mi pare sia utile citare altro. Quindi, direte voi, che c’è di strano? Che c’è di sbagliato in questi pensieri?
Niente, per carità. Condivido dalla prima all’ultima parola. E mi pare anche molto interessante, nonché incoraggiante, vedere che in un’epoca in cui tutti non fanno altro che lamentarsi, arrivi una canzone che ci ricorda che, nonostante tutto, vivere è bello.
Ma ci sono centomila modi per dire che vivere è bello. Ci sono centomila modi per cantare il dramma di cui è intrinsecamente fatta la nostra esistenza. Chi ama la musica mi saprà dire almeno dieci titoli di canzoni che esprimono il concetto molto meglio di questo polpettone sentimental zuccheroso sanremese.
Recentemente Francesco Bianconi (uno che a Sanremo ci è andato più di una volta come autore ed è in gara anche quest’anno) scriveva che “Lo so, la vita è tragica, la vita è stupida però è bellissima essendo inutile. Pensa a un’immagine, a un soprammobile: pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere”.
Ok, lo so che il messaggio non è esattamente lo stesso. Ma se non altro non è semplicistico, è apertamente provocatorio e mi sembra che siamo leggermente su un altro pianeta a livello di scrittura (e non ho neppure citato cosa dicono le strofe!). Ecco, se il cardinal Ravasi si è permesso di twittare il testo cantato dalla Mannoia, invece di gridare al miracolo e imbastire titoloni in prima pagina su Avvenire, direi che si farebbe prima a dire che il cardinal Ravasi, che pure è uomo di grande cultura, ha ascoltato ben poca musica “leggera” in vita sua, se è andato in un brodo di giuggiole per una tale banalità.

Ma si sa, al pubblico di Sanremo certe sottigliezze non piacciono. Il pubblico di Sanremo (che è un po’ come il pubblico causale di certi concerti, secondo me) dice che il brano della Mannoia è bellissimo perché quello è il massimo del “bellissimo” musicale che riesce a capire.
Quindi, se ragioniamo in questi termini, “Che sia benedetta” è un brano perfetto. È il brano più sanremese degli ultimi anni e se vincerà il Festival sarà un tripudio di condivisioni sui Social e status del tipo: “Vince la canzone più bella! Grande Fiorella! Vince la vita!” e altre simili terrificanti banalità.

Poi succede che scopro che a Sanremo, tra le nuove proposte, ci è andato un certo Federico Braschi (ma si fa chiamare solo Braschi). Un paio di amici si esprimono favorevolmente sulla canzone che ha presentato e sul suo disco d’esordio, che da tradizione è stato reso disponibile il giorno successivo all’esibizione. Siccome mi fido di questi amici, lo ascolto.
E, mi dispiace, siamo su ben altri territori. Un livello di scrittura già alto e sorprendentemente maturo per un artista esordiente. Una rilettura della tradizione leggera italiana che sa conservarne il lato più melodico e, se vogliamo, anche sentimentale, pur senza diventare stucchevole e soprattutto senza passare dall’Indie e da quell’attitudine lo fi un po’ scazzata e un po’ incazzosa che tanti, troppi esponenti di un certo mondo considerano ingrediente imprescindibile per il successo commerciale.
Se la famosa “scuola romana” di Fabi, Silvestri, Gazzé e Sinigallia rappresentò vent’anni fa la nuova generazione di cantautori dopo i miracoli degli anni ’70, allora Braschi potrebbe davvero rappresentare un ulteriore nuovo inizio.

Ecco, la morale di questa storia, se una morale c’è, è che forse bisognerebbe dare un po’ meno enfasi alla Mannoia e a chi per lei, e cominciare a concentrarsi su chi magari è meno spendibile mediaticamente ma che offre un prodotto che stimola la ragione oltre che il sentimento e che, pur senza essere fruibile sin dal primo ascolto, contiene una profondità che rimarrà ben oltre la settimana del Festival.
E checché ne dica Salvini, e nonostante l’immediata eliminazione (ma avevamo dubbi?), “Nel mare ci sono i coccodrilli” è un esempio lampante di come si possa trattare un argomento di scottante attualità (l’immigrazione dal Nord Africa) in maniera ironica, intelligente e poetica insieme.
Ma non c’è problema, continuate ad ascoltare “Che sia benedetta”, se vi sentite più tranquilli.

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