È uno dei ricordi più vividi della mia adolescenza musicale: io che mi reco alla fermata del pullman con il walkman nelle orecchie, ascoltando tutto concentrato la cassetta dove avevo duplicato da cd “Awake”, l’allora nuovo album dei Dream Theater. L’ho ascoltato per tanti giorni di seguito, forse più di un mese, un qualcosa di assolutamente impensabile oggi.
È una scena che ho talmente dentro, che è probabile l’abbia già raccontata, su queste colonne. Se così fosse, chiedo ai miei (pochi) lettori di avere pazienza. Difficile trovare idee nuove quando si scrive di sé.

I Dream Theater li scoprii nel novembre del 1994, con “Awake” appena uscito. Mi piacque immensamente, ma fui letteralmente folgorato un mese più tardi, quando per Natale mi feci regalare “Images and Words”, che era il loro secondo disco e già ai tempi considerato come un capolavoro. L’ho scritto, ma probabilmente mai pubblicato (è una cosa che è rimasta nel cassetto e che forse ci rimarrà in eterno): ho avuto due soli momenti di epifania musicale vera. La prima è stata dopo cinque secondi del riff di “I Want Out” degli Helloween; la seconda, il primo ascolto completo di “Images and Words”. Con l’aggiunta del fatto che già alla fine di “Pull Me Under” avevo realizzato di aver di fronte qualcosa di davvero grandioso.

Ecco, mi piacerebbe dire che la stessa cosa mi è successa con gli Iron Maiden. O coi Pearl Jam. O coi Radiohead. O con Springsteen. La verità è che amo centinaia di band e artisti solisti, alcuni proprio alla follia. Ma la folgorazione vera l’ho avuta solo in quei due casi. Quella sensazione strana ma inconfondibile per cui non c’è nulla che valga la pena nella vita. Nulla se non stare lì ad ascoltare quel che fuoriesce dalle casse.

Ho seguito i Dream Theater pressoché ininterrottamente, da quel momento. Ma in questo caso ricordo benissimo di aver scritto un post lo scorso marzo per cui stavolta eviterò davvero di ripetermi.
Li vidi dal vivo per la prima volta nel 1995, tour di “Awake” appunto, coi Fates Warning di supporto. Quella band che io non conoscevo, che da quella sera divenne una delle mie preferite e che poi per circostanze assurde non ho mai più rivisto su un palco.
Ci sono stati alti e bassi ma in generale li ho sempre apprezzati, anche se anno dopo anno perdevano punti nella mia personale classifica. Però i loro dischi li ho sempre comprati. E bene o male, salvo certe eccezioni, li ho sempre apprezzati.
Ho perso alcuni tour per strada ma nel complesso mi è sempre piaciuto andarli a vedere. Certo, dal 2003 in avanti l’ho fatto sempre meno e anche senza quell’entusiasmo da avvenimento imprescindibile che mi accompagnava prima.
Ma è sempre stato bello, inutile negarlo.

Così mi fa specie recarmi al forum d’Assago ad ascoltarli per l’undicesima volta, pensando che sono passati ormai 24 anni dalla prima. Fa veramente strano pensare che stai andando ad ascoltare la stessa band di cui ti sei innamorato 24 anni prima. Sarà retorico ma è inevitabile pensarci: loro sono invecchiati e anche tu lo hai fatto. 2/5 della formazione sono nel frattempo cambiati ma anche i sostituti (per lo meno il tastierista Jordan Ruddess) sono dentro da abbastanza tempo da essere considerati vecchie conoscenze.
Così il mood per me è un po’ diverso, stasera. Sono andato al concerto da solo (i primi anni non accadeva mai, ma questa è solo la dimostrazione del fatto che il Metal spesso è musica generazionale. La si ascolta quando si è giovani, poi si cresce e diventa ridicola, si smette e non ci si pensa più. Non accade più ora: pochi giovani vi si avvicinano. Ma era così per la mia generazione. Nessuno di quelli con cui sono cresciuto da ragazzino la ascolta più, è un dato di fatto) e ho ritrovato un vecchio amico dei tempi in cui scrivevo per Metal.it. I miei gusti musicali si sono spostati di parecchio, nel frattempo, e non accade quasi più che ci si becchi ai concerti. Anche questo, mi ha fatto pensare al tempo che passa.

Devo dire la verità: per tutto il tempo del concerto ho pensato al tempo che passa. Non mi era mai capitato in maniera così potente. C’erano loro cinque sul palco, c’era il Forum gremito di pubblico entusiasta (e i soliti cafoni da telefonino, ma ormai si sa) e c’ero io, comodamente seduto in tribuna, a pochi metri dal palco (mai avuto una visuale così buona stando sugli spalti. E pensare che Ticketone non ti permette di scegliere i posti…) che guardavo la band suonare, godevo della musica, muovevo la testa a ritmo, ogni tanto cantavo qualcosa. E pensavo al tempo che passa.

Assurdo, direte voi. Eppure i concerti di certi gruppi ormai servono soprattutto a questo. A ricordarci com’eravamo. A farci fare un tuffo nel passato. A farci sentire un attimino meglio di come stiamo ora. A richiamarci sul fatto che forse, se ci impegniamo, potremo ricavare qualcosa di buono anche da questo nostro presente.
Nel mio caso è diverso: sono contentissimo della mia vita e la considero decisamente migliore di quando andavo a scuola con “Awake” in cuffia. Ricordo perfettamente la data italiana del “Falling Into Infinity Tour”, nell’autunno del 1997, sempre qui al Forum. Ero con alcuni amici ma avevo appena iniziato l’università, certe cose non funzionavano e c’era un clima di incertezza e di tristezza nell’aria che rimase come un’ombra per tutto il tempo del concerto.
Non è più così ora. Sono sereno, ho una vita di cui essere grato. Eppure, quando rivedi a distanza di 24 anni dall’ultima volta quella che un tempo era una delle tue band preferite in assoluto, non puoi fare a meno di pensare che non sei davvero lì, non sei veramente nel presente; hai comprato un biglietto per fare un viaggio nel passato e come te, molto probabilmente, stanno facendo più di tre quarti dei presenti.

Tanto più che questa sera va in scena la riproposizione integrale, canzone dopo canzone, di “Images and Words”. E qui casca l’asino perché il biglietto l’ho comprato esattamente per questo motivo.
Al Gods of Metal del 2009, prossimi alla pubblicazione di “Systematic Chaos”, stupirono tutti suonandolo interamente. Era il 7 luglio e proprio quel giorno il disco era stato pubblicato, 17 anni prima. Fu un regalo pazzesco, totalmente inaspettato, tanto più che La Brie era pure in ottima forma vocale e ci godemmo delle versioni live veramente eccellenti.
Pensavo di aver già dato, quindi. Quando te lo becchi a sorpresa, il tuo disco preferito, e per giunta quando ancora queste iniziative non erano noiosamente diventate una moda, non puoi davvero chiedere di più.
E invece ho deciso di replicare. È evidente che l’idea di questo tour nostalgico sia scaturita dalla volontà di accontentare quei fan che sono rimasti delusi dall’ultimo spettacolo, totalmente incentrato sul nuovo “The Astonishing”. È evidente anche che ormai (ma questo l’ho scritto tante volte) nel music business esistano delle logiche tali per cui queste operazioni vengono considerate indispensabili ed è meglio mettersi nell’ottica che in futuro sarà sempre di più così.

Si può decidere di stare a casa, dicendo che queste sono solo mere trovate economiche. Si può decidere, come ho fatto io, di andarci per rievocare i bei vecchi tempi e, ragione principale, per ascoltare belle canzoni da una band che comunque dal vivo, al di là dei gusti personali, è sempre una garanzia.
“Images and Words” è un capolavoro, punto. Lo suonino pure per soldi, a me fa piacere andarlo a sentire. Tanto più che dopo “The Astonishing” i Dream Theater hanno dimostrato di non essere poi totalmente defunti sul piano compositivo.

È stato un bel concerto, in definitiva. Non il migliore mai visto da loro, ma senza dubbio un bel concerto. L’atmosfera del Forum era bella calda, piena di gente che era lì davvero come se quel momento fosse speciale. Il Forum era pieno zeppo di fan, di gente che adora il gruppo e che non vedeva l’ora di vederlo di nuovo in azione.
Anch’io ero così, un po’ di anni fa. E non nego che un po’ l’ho invidiata, tutta quella gente contenta. Perché io ero lì con curiosità positiva mista ad un certo snobismo di chi di concerti ne ha visti una quantità esorbitante ed ormai vi assiste più con lo spirito del recensore che con quello dell’appassionato.
Quindi un po’ li ho invidiati, questi qui. Mi ha fatto bene vedere tutta la loro esaltazione su brani come “Metropolis” o “Take the Time”. Mi ha fatto bene vederli cantare tutti i testi a memoria. Dopotutto è gente che si fa molte meno seghe mentali di quante me ne faccia io. Anzi, probabilmente non se ne fa affatto; si godono quello che hanno davanti ed è finita lì. Nessuna pretesa.

Io ho guardato tutto in maniera più distaccata. Contento, certo. Ma mai pienamente coinvolto. Ho pensato alla mia vita, come ho detto. Ho pensato a tutto quello che è successo in questi 24 anni. Ai dolori, alle gioie. Ma più di tutto, ho rievocato quel concerto del marzo 1995. E quello successivo di luglio a Varese, la mia città.
Quel concerto che non ci sembrava vero avvenisse a due passi da casa. Quel concerto in cui incontrammo James La Brie alla Casa del Disco e quasi lo assalimmo da tanto eravamo contenti. Quel concerto in cui aspettammo la band per ore fuori dal loro hotel (il City, che c’è ancora ed è in pieno centro) e poi James e John Myung uscirono e chiacchierarono un po’ con noi.
Quel concerto in cui stetti in prima fila e mi feci sequestrare la macchina fotografica da un bodyguard un po’ troppo zelante (se solo avessero scoperto cosa sarebbe venuto fuori di lì a qualche anno, me l’avrebbero lasciata tenere senza problemi). Quel concerto in cui, da perfetto nerd quale allora già ero, andai via incazzato perché non avevano suonato “Another Day” e “Metropolis” (quest’ultima però a marzo l’avevo sentita. L’altra dovetti aspettare ancora quattro anni prima di beccarla in scaletta).

Ecco, il mio concerto dei 25 anni di “Images and Words” è stato un po’ come la famosa madeleine di Proust. Non conta tanto l’esperienza del presente; conta il passato che questa esperienza riesce ad evocare. Guardavo i Dream Theater passare da “Pull Me Under” a “Learning to Live”, infarcendo tutto con alcune ottime improvvisazioni sui finali, indurendo leggermente il suono rispetto alle versioni originali, e producendosi nel complesso in un’esecuzione eccellente.
Guardavo tutto questo e nella mia mente continuavo a sovrapporre le immagini di loro cinque in quei due concerti, quando “Awake” era il loro nuovo disco e io ero una persona molto ma molto più infelice di quella che sono ora.
E pensavo però che un po’ è triste essersi ridotti così, nel proprio rapporto con la musica. Essersi ridotti ad andare ad un concerto, apprezzarlo ma archiviarlo già cinque secondi dopo perché si deve pensare a quello successivo.
Ma in fin dei conti è giusto accettarlo: cambiamo noi e allo stesso tempo cambiano le priorità, cambiano i rapporti che abbiamo con le cose. Paradossalmente, conosco molta più musica ora ma ci sono meno affezionato. L’ho scritto tante volte e forse è il tema principale di questo blog, a voler essere sinceri. Però poche volte me ne sono reso conto con maggior dolore e consapevolezza di questa sera.

Dal punto di vista strettamente musicale, non ho da dire molto. I Dream Theater sanno suonare e non credo faccia nemmeno più tanto notizia. La loro presenza scenica è tra le peggiori che abbia mai visto in una band ma credo che nessuno, tranne me, si sia mai lamentato. Molti dicono che sono freddi, che comunicano poco, che suonano cose molto tecniche ma senza metterci pathos. Non sono d’accordo. Certo, in tanti frangenti sono pacchiani e la loro musica è solo apparentemente complessa e sofisticata: in realtà è ruffiana ed ammiccante quanto basta, pur utilizzando il linguaggio del Prog Metal. Non è una lamentela, eh! Basta sapere di che cosa stiamo parlando.
Comunque loro fanno di tutto per coinvolgere il pubblico e, ripeto, sono anche bravi ad inserire improvvisazioni qua e là, giusto per rispondere a chi li accusa di essere troppo uguali al disco.
Quindi nessun problema da questo punto di vista.
Forse solo la setlist mi ha un po’ deluso: nella prima ora vengono proposte alcune canzoni del passato ma personalmente non ho apprezzato del tutto le scelte fatte. Sono stato contento di sentire la strumentale “Hell’s Kitchen” (ad onor di verità è giusto dire che non l’avevo neppure riconosciuta. Mi suonava famigliare ma ho dovuto guardare il titolo su setlist.fm. Che volete, non la ascolto più dal 1999, ad andar bene…) e ho apprezzato tantissimo “Breaking All Illusions”, nonché la prima assoluta di “The Bigger Picture”, due canzoni tratte da dischi di cui non avevo visto il tour.
Altre cose però, da una pur ottima “As I Am” (ottima come esecuzione, perché il pezzo in realtà è poca roba) all’iniziale “The Dark Eternal Night” mi hanno un po’ stufato per cui le ho accolte con un po’ di sufficienza.
Ma qui sono gusti personali. Stiamo parlando di una band che ha fatto tredici dischi e immagino che ognuno abbia le sue preferite.

Molto meglio la seconda parte: al di là di “Images and Words”, che è stato valorizzato da un’interpretazione “moderna” ma non estranea allo spirito del tempo, è poi arrivata “A Change of Season”, la lunga suite da 23 minuti che era stata composta proprio ai tempi del loro capolavoro, ma che la casa discografica non aveva permesso venisse inclusa, perché era contraria a pubblicare un disco doppio. L’avevo ascoltata per l’ultima volta a Bergamo nel 2004 ed è inutile dire che è stata una meraviglia, il modo migliore di chiudere il concerto.
Ecco, se i Dream Theater fossero sempre rimasti su quel livello, adesso staremmo parlando di una delle band più grandi della storia del rock, non solo del metal.
E ironia della sorte, “A Change of Season” la ascoltai per la primissima volta proprio a Varese, in quel famoso concerto. All’epoca circolava solo come bootleg e loro l’avrebbero riregistrata e pubblicata a breve, per cui durante quel tour l’avevano messa in scaletta. Passato e presente ancora una volta si sono uniti, dunque.

Ultima nota, purtroppo stonata: la voce di James La Brie. Il cantante ha sempre avuto stati di forma altalenante e questo periodo purtroppo non è uno dei migliori. Lo avevo già rilevato a marzo (anche se lì era ammalato, in seguito infatti annullò lo show di Trieste) e anche stavolta non è andata benissimo. Oddio, sui toni medi è ancora quel cantante fenomenale che ci ricordavamo e che ammiriamo ancora in studio. Sugli alti lascia molto a desiderare e spesso e in certi frangenti risulta proprio imbarazzante.
Ma non siamo alla Scala e i fan dei Dream Theater, pur esigenti, sanno anche perdonare molto.

Come al solito, ero in macchina cinque minuti dopo la fine. Tornando a casa, come ho scritto, pensavo già ad altro. Ma mentirei se dicessi che non mi sono divertito. Adesso rimane il ventennale di “Scenes From A Memory” e sinceramente mi pare difficile che non ci pensino. Oppure aspettare altri due anni, e beccarsi il venticinquesimo di “Awake”.
La nostalgia non è così negativa, se si sa come prenderla.
In coda, l’ennesima frecciata polemica, ma non sarei io se non la facessi: avevo di fianco una tizia che ha passato metà concerto a fare video e a postarli su Facebook. L’altra metà se l’è effettivamente guardata, muovendosi a ritmo di musica e cantando pure certi ritornelli. Quindi, proprio casuale non era. Poi però durante il solo di “Pull Me Under” esce a prendersi una birra. Azione ripetuta sul break strumentale di “Learning to Live” (che se non è la cosa più bella di tutto il disco, poco ci manca).
Ecco, io sarò anche snob (sicuramente lo sono), ma certa gente ad eventi così non ci deve entrare. Punto. State a casa, fidatevi. Renderete tutti più contenti.

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