Un altro anno è trascorso. Un altro anno di grande musica perché io, nonostante non possa più in alcun modo definirmi “giovane”, non riesco proprio a guardare al passato. Certo, ho i miei capisaldi, i miei dischi della vita, ma non mi capita molto spesso di rimetterli su. Ogni settimana vengono pubblicati un sacco di dischi e io mi scopro ancora con la voglia, a volte quasi ossessiva, di ascoltarmeli tutti.

Non è ovviamente possibile e da questa impossibilità derivano ansie e frustrazioni, come ho cercato di illustrare alla meno peggio nel post precedente. Però di cose ne ho ascoltate (quest’anno forse ancora di più che in quello precedente) e questo è un tentativo umile e ironico di raccontare in poche righe quei 25 album che ho assimilato, amato e quindi conosciuto di più. Non sono per forza di cose in ordine (tranne i primi cinque) perché non ce la faccio proprio a stabilire un ordine.

Come sempre, tra qualche anno vedremo che cosa sarà rimasto. Ma oggi, 23 dicembre 2016, ci sono soprattutto questi qui. E un’altra decina a cui, per varie ragioni, non ho potuto dedicare il tempo che avrebbero meritato. Ma rimedierò, questa volta ho intenzione di non lasciare correre.

Leggete quello che volete. Guardate pure solo le copertine, se non avete voglia di leggere. Se poi qualcuno troverà motivi di interesse e scoprirà nuove band, non potrò che esserne contento…

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David Bowie “Blackstar” 

La sua scomparsa il 10 gennaio è stata un fulmine a ciel sereno. Non si sapeva granché della sua malattia ma alla fine ha scelto di andarsene così come ha sempre vissuto: lavorando e facendo della sua vita un’opera d’arte. E lo ha fatto nella maniera migliore, aprendo con due videoclip da pelle d’oca, per altrettante canzoni da pelle d’oca, e chiudendo con un disco breve ma dall’intensità quasi insostenibile. Un disco che, pare incredibile per uno che sapeva di averne ancora per poco, non è uno sguardo nostalgico al passato (quello, semmai, poteva averlo fatto col precedente “The Next Day”) ma il punto fondamentale di un’ulteriore, sorprendente evoluzione musicale, che Dio solo sa cosa avrebbe ancora potuto essere, se fosse vissuto più a lungo. Un addio commovente e terribile insieme, per un album che guarda tutti dall’alto in basso e che, a distanza di dodici mesi, non ha trovato nessuno che lo sorpassasse.

 

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Radiohead “A Moon Shaped Pool” 

Chi scrive idolatra letteralmente questa band, lo ha sempre fatto ed è probabile che sempre lo farà. “A Moon Shaped Pool”, a distanza di sei anni dal precedente “The King of Limbs” è stato fatto precedere da una campagna di lancio che ha avuto come punto di contenuto principale una drammatica verità: puoi permetterti di sparire dal regno totalitario del web, a patto che tu sia sufficientemente famoso da far sentire la tua mancanza. Diversamente dal protagonista del pasoliniano “La ricotta”, che ha dovuto morire per far accorgere gli altri che esisteva, qui una cosa del genere non è più possibile. Ma Thom Yorke e soci hanno confezionare un album che non è rassicurante, e che parla di perdita, alienazione e solitudine, in una chiave musicale che disdegna dopo tanto le trame elettroniche per ritornare al rock e inserire un inedito rivestimento orchestrale tanto per gradire.
Canzoni composte in vari momenti del passato, anche non proprio recente, ma che vengono rivestite a nuovo in un insieme che sa ancora emozionare, proprio quando pensavamo di averle viste tutte.

 

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James Blake “The Colour in Anything” 

James Blake è totalmente pazzo ma anche totalmente geniale. Questo disco lo aspettavamo da tempo, era stato annunciato, smentito, rimandato, poi ancora annunciato. Adesso, finalmente, è realtà. Pubblicato proprio negli stessi giorni dei Radiohead, anch’esso solo in formato digitale, almeno all’inizio; una prova del fatto che il mercato musicale sta cambiando e che la confezione forse ormai serve solo per i cofanetti celebrativi.
Comunque. Diciassette canzoni per 75 minuti abbondanti sono indubbiamente un bel bottino e una bella mole di roba da assimilare. Il problema è che qui dentro non c’è una sola nota superflua. Non una sola. Si parla di melodie, visioni celestiali, interpretazione vocale da brivido e la capacità di mettere l’elettronica al servizio di una scrittura che attinge al Soul e al Gospel più puri. Ma c’è tanta altra roba qui dentro. Un disco che appartiene ad un sound che ha coordinate precise e che si muove senza problemi a certe latitudini (i featuring con Beyoncé e Kanye West sono abbastanza espliciti, del resto) ma che vola talmente alto che può piacere a tutti. E a giugno lo vedremo a Milano assieme ai Radiohead. Non vediamo l’ora.

 

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Merchandise “A Corpse Wired For Sound” 

Vengono da Tampa, Florida, e sono in giro da parecchio tempo. Hanno fatto in tempo a cambiare tanto, ad esplorare diversi terreni, ma adesso hanno realizzato forse il loro disco definitivo. Coeso e vario allo stesso tempo, scuro e magniloquente, in bilico tra Joy Division e Depeche Mode, con canzoni meravigliose e un chitarrista di livello esagerato come Dave Vassalotti. C’è dentro un intero decennio in questo disco, quello che comincia dal 1978, con la disgregazione del Punk e la nascita di qualcosa di nuovo. Ma non è un disco nostalgico. Semmai derivativo, quello sì. Ma brilla di luce propria, ve lo posso garantire. Dovevano venire in Italia ma a questo giro, purtroppo me li sarei persi. Poi Carson Cox si è spaccato la mascella dopo un concerto e hanno dovuto annullare tutto quanto. Se tornassero andateci, perché sono uno spettacolo.

 

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Daughter “Not To Disappear” 

Ne ho parlato e ne ho scritto in lungo e in largo quest’anno, c’è pure un post apposito per cui non vi tedio oltre. Anche loro, come Bowie, escono a gennaio, anche loro rimangono saldamente nella mia top five senza nessun segno di cedimento. Che dire? Sanno scrivere e sanno suonare dal vivo, la voce e il magnetismo di Elena Tonra sarebbero già abbastanza ma poi ci si accorge che ogni tassello si incastra alla perfezione. Forse non è fresco e irruento come il precedente “If You Leave” (le opere prime, se sono valide, sono sempre parecchio ingombranti) ma rimane sempre di altissimo livello. Con dei testi che affrontano il tema della difficoltà delle relazioni e il dramma dell’esistenza umana, in maniera sincera e allo stesso tempo inquietante.

 

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Julien Baker “Sprained Ankle” 

Se a diciannove anni scrivi un disco così, a venticinque cosa farai? Il dolore e i traumi di una giovinezza che deve essere stata tutta tranne che facile, si condensano in gemme di rara bellezza, con una voce che trema e grida tutta la sua rabbia ma anche la sua passione per la vita. Ho iniziato il mio Primavera Sound con lei, quest’anno. Ho i brividi ancora adesso quando ci penso. L’emozione e la verità del trovarsi di fronte a un’artista che nel giro di mezz’ora ti ha mostrato la sua anima. Questo è per tutti i palati e se vi lascia indifferenti dovete rivedere due o tre cose del vostro rapporto con la bellezza.

 

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Leonard Cohen “You Want It Darker” 

Anche di questo ne hanno parlato tutti. Come Bowie, scrive un disco che è legato a doppio filo al concetto di morte e dipartita e pochi giorni dopo la sua pubblicazione, lascia questo mondo per sempre. Sono sempre stato legato a Cohen, conserverò per sempre il ricordo bellissimo dell’unica volta che l’ho visto dal vivo e ho apprezzato molto anche i due dischi realizzati dopo il ritorno sulle scene, “Old Ideas” e “Popular Problems”. Questo è a loro superiore, non tanto per le singole canzoni (perché il songwriting bene o male è quello) ma per l’atmosfera e il tono generale, che è quello di un lavoro che non ha paura di guardare in faccia il Mistero, di bussare alla porta del Solo che può redimere il cammino di una vita. “I’m Ready, My Lord”, canta nella title track. E io penso a che lucidità ci vuole, a che consapevolezza, per chiudere una carriera così. Non è il suo lavoro migliore (e come poteva esserlo?) ma se non lo si ascolta, non lo si potrà mai capire fino in fondo, Leonard Cohen.

 

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Suede “Night Thoughts” 

Anche su di loro ho già scritto, seppure non qui. Il loro è un percorso comune a quello di tanti: protagonisti di una certa stagione musicale (in questo caso l’ondata del Brit Pop a inizi anni Novanta, sebbene loro ne rappresentassero il lato più romantico e “sinfonico”), hanno realizzato un paio di dischi seminali e poi hanno vivacchiato, sciogliendosi e riformandosi, all’insegna di dischi piacevoli ma sempre rigorosamente “For Fans Only”. Questo “Night Thoughts” non fa eccezione ma è forse il più bello dal capolavoro “Dog Man Star”. Probabilmente non meritava di entrare tra i primi 25 di quest’anno (e del resto non ho visto una sola classifica che lo riportasse) ma prendetelo più come un omaggio affettuoso e sentito ad un album che nella prima parte di quest’anno mi ha accompagnato spesso e volentieri. Anche perché una canzone come “Outsiders” la metà delle band che c’è in giro oggi se la sogna.

 

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Perturbazione “Le storie che ci raccontiamo” 

Devo dire la verità, non sapevo cosa fare con loro. In Italia, sono tra le mie band preferite, li ho visti dal vivo tante volte, li ho intervistati in più di un’occasione. Dopo la svolta “Electro Pop” di “Musica X”, Sanremo e l’abbandono del chitarrista Gigi Giancursi, è arrivato “Le storie che ci raccontiamo, a proseguire il discorso intrapreso e a mettere in chiaro la volontà di approdare ad un riconoscimento più ampio di quello che è sempre stato. Lo avrebbero meritato, visto che questo è un lavoro ben confezionato e prodotto (Tommaso Colliva, del resto, lo conosciamo tutti), con canzoni che avrebbero potuto davvero arrivare dovunque. Invece, non si sa perché, tutto è rimasto come prima. O forse, addirittura peggiorato. I Perturbazione, dispiace dirlo, non arriveranno mai. Speriamo che ce la facciano a tirare avanti così perché c’è bisogno della loro semplicità e della loro leggerezza nel raccontarsi, in questa Italia musicale che si prende sempre troppo sul serio.

 

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Bon Iver “22, A Milion” 

Capolavoro o presa per il culo colossale. Il terzo lavoro di quello che è il progetto principale di Justin Vernon è arrivato dopo una lunga attesa e, come tutti i dischi importanti, ha diviso il pubblico e ha collezionato forse tanti giudizi poco sinceri, inevitabilmente condizionati dal desiderio di accodarsi all’hype del momento.
Da parte mia, la risolvo in fretta: se i primi due dischi non mi hanno mai detto granché, al contrario questo mi ha colpito. Se le sperimentazioni col vocoder e l’impronta sonora in generale possono apparire figlie del suo tempo ed anche un po’ ammiccanti, il contenuto strettamente musicale, una volta scavato nella parcellizzazione operata in sede di arrangiamento, spicca fuori in tutta la sua luminosità. Canzoni dai titoli incomprensibili e dai testi ancora più criptici, per un disco che, nonostante tutto, mette a tema le emozioni con ammirevole sincerità.

 

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Lele Battista “Mi do mi medio mi mento” 

Sei anni di silenzio, tantissime collaborazioni nel mezzo ma non molta voglia di far uscire qualcosa di nuovo. Poi l’incontro con Mauro Ermanno Giovanardi, che lo ha in qualche modo spinto a provarci. Esce così “Mi do mi medio mi mento”, il terzo album del cantautore milanese, ex La Sintesi. E ancora una volta è un capolavoro. Come faccia non lo so, ma se dovessi indicare chi, in Italia, è in grado più di tutti di portare avanti la grande tradizione cantautorale, conservandone intatta la bellezza al netto di un giusto svecchiamento negli arrangiamenti, direi che c’è lui e pochissimi altri. Un lavoro di otto tracce per mezz’ora o poco più. Ma basterebbe l’apertura di “24.000 anni” per farci capire che ci troviamo su un altro pianeta.

 

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The Notwist “Superheroes, Ghost Villains and Stuff” 

Normalmente non metterei un disco dal vivo all’interno di una classifica come questa. Perché i dischi dal vivo, generalmente, sono fatti di pezzi vecchi. Eppure, così come l’anno scorso con quello dei Cheap Wine, che presentava la rivisitazione di brani particolari della loro discografia, anche questo doppio lavoro della band tedesca, ha al suo interno motivi di interesse in tal senso. Perché quando si va ad un concerto dei Notwist non si sa mai che cosa aspettarsi e quel che accade sul palco è sempre molto diverso dall’immagine che abbiamo noi delle loro canzoni in studio. E siccome sino ad ora era mancata una testimonianza ufficiale di una loro esibizione, e siccome questo show registrato lo scorso anno a Lipsia, mi ha restituite intatte le indescrivibili sensazioni e le emozioni provate a Parma e a Vasto, le loro ultime due tappe italiane, sono praticamente obbligato ad inserirlo in lista. Inutile descriverlo: mettetelo su e lasciatevi trasportare. E poi andate a vederli a marzo, quando torneranno da noi. Se non lo fate siete fuori di senno.

 

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Savages “Adore Life” 

Anche qui abbiamo la retromania. Ma sinceramente ce ne freghiamo. Il Post Punk di queste ragazze irlandesi è scurissimo, grezzo e rabbioso e quasi non ci si crede perché poi le vedi dal vivo e sembrano quasi delle tipe acqua e sapone. Finché non attaccano a suonare, ovviamente. Allora potresti tranquillamente dire di essere finito all’inferno. E di non avere poi tutta questa voglia di uscirne. Rispetto al primo lavoro, che è piaciuto tanto ma che appariva ancora molto grezzo, “Adore Life” è più controllato, studiato in ogni minimo dettaglio, le canzoni più definite e meno selvagge. A mio parere si tratta di un passo avanti e anche se non presentano nulla di originale, sono una delle cose più fresche apparse nel Music business negli ultimi anni. L’ennesima riprova che un certo genere è stato più importante di quanto normalmente si pensi.

 

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American Football “LP2” 

Si sono sciolti ancora prima di pubblicare il disco d’esordio, nel 1999 e si sono riformati due anni fa, spinti dall’ossessione compulsiva del passato che ha contagiato milioni di band prima di loro, oppure semplicemente dalla voglia di riabbracciare i vecchi tempi. Mike Kinsella e compagni, che sono divenuti in men che non si dica il gruppo preferito di chi fino a due minuti prima dell’annuncio della reunion, manco li aveva sentiti nominare (ma l’hype può questo e altro, lo sappiamo), hanno infine deciso di dare un seguito alla loro scarna discografia.
È un album notevole, questo “LP2”, che riproduce quella nostalgia adolescenziale in modo smaccatamente artificioso (il tempo che passa non si riporta indietro) ma che brilla di intuizioni compositive che è bello vedere ancora ben presenti. È più assimilabile, forse, più accessibile e scontato nelle melodie, ogni tanto sa di posticcio ma mentirei se dicessi che è roba che mi annoia. A giugno li rivedrò dal vivo ed è superfluo dire che sto contando i giorni.

 

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Warpaint “Heads Up” 

Sensuali come le Savages ma con molta più classe dalla loro parte, le Warpaint sono un altro gruppo tutto femminile che dimostra di aver imparato a memoria la lezione del Dark Wave, Post Punk e altre sigle simili, ma di saperla poi declinare in maniera del tutto inedita, forti, appunto, di una personalità artistica e non, davvero non indifferente. Con quest’ultimo “Heads Up”, per dire, hanno accentuato in modo inaspettato il lato più Pop e “leggero” del loro sound (sempre che ne abbiano mai avuto uno, di lato Pop) e si sono messe a scrivere canzoni che non vanno ascoltate in macchina, per fisiologica impossibilità a stare fermi. Basterebbero l’opener “Whiteout” o “New Song” (miglior singolo dell’anno?) per capire che siamo di fronte a qualcosa di importante. Certo, forse si è persa un po’ la scura drammaticità del disco d’esordio “The Fool” ma “Heads Up” è uno dei lavori che darei da ascoltare a chi continuasse a sostenere che il rock contemporaneo non produce nulla di nuovo.

 

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Minor Victories “Minor Victories” 

Eccolo qui, il chiacchieratissimo supergruppo che unisce Mogwai, Editors e Slowdive. Ne ho già parlato in un post poco più sotto, se vi va andate a vedere. Qui dico solo quel che mi ha impressionato di più: che alcuni dei membri di tre band così importanti e così diverse, abbiano unito il loro talento per produrre un qualcosa che è la perfetta sintesi di tutto ciò che ha reso questi act così tremendamente vincenti nel loro campo. Un disco profondo, scuro e magniloquente al punto stesso. E poi vedere Rachel Goswell dal vivo è una di quelle esperienze che non puoi descrivere. Speriamo arrivi un secondo capitolo, prima o poi.

 

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Nick Cave & The Bad Seeds “Skeleton Tree” 

Il precedente “Push The Sky Away” aveva una copertina bianca ed era aperto a suggestioni cosmiche e a liberazioni esistenziali. Questo è totalmente nero e ti soffoca sin dalle prime note. Che la tragica scomparsa del figlio Arthur ne abbia o meno influenzato la composizione, non è un interrogativo che sia appropriato porsi. I Bad Seeds, di fatto, non esistono più, è Warren Ellis che tira le fila e il suono si è fatto sempre più etereo ed evanescente: un violino, un pianoforte, e discreti inserti di elettronica, a fare da tappeto ad una voce come sempre non di questo mondo. “Voglio scrivere canzoni dolorose come quando ti spezzano le dita una ad una”, diceva Nick Cave all’inizio della sua carriera. Probabilmente non ci è mai andato così vicino. Un disco che trasuda dolore e che è difficile, terribilmente difficile ascoltare. C’è solo una debole parvenza di liberazione, giusto alla fine, con la title track, che è semplicemente una delle più belle ballate che abbia scritto negli ultimi dieci anni. Per il resto, non è indovinato come il precedente, ma siamo sempre su livelli altissimi. Se l’arte nasce dalla ferita, se la bellezza sgorga dalla sofferenza, qui ne abbiamo uno degli esempi più fulgidi. Da ascoltare senza dubbio. Sempre che troviate il coraggio di farlo.

 

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Brian Fallon “Painkillers” 

Non troverete questo disco in nessuna classifica di fine anno. Probabilmente non se lo merita. Ma per me è innanzitutto una questione affettiva. I Gaslight Anthem rappresentano tutto ciò che mi ha sempre entusiasmato della musica a livello emozionale: ritmi alti, romanticismo e tonnellate di ritornelli da cantare a squarciagola. Corse in macchina e amori adolescenziali, sogni e rimpianti nella luce sporca di un New Jersey lunare dove il primo Bruce Springsteen incontra i Clash di “London Callling”. Ora il frontman e leader Brian Fallon firma il primo capitolo da solista e lo fa discostandosi ben poco dai territori della sua band madre. Un maggior richiamo agli anni Sessanta, una virata più decisa verso il Pop, ma per il resto siamo sempre lì. I detrattori diranno che è roba superficiale e che i pezzi sono tutti uguali. Può darsi che sia così ma io lo trovo un lavoro fresco e appassionante, ideale per un viaggio in macchina all’insegna del relax e per guardare alla propria vita con spensieratezza e semplicità. Del resto lo spirito del rock è questo: quattro accordi e un cuore che grida una domanda di verità. Non sarà tra i migliori in senso assoluto, ma se il criterio è ciò che ho ascoltato più volentieri in questi dodici mesi, direi che con questo ci siamo in pieno.

 

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Oscar “Cut and Paste” 

Preferivo il songwriter tedesco quando, nel suo primo ep, si era prodotto in una sorta di sintesi ben riuscita del Morrissey solista e dei Magnetic Fields di “69 Love Songs”. Per questo album d’esordio (che comunque contiene alcune tracce già edite in precedenza) si è spostato in territori più British (vedi Blur) e ha assunto quell’attitudine cazzara tipica di un certo Slacker Rock. Per il resto, la capacità di scrivere brani che ti entrino in testa al primo ascolto non gli manca, unitamente ad un timbro vocale già sentito ma senza dubbio affascinante. Una piacevole scoperta, nel mare magnum di nuove uscite, un artista che se saprà giocare bene le sue carte, sarà destinato a lasciare un segno.

 

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Niccolò Fabi “Una somma di piccole cose” 

Ovvero, come rendere pubblico qualcosa di profondamente intimo e delicato, e riuscire in men che non si dica ad entusiasmare migliaia di persone. “Una somma di piccole cose” è il manifesto più eloquente degli ultimi anni, dell’universalità delle esperienze, delle emozioni, della narrativa di certi percorsi della vita. Ma ne ho parlato talmente tanto che, chi mi ha letto in questi mesi, sa benissimo che cosa voglio dire. Lui è semplicemente il miglior cantautore che abbiamo oggi in Italia e questo è forse il suo miglior lavoro. Non in senso artistico/oggettivo, quanto dal punto di vista del grado di dolore e sincerità che ci ha infilato dentro. Peccato solo per questo cambio di band: Alberto Bianco e compagnia, per quanto generosi, non sembrano proprio essere alla sua altezza.

 

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Motta “La fine dei vent’anni” 

Già nei Criminal Jokers, poi turnista di Nada, il pisano Francesco Motta arriva all’esordio solista con il sapiente aiuto di un grande come Riccardo Sinigallia. Insieme, i due confezionano un disco che, Premio Tenco a parte, guarda dall’alto in basso qualunque cosa sia uscita nel corso degli ultimi anni in ambito “Indie”. Al di là della maturità della scrittura, quel che colpisce di più è il racconto di una generazione, quella dei neo trentenni, per una volta svolto con profondità e consapevolezza, senza la sindrome del piangersi addosso e del selfie compulsivo che oggigiorno è fin troppo di moda. Aggiungiamo che dal vivo è un portento e abbiamo detto tutto.

 

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Carla Dal Forno “You Know What It’s Like” 

Questo è uno dei dischi che mi ha scompaginato la classifica. Perché in teoria sarebbe uscito ad ottobre, in pratica l’ho scoperto solo una settimana fa. È successo con altri due titoli, ma questo (complice anche la durata ridotta, mezz’ora spaccata) ho avuto più tempo di ascoltarlo e mi ha letteralmente folgorato. Al di là dell’evidente origine italiana, la ragazza è di Melbourne ma vive in pianta stabile a Berlino. Ha un passato piuttosto attivo in un paio di band che non ho mai sentito nominare e quindi eviterò di farlo. Il suo debutto è un gioiello scurissimo di elettronica minimale, dove pulsazioni ritmiche si fondono con loop discreti e sintetizzatori leggerissimi. Il tutto condito da un’interpretazione vocale indolente, che valorizza ancora di più il carattere depresso e laconico dei brani. Brani che sono divisi equamente tra cantati e strumentali, alternati di volta in volta in un viaggio che non ha proprio nulla di rassicurante. Ascoltatelo di notte, guardate i video di “Fast Moving Cars”, What You Gonna Do Now” e “You Know What It’s Like”, che seguono la cantante in vari momenti della sua quotidianità e che in modo misterioso riescono a trasmettere quello stesso senso di inquietudine contenuto nel lato musicale. A fine gennaio sarà in Italia e sarà interessante capire se dal vivo rende allo stesso modo.

 

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Last Shadow Puppets “Everything That You’ve Come To Expect” 

Alex Turner e Miles Kane sono tornati a otto anni di distanza dal disco d’esordio per far vedere ancora una volta che cosa voglia dire scrivere il pezzo Pop perfetto. C’è sempre l’orchestra ad accompagnare la loro scrittura lucida e cristallina, le voci non sono eccelse ma l’intesa tra di loro supera anche questo aspetto e il tutto suona davvero come una festa a lungo attesa. C’è tanto romanticismo, gli spettri degli anni Sessanta, il cinema di Morricone, narrazioni disincantate su donne immaginarie o appartenenti al loro passato e, ovviamente tante, tantissime melodie. Per inciso, una più bella dell’altra. Gli Arctic Monkeys li ho sempre trovati arroganti e pretenziosi. Questi invece non smetterei mai di ascoltarli.

 

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Bobby Joe Long’s Friendship Party “Roma Est” 

È stata la scoperta dell’anno, poche storie. Una “oscura combo romana”, come si definiscono loro, con la passione per i serial killer e i romanzi di Stephen King, uno humor nero che sconfina spesso nel cinismo, una voce recitata in stile Offlaga Disco Pax, che in perfetto romanesco declama storie di Gotico urbano accompagnate da basi musicali che citano New Order, Siouxsie and The Banshees” e tutto il meglio del Dark Wave anni ’80. Una meraviglia assoluta, in pratica. Ideata e realizzata da un personaggio tutt’altro che banale, che non si fa chiamare per nome ma che ha scelto quello di Henry Bowers, l’antieroe per eccellenza dei romanzi di Stephen King, per identificarsi. Non è un disco per tutti, ma se ne amate i riferimenti, culturali e musicali, dovete assolutamente dargli una chance. Al momento stanno lavorando al secondo disco, poi si scioglieranno. Una perfetta storia di ascesa e caduta, come gli artisti maledetti morti all’apice del successo. Ma comunque già tramutare Roma Est in un luogo dell’orrore è un’operazione degna delle più grandi menti creative.

 

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Nothing “Tired of Tomorrow” 

Dominic Palermo ha sublimato tutta la rabbia, il dolore e il senso di abbandono e di riscatto della sua recente esperienza in carcere, buttando fuori un disco da maneggiare con cura, tanta è l’intensità di vita che lo permea. I muri di chitarre del miglior shoegaze vanno a braccetto con melodie vocali dense di delicatezza e malinconia, a ricordare che la luce nasce sempre dall’oscurità. Ancora una volta il linguaggio musicale con cui parla è già sentito ma l’urgenza con cui comunica e soprattutto la qualità dei singoli episodi, non lascia spazio a dubbi: capolavoro.

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