Quest’anno ho realizzato con sgomento che mi sto avvicinando ad un’età per cui tanti dei dischi che possiedo molto probabilmente non riuscirò più ad ascoltarli. È abbastanza normale, dopotutto. Ma il punto non è questo. Il punto è che ormai esce talmente tanta roba per cui la semplice affermazione: “Questo disco mi è piaciuto, quest’altro no”, va pesata e analizzata con una certa attenzione.Sui vari forum che seguo, sulle bacheche Facebook dei miei contatti, vedo in continuazione nuova musica, spesso postata con toni entusiastici. Sul gruppo del Primavera Sound Italia, un luogo di narcisismo ossessivo compulsivo ai limiti dell’incredibile (del quale peraltro anch’io sono parte), centinaia di utenti ogni giorno magnificano le sorti dei gruppi più innumerevoli e sconosciuti.

Ma in tutto questo la domanda è una sola: quelli che scrivono di amare una certa band, questa band la conoscono o no?

Quest’anno ho ascoltato circa 60 nuove uscite. E ho ripreso in mano diversi dischi del passato, nella maggior parte dei casi di quelle band che di lì a poco avrei visto dal vivo. È plausibile affermare che abbia messo sullo stereo poco più di un centinaio di titoli diversi. Spotify, addirittura, mi ha comunicato che in questo 2016 ho ascoltato almeno una volta più di 300 artisti. Però la stima è per forza più bassa perché in molti casi non sono andato oltre un paio di brani.

Sono tanti? Sono pochi? I profani diranno che sono troppi ma io, che della musica ho fatto la mia più grande passione, dico no, che sono veramente pochi.

La prova? Quando escono le varie classifiche di fine anno delle più importanti riviste specializzate, è già tanto se su 100 dischi ne ho ascoltati 30-40. E vi assicuro che non è sempre una questione di incompatibilità di genere (Rap, Soul, Elettronica troppo spinta, Metalcore, di solito li scarto a priori). Spesso è che proprio non ce l’ho fatta, ad ascoltare quella determinata band. Ne ho sentito parlare, ho letto delle recensioni, magari pure qualche intervista, ma non ho proprio trovato il tempo di verificare di persona. Oppure (ed è la maggior parte delle volte) si tratta di gente che non ho mai sentito nominare.

Bene, se è così però siamo messi male. Perché in un anno ci sono 365 giorni e se davvero ho ascoltato 100 dischi in un anno, ciascun titolo è stato da me preso in considerazione per non più di 3-4 volte in tutto. 3-4 volte, capito? Che cosa sono 3-4 volte? Un disco, per essere anche solo lontanamente compreso e assimilato a dovere, richiede un minimo di 7 ascolti. Ma sto giocando al ribasso. Diciamo che per quanto mi riguarda, al decimo ascolto inizio ad averne una conoscenza tale per cui posso visualizzarne nella mente melodie principali e natura generale delle canzoni, senza per forza doverlo rimettere nello stereo. Ma è ancora troppo poco. Per dire di possedere veramente un disco, per dire di averlo davvero fatto proprio, per dire di averlo inserito in profondità sotto la pelle, occorre davvero molto di più. Venti volte? Trenta? Cinquanta? Cento? Sì, siamo attorno a questi numeri. Se vogliamo parlare sul serio, purtroppo, siamo attorno a questi numeri.

Sto parlando di me, ovviamente. Può anche darsi che ci sia gente più veloce, più esperta, che se la cava in due ascolti e poi lo immagazzina felicemente nel cervello, potendolo andare a recuperare nei cassetti della memoria ogni volta che vuole.

Può darsi, anzi, sicuramente esistono ascoltatori così. Però la musica, in quanto forma d’arte, possiede un linguaggio oggettivo che in teoria vale per tutti. Vero che non tutti i dischi sono uguali. Può anche darsi infatti che basti un ascolto per capire se il nuovo dei Green Day (che per inciso ho totalmente ignorato) sia o meno l’ennesima delusione. Ma per i Radiohead (nome a caso, eh!) occorrerà molto ma molto più tempo. Sono generi diversi, sono lavori diversi, che hanno complessità diverse. Io, quando sento qualcuno dire: “Deludente il nuovo Radiohead!” o “Capolavoro il nuovo Radiohead!” e poi scopro che l’ha ascoltato una volta sola, magari neanche tutto intero, mi metto le mani nei capelli; mi spiace ma è così.

C’è troppa roba. E ci sono gruppi che hanno inciso troppa roba.

Ho ascoltato il nuovo dei Parquet Courts. Non sapevo neppure chi fossero. Mai sentiti nominare. Così ho ascoltato il loro nuovo disco. Due volte, forse. Mi è piaciuto. Non l’ho più riascoltato. Mi sono quindi dedicato alla loro uscita più famosa, di cui non ricordo il titolo e che non vado a cercare per essere il più sincero possibile. L’ho ascoltato un po’ di più perché era corto: forse sono arrivato anche a quattro volte. Mi è piaciuto. Non l’ho più riascoltato.

Ora, i Parquet Courts non so quanti dischi abbiano fatto (anche qui non controllo) ma secondo me tra ep e album veri e propri siamo sui sette-otto. Dove mai troverò il tempo per sentirli tutti e soprattutto per conoscerli bene? A meno che non rinunci a mesi e mesi di novità discografiche, la risposta è: mai. Quindi, se qualcuno domani mi chiedesse: “Ti piacciono i Parquet Courts?”, la risposta più giusta sarebbe: “Ho sentito a malapena un paio di dischi, però da quel che ho sentito sì, non sono male. Ma ripeto, li conosco poco o nulla”.

Perfetto. Allora nel momento stesso in cui io vedo su Facebook il post di un utente che urla come un pazzo: “Ci sono i Parquet Courts al Primaveraaaaaa!” con immancabile allegato di una canzone scelta a caso, io mi aspetto che costui possieda tutti i dischi della suddetta band, che li segua dagli inizi o che, per lo meno, li conosca da due o tre anni e ci abbia speso tempo sufficiente da sapere di che cosa si sta parlando.

Se le cose stanno così, può sicuramente parlare. In caso contrario, stiamo assistendo al solito caso di narcisismo compulsivo da Social Network per cui: mollami.

Volete sapere che cosa penso? Che la grande maggioranza di quelli che fanno così, stanno mentendo. Per carità, c’è un sacco di gente giovane che ancora non lavora e anch’io quando studiavo avevo più tempo da dedicare alla musica (e tra l’altro ascoltavo meno roba, giusto per riflettere). Ma i gusti espressi e la quantità di roba pubblicizzata è tale che no, non posso davvero credere che tutto questo entusiasmo e questa conoscenza enciclopedica siano sincere.

Sinceramente però non mi interessa. Che uno dichiari eterno amore a Mac De Marco pur conoscendone distrattamente sì e no due canzoni, non è un qualcosa che mi riguardi. Certi atteggiamenti mi danno fastidio, è vero, ma qui si sta parlando di me. Questo post è per raccontare il mio disagio, non quello degli altri.

E il mio disagio si potrebbe riassumere con questo ragionamento: il tempo è poco e i dischi che vorremmo ascoltare sono troppi. Quindi, delle due l’una: o ci poniamo l’obiettivo di conoscere quanta più roba possibile, ma allora dovremmo accettare di rimanere costantemente sulla superficie, senza mai avvicinarci neppure per sbaglio alla profondità; in alternativa, decidiamo di concentrarci su poche band per volta, su poche uscite al mese (non più di due o tre), scelte tra i nostri gusti di sempre o in base a qualche consiglio di amici fidati. Affidarsi alle nostre certezze, ai nostri punti di sicurezza. Pescare dalla nostra collezione quei titoli che abbiamo dimenticato, di cui ci scopriamo improvvisamente avere voglia.

Io da un bel po’ di tempo ho scelto la prima opzione. Ma temo che il mio destino inesorabile sia nella seconda. È triste posare gli occhi su un doppio live dei R.E.M, scoprirsi addosso il desiderio di portarselo in macchina e rinunciare sconsolato perché non sei ancora riuscito ad andare oltre il terzo ascolto del nuovo Radio Dept. (avrei pure scritto il titolo se me lo fossi ricordato…).

Oppure (è storia dell’altro ieri), incazzarsi coi Klimt 1918 perché, va bene tornare dopo otto anni con un nuovo album, ma due ore di musica come diavolo te le gestisci per non arrivare impreparato al concerto di presentazione?

Allora, mi chiederanno i più attenti, perché diavolo continui a tenere un blog e a scrivere di quello che ascolti, se continui a esprimere questo genere di lamentele? Già, a volte me lo chiedo anch’io. Tante volte ho in mente di smettere, poi non riesco mai a farlo ed il motivo per cui questo non accade è un’altra storia che non merita di essere raccontata qui.

Semplicemente, quando leggerete il mio prossimo post, che sarà, come lo scorso anno, una carrellata delle uscite che ho apprezzato di più in questi dodici mesi che volgono al termine, fatemi una domanda, ma fatemela davvero: “Quanti di questi 25 dischi (perché tanti ne metterò) riuscirai a riascoltare anche solo una volta nel 2017?”. La risposta ve la do io adesso, se volete: nessuno. A meno di improbabili smentite, nessuno.

Questa è la vita dell’ascoltatore appassionato nel nuovo millennio. Abbiamo voluto la musica gratis? Questo è il prezzo da pagare. Se poi c’è qualcuno che ce la sta facendo, per favore si faccia sentire. Io qui sto affondando inesorabilmente e non vedo modo di risalire.

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