Non starò qui a raccontare il rapporto complicato che ho sempre avuto con Ligabue. Non è questa la sede e non è neppure detto che io abbia voglia di farlo. Per ora basti dire che non sono mai stato come molti critici e ascoltatori che, semplicemente, non lo considerano degno di chiamarsi musicista.

Ligabue ha scelto la strada della semplicità, certo, spesso anche della banalità. Scrive canzoni di due, massimo tre accordi, lo stile è sempre quello e la voce, che poteva essere un buon marchio di fabbrica un tempo, adesso che è la stessa da trent’anni, un attimino ha rotto le scatole, è superfluo dirlo.

Ciononostante, io non credo che Ligabue sia spazzatura. Semmai, credo che l’unica sua grande pecca sia stata, non dagli inizi ma da un certo punto in avanti (a mio parere dopo “Buon compleanno Elvis”) di volersi settare su un certo tipo di pubblico. Che non è solo la sindrome dell’“ormai qualunque cosa faccio la comprano tutti” ma anche e soprattutto del “devo fare le cose semplici perché ormai la gente che mi ascolta ha una cultura musicale da semianalfabeta e se dovessi uscire anche solo di un centimetro dal seminato, questi non capirebbero più niente”.

Me lo disse una volta mio cugino (ma è vero, ve lo assicuro!), che in quel periodo lo seguiva molto e che aveva raccolto una confidenza da qualcuno  vicino all’artista, per cui lui avrebbe anche voluto fare cose diverse, un po’ più elaborate, ma che si sentiva tenuto in ostaggio da un bacino d’utenza che non gli avrebbe mai permesso di venire disorientato.

C’è da crederci? Magari non è così drastica, ma qualcosa di vero ci dev’essere. Stiamo comunque parlando di un grande appassionato di progressive rock all’italiana (questo è risaputo) e di colui che ha prodotto (mettendoci i soldi, non dietro la consolle) “Lungo i bordi” dei Massimo Volume. Che non è proprio un disco pop, se sapete di che cosa sto parlando.

E poi inutile fare i puristi dell’ultima ora: ai tempi dei primi due album Mucchio Selvaggio, che era allora la rivista più influente del settore, gli dedicò copertine ed interviste, sempre con tono entusiasta, mollandolo poi quando raggiunse il grande successo (non si comportò molto diversamente che con Bruce Springsteen, quindi).

Ligabue va considerato, non semplicemente ridicolizzato. Ligabue, per dire, non è come i Modà. E neppure come i Negramaro. Ligabue ha una carriera lunga, una dignità artistica che non merita di essere buttata alle ortiche per colpa di un pubblico tra i più ignoranti e settari che un artista italiano abbia mai avuto. Ci sono artisti che non si meritano il pubblico che hanno e io credo che Ligabue sia tra questi.

Poi attenzione: da “Buon compleanno Elvis” in avanti, almeno il 90% delle cose che ha fatto le reputo merda pura, quindi non è che sto qui a difenderlo, eh?

Semplicemente, proviamo a dare a Cesare quel che è di Cesare, senza farci venire il fegato amaro.

E nello specifico, c’è che da pochi giorni è uscito “G come giungla”, il singolo che anticipa il nuovo album, in uscita in un momento imprecisato dell’autunno, credo.

Io scrivo di musica, non è il mio lavoro ma mi piace farlo, quando ho tempo, e un nuovo singolo di Ligabue è un qualcosa che comunque tutti ascoltano, volente o nolente, stiamo parlando di quel livello di esposizione mediatica per cui, anche se ci provi, alla fine te lo becchi lo stesso.

Ma poi io su di lui sono curioso: bene o male una chance gliela do sempre, ci spero sempre che prima o poi faccia qualcosa di un po’ meno imbarazzante della volta prima.

Senza esagerare, forse ora non è andata così male. “G come giungla” ha, prima di qualunque altra considerazione di merito, un grande pregio dalla sua: non è identica a tutte le altre.

È un brano di Ligabue, certo, non è che siamo qui a parlare dei King Crimson o di cose così. Però c’è questo piacevole ritmo a metà tra il reggae e il rock, quasi come i Clash di “Sandinista”, se proprio volessimo scomodare qualcuno di illustre, le chitarre distorte ma neanche così tanto e un piacevole tappeto di tastiera che fa due accordi ma si inserisce al posto giusto. E c’è questa melodia vocale che è un po’ il ritornello e un po’ tutto il tema portante, che ti si infila in testa con un’efficacia che le ultime prove del nostro non erano affatto riuscite ad avere.

Il sound è ruspante, quasi artigianale, non siamo di fronte a nulla di lontanamente iperprodotto e sovrainciso. Leggevo qualche tempo fa il commento di un musicista che si diceva sorpreso per il fatto che, con tutti i milioni che avrebbe a disposizione a livello di budget, si ostini comunque a registrare sempre con gli stessi effetti. Per me questo è un pregio: se non altro è uno che mette davanti le canzoni, anche quando queste non hanno nulla per cui essere salvate.

Il testo è la solita denuncia trita e ritrita sul mondo in cui viviamo, sulla deriva di una società sempre più massificata, sempre più inebetita dai social network e sempre più preda di un narcisismo ebete e aggressivo che si alimenta divorando gli altri. “G come giungla”, appunto. E se “la notte comunque si allunga”, la soluzione è che “chi vuol sopravvivere deve cambiare”.

Che poi non si capisce cosa vuol dire, cambiare. Cambiare come? Per diventare che cosa? E soprattutto: come si fa a cambiare? È un qualcosa che possiamo fare da soli?

È una descrizione fin troppo impietosa ma anche fin troppo banale: che sono saltate le regole e che si sono dimenticate le favole, non ho bisogno di farmelo dire da una canzone di Ligabue per sapere che è vero.

Ma il punto principale è che le regole sono saltate perché vi ci abbiamo affidato tutta la nostra vita, come se fossero quelle a salvarci dal disordine, e le favole le abbiamo dimenticate perché ci siamo scordati che una favola ha senso solo se ci tiene ancorati al mondo reale.

Ecco, tutto questo quindi potrebbe essere un mero esercizio di retorica da parte di uno che quando cantava che “certe notti la macchina è calda” o che “qua nessuno c’ha il libretto d’istruzioni” o ancora che “sono io che pago, non è mai successo che pagassero per me”, mi è sempre apparso falso e dannatamente auto compiaciuto. Uno che fa finta di non avere certezze, di subire i colpi duri dell’esistenza, ma che poi sotto sotto vuol farti vedere come si fa a vivere, proprio teorizzando questo modo scafato del “tenere botta”, proprio del ragazzo di paese che ce l’ha fatta.

Non lo so, li ho sempre trovati poco sinceri, i testi di Ligabue.

Questo però mi ha fatto un effetto leggermente diverso. Non lo saprei argomentare ma ci ho sentito dentro qualcos’altro. Come se dopo aver cantato di falliti che provavano a non farsi risucchiare dal fallimento, ma che forse un po’ ci godevano davvero nel finire così, adesso, a terzo millennio inoltrato e con una situazione che rischia seriamente di sfuggirci di mano, il nostro sembri davvero smarrito e voglia farcelo sapere.

Per chiedere aiuto, forse. O più semplicemente, per dirci che da qualche parte, non si sa quale, bisognerà pur cercare di ricominciare. O di cambiare, come dice lui.

Non lo so, davvero. Però ho ascoltato la canzone, e non sono riuscito a dire che mi faceva schifo. Mi ha preso, in qualche modo. Se sono qui col Pc acceso a buttar giù questo pezzo è perché mi ha preso, sì. In un modo misterioso, qualcosa è arrivato.

Tutte queste sono riflessioni disordinate, comunque. In tanti mi manderanno affanculo per quello che ho scritto, altri continueranno a dire che non capisco un cazzo di musica (cosa di cui sono seriamente convinto, e non sto scherzando). Persino i fan di Ligabue potrebbero dissentire, considerato che ha fatto una roba diversa da quello che ci si aspetta sempre da lui.

Quindi, dicevo, sono riflessioni disordinate. Ho ascoltato questo pezzo e non mi è dispiaciuto, fine. C’è una sola cosa che ho ben chiara in testa: alla fine del video (banale, ma ci sono delle trovate simpatiche, guardatelo) ci sono due ragazzi down, seduti su una scala, che si tengono per mano, si guardano con una tenerezza un po’ impacciata e poi, con infinita delicatezza, lui bacia lei sulla guancia. Durante questa scena, in sovrimpressione compare una scritta, che definisce quel che stiamo vedendo esattamente come aveva fatto con i momenti precedenti. Ecco, durante questa scena la scritta che compare è “uomo”.

Ora, voi dite quello che volete, ma in un’epoca in cui su certe cose si tace e su altre c’è in giro un pensiero unico che in confronto il mondo di “1984” era una democrazia liberale, vedere una cosa così da parte di un artista che riempie gli stadi e che alcuni considerano addirittura un’icona culturale… beh, mi ha fatto piacere.

Voi direte che è banale, che “ci mancherebbe altro, che cosa doveva scrivere”, che “se l’avesse fatto Morrissey gliel’avrebbero censurata” e altre cose così. Io sono stato contento. Mi ha fatto piacere vederlo. Perché il mondo potrà anche essere una giungla ma un ragazzo down è un uomo, innanzitutto.

E se cambiare fosse proprio riprendere a chiamare le cose col loro nome?

Guarda il video

 

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