Nel 1996 leggevo su “Metal Shock” un report della data romana del tour di “No Code”. Se ne parlava piuttosto male, si diceva che la band non era più quella di una volta, ecc.

Siamo sinceri: dei Pearl Jam la critica dice le stesse cose dal 1994. Forse anche da prima. Passata la sbornia dei primi due dischi, passata la celebrazione a suon di Grammy e passaggi su MTV, finito il mito della rivoluzione Grunge, morto drammaticamente il giorno della morte di Kurt Cobain (o forse qualche tempo dopo, fa poca differenza), i Pearl Jam sono tornati ad essere un gruppo normale ed è da allora, lasciatemelo dire forte, che sono diventati una vera band.

Giudizio pesante, che probabilmente può essere espresso dal sottoscritto solo ed unicamente perché loro li ho iniziati ad ascoltare nel 2000, a “Binaural” da poco uscito, quando già erano un gruppo di culto e del Grunge non parlava più nessuno.

Comunque quando li ho presi in mano sono partito da “Ten” e da “Versus”, perché mi sembrava giusto rispettare l’ordine cronologico ma è stato solo “Vitalogy” che mi ha conquistato. Quello e poi, a pochi giorni di distanza, “No Code”. Il disco che pochi giorni fa ha compiuto 20 anni e che io non ho mai fatto mistero essere il mio preferito, nella discografia di Eddie Vedder e compagni.

“Qual è il tuo disco preferito dei Pearl Jam?” mi hanno chiesto tante volte. “No Code” ho sempre risposto io. È dal 2000 che rispondo così e 16 anni dopo non ho cambiato opinione e non solo perché i quattro lavori usciti nel frattempo non sono stati esattamente dei capolavori (per la cronaca, considero “Backspacer” il migliore del lotto, “Lighting Bolt” il peggiore in assoluto, in tutta la loro storia. “Pearl Jam” è un ottimo disco mentre “Riot Act” funziona solo a metà”). Non ho cambiato idea perché “No Code” alle mie orecchie è semplicemente rimasto quello che è. Una enorme collezione di canzoni stupende.

“No Code” come “niente codice”, più o meno. Niente idea di fondo, niente linea interpretativa. È una raccolta di canzoni, appunto. Un disco eterogeneo e anche molto spiazzante, un disco che inizia con una ballata acustica dal tono allucinato che dura giusto un paio di minuti e che prosegue con un pezzo quasi punk, figlio di quei Ramones che Eddie ha così tanto amato, che parla di felicità di coppia in un mondo dove tutto cade a pezzi.

Già così c’era da perderci la testa. Ma poi c’è “Who You Are”, coi suoi cori sbilenchi e il suo andamento scazzato, che nasconde però una melodia tra le più belle che siano mai riuscite a scrivere. E “In My Tree”, che negli anni è stata fatta dal vivo in mille arrangiamenti diversi e che rimane tra i brani più “classici” del loro repertorio, tra i più amati da quelli che dicono che “dopo “Versus” hanno fatto solo cagare”

.Poi “Smile”, che ha pure un intro di armonica e che sembra una canzone folk. E poi “Off He Goes”. Vabbeh, qui bisognerebbe chiudere tutto. Il momento sublime in cui dimostrano che sanno scrivere anche questi pezzi qui, che sanno collegarsi a quella tradizione di songwriting americano che inizia da Bob Dylan e che continua giù fino a Neil Young, passando fino alle parti di Bruce Springsteen. Un pezzo incredibile, che parla di amicizia, di addii e di ripartenze, della voglia di sentire il vento tra i capelli e di non fermarsi mai, neanche quando si pensa di essere arrivati. Un brano che dal vivo non ho mai ascoltato (non lo hanno mai fatto così spesso e in Europa anche meno, soprattutto negli ultimi anni) e che quando e se ascolterò saprò che non potrò chiedere di più da un loro concerto.

Il secondo lato del disco è altrettanto vario e altrettanto spiazzante: ci sono bordate elettriche che ancora una volta si rifanno al discorso del punk (“Habit”, “Lukin”, la divertente “Mankind”, un piccolo gioiellino cantato da Stone Gossard), cose che potevano anche andare bene su “Versus” (“Red Mosquito”, anche questa molto amata dai nostalgici), ballate acustiche di intramontabile bellezza (“Around the Bend”) e un pezzo universale come “Present Tense”, che anticipa tutto ciò che i Pearl Jam faranno negli anni successivi, fino a configurarsi come uno degli episodi che meglio li rappresenta.

La copertina era un collage di Polaroid scattate da Jeff Ament (c’era pure la pupilla di Dennis Rodman, grande amico della band) e la confezione aumentava questo senso di assemblaggio di elementi sparsi, visto che al posto del booklet c’erano altre polaroid con il testo di una canzone ciascuna riprodotta sul retro.

Piacque poco quando uscì, almeno ai critici. Ricordo recensioni tiepide, io che pure non li ascoltavo sapevo che erano famosi e volevo capire che cosa si diceva di quel disco.

La recensione di quel concerto romano lamentava la delusione per i pochi pezzi dei primi due album e per il fatto che i brani nuovi dal vivo erano mosci (sentii “Hail Hail” per la prima volta a Pistoia nel 2006 e fui spazzato via. Immagino come doveva suonare moscia dieci anni prima…).

Non lo so, probabilmente avrei detto così anch’io, se avessi vissuto in prima persona le vicende dei primi due dischi. Dischi che amo, ci mancherebbe altro. Ho scritto di “Ten” ad aprile e non ho certo usato parole denigratorie. Quel disco rimane un capolavoro e lo stesso si può dire per “Versus”.

Però, sarà forse questione di sensibilità, ma io preferisco questi Pearl Jam. Quelli che sono sopravvissuti ai traumi della fama, che hanno superato le crisi esistenziali di Eddie Vedder, giustamente poco tranquillo per quello che stava succedendo, che hanno salutato un batterista strepitoso come Dave Abbruzzese, che sono passati di moda con la stessa velocità con cui sono diventati famosi ma che hanno allargato a dismisura la loro prospettiva, dimostrando di essere musicisti a tutto tondo, non solo ragazzini con dei sogni di gloria nel cassetto.

“No Code” è la fotografia di una band che prova a reinventarsi. Dopo il Grunge, dopo MTV, dopo Cobain. E che cerca di farlo volutamente senza prefissarsi nulla, provando a scrivere quello che le viene senza preoccuparsi che debba suonare “a la Pearl Jam”.

Ci è voluto molto per capirlo e molti non l’hanno mai capito, ma la strada che li ha portati a diventare una delle più grandi rock band del mondo è iniziata da qui. E pazienza se quello che è venuto dopo non è stato all’altezza (per la verità “Binaural” ci è andato dannatamente vicino), sarebbe ridicolo pretendere da un gruppo una brillantezza artistica che superi i dieci anni di durata.

“No Code”, nel suo non avere un senso, in realtà un senso ce l’ha chiaro: non siamo ancorati al nostro passato. Non suoniamo Grunge, non l’abbiamo mai fatto. Noi suoniamo quello che vogliamo.

Ecco perché amo i Pearl Jam. Anche se difficilmente chi ha odiato questo disco, potrà capire queste cose…

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