Gli Iron Maiden sono il mio gruppo della vita e vederli da seduto fa un po’ strano. Ma sono invecchiato anch’io con loro e i tempi dell’esaltazione, quando urlavo “The Trooper” e “Hallowed Be Thy Name” sotto al palco fino a perdere la voce, sono ormai lontani.

Ho passato il periodo dell’esaltazione, li ho visti dal vivo parecchie volte e questa sera volevo solamente godermi il concerto in santa pace, incuriosito da come avrebbe potuto essere il tour di supporto a “The Book of Souls”, un disco che li ha riportati a una freschezza e ad un livello compositivo che non si vedeva da tempo. Al di là del fatto che quando ho preso il biglietto, i parterre erano esauriti e quindi non è che avessi molte possibilità di scelta.
Il Forum di Assago non è esattamente il posto dove ti aspetteresti di vedere un concerto a fine luglio, anche se per fortuna la lungimiranza degli organizzatori ha fatto sì che l’aria condizionata fosse accesa, cosa che ha permesso a tutti di conservare la propria sanità mentale.
La curiosità, appunto. I Maiden negli ultimi anni hanno diradato notevolmente le uscite discografiche, preferendo concentrarsi sui tour celebrativi delle fasi più fortunate della loro carriera. Una scelta quasi obbligata, in un periodo in cui guardare al passato nel mondo dell’intrattenimento paga molto di più a livello monetario, oltre a permettere di accontentare i fan più giovani che non hanno mai avuto possibilità di assistere prima a certi spettacoli.
In effetti il sottoscritto, che in tenera età aveva come più grande cruccio quello di non essere stato di dieci anni più vecchio in modo da avere assistito al periodo d’oro della band, si era ampiamente rifatto gli occhi nei tour del 1999, del 2005 e del 2013, quando il vecchio repertorio era stato brillantemente saccheggiato all’interno di rievocazioni nostalgiche ma assolutamente appetibili.
Con tutto che i Maiden dell’ultimo periodo suonano molto ma molto meglio di quelli di trent’anni fa per cui la qualità dello spettacolo è garantita a prescindere.
Sul fronte dei dischi nuovi la cosa per me era diversa: mi ero perso il tour di “The Final Frontier”, non avendo avuto nessuna intenzione, in quegli anni, di affrontare il carnaio del Sonisphere, e avendo oltretutto sbirciato una scaletta piuttosto povera di chicche da fan.
Rimaneva quindi una certa voglia di rivedere la band all’opera su del materiale nuovo, considerato anche che la qualità di “The Book of Souls” è tale da far venire davvero la voglia di sentire dal vivo certi pezzi.
Probabilmente si è trattato infatti dell’unico concerto della mia vita in cui fossi più interessato ad ascoltare le nuove canzoni piuttosto che le vecchie.
Ma è piuttosto normale: quando hanno un disco da promuovere, i Maiden non si sbizzarriscono mai più di tanto nella costruzione della scaletta e certi brani li ho sentiti davvero troppe volte per potere ancora chiedere qualcosa da loro.
La prima cosa che si nota andando ad un concerto degli Iron Maiden nel 2016 è che ormai il concetto di “metallaro” non esiste più. Oddio, magari a certe cose più estreme se ne trovano ancora, ma l’impressione è che ormai anche questo mondo, che era uno dei più connotati ideologicamente e sociologicamente, sia ormai svanito per lasciare il posto ad una anonima terra di nessuno. Fatta eccezione per le magliette con Eddie declinato in tutte le forme e colori, non sarebbe stato facile distinguere questo pubblico da quello, che so, di Peter Gabriel.
Ma poi forse sono discorsi superflui, perché i Maiden sono sempre stati un gruppo molto trasversale, che si è fatto amare da gente di varia estrazione e quindi forse è sempre stato così, anche se io ricordo molte più borchie e capelli lunghi negli anni passati.
Ecco, adesso dovrei raccontare del concerto. Ma mi sono promesso di non scrivere un post lungo quindi forse è meglio lasciar perdere e limitarsi a delle impressioni sparse.
La prima delle quali potrebbe essere che i The Raven Age, il gruppo di apertura, ha certificato la morte del Metal come genere musicale.
Non c’entra il vergognoso nepotismo che ha fatto sì che questi ragazzini anonimi stiano calcando i palchi di tutto il mondo con un solo ep all’attivo, solo perché il loro chitarrista è il figlio di Steve Harris. Il bassista ha questo vizietto di raccomandare la prole perché già anni fa ci aveva propinato in tutte le salse quell’obbrorio canoro della figlia Lauren e già allora ci chiedevamo se l’orgoglioso genitore ci fosse tutto con la testa.
Adesso per fortuna, George sembra cavarsela molto meglio e se non altro ha dalla sua un gruppo che scrive canzoni. La proposta però lascia a desiderare: è quel suono moderno e ultra effettato, aggressivo e potente in maniera artificiale, con ritornelli buoni per acchiappare qualche fan degli One Direction in fase ribelle.
Che poi, a quanto ho capito, perché non seguo più da molto, sarebbe anche la direzione che quasi tutto il metal che va per la maggiore avrebbe intrapreso negli ultimi anni. Il solito discorso della forma curatissima a coprire una totale mancanza di contenuti. Non sono pentito di aver cambiato genere musicale, direi.
L’inizio di questo nuovo tour me l’ero immaginato perfettamente: un brano come “If Eternity Should Fail” è perfetto per aprire e difatti è proprio quello scelto dalla band per iniziare lo show (bisogna però dire che il 90% delle volte il gruppo ha costruito il primo pezzo del disco perché potesse fungere da apertura dei concerti).
Quando parte l’intro ormai classico di “Doctor Doctor” degli UFO, si scoprono i teli che nascondevano il palco e viene rivelata una scenografia ispirata all’artwork precolombiano del disco, con tanto di piramide dipinta sullo sfondo.
Bruce Dickinson è in cima allo stage, incappucciato e con la schiena rivolta al pubblico, e canta l’intro del pezzo con enormi dosi di effetti, mette sotto di lui delle enormi torce brillano nel buio.
All’attacco di batteria, con la canzone che entra nel vivo, la band al completo fa il suo ingresso e si lancia nella canzone.
Come sempre molto teatrale, come sempre molto ad effetto. Un concerto degli Iron Maiden è bello anche perché l’aspetto scenico ha sempre costituito una parte non accessoria dell’insieme.
Purtroppo il sound è pessimo come quasi sempre accade al Forum e non si riesce a godere appieno dell’intreccio di chitarre e dei vari passaggi strumentali che sono la vera cifra stilistica di questo nuovo disco.
Disco che è il fulcro assoluto dello show, coi pezzi proposti che rendono tantissimo e funzionano decisamente bene in questa sede, siano essi cose brevi e tirate come “Speed of Light”, oppure monumentali suite epiche come “The Red and the Black” (il vero capolavoro del disco e punto forte del concerto, con la parte centrale dei soli letteralmente da brividi).
Come sempre accade, il pubblico canta a squarciagola anche il nuovo lavoro e tributa ai vari episodi più o meno le stesse ovazioni che riserverà ai classici. A dispetto di tutti coloro che imperterriti si ostinano a dire che il gruppo non fa più un disco decente da anni e che la maggior parte della gente va lì per sentire i pezzi vecchi, ad ogni tour è sempre la stessa storia: migliaia di persone partecipano entusiaste all’esecuzione dei brani nuovi e i detrattori non vengono zittiti perché probabilmente non sono lì per poterlo vedere.
Anzi, pare che ci sia stato proprio un consistente ricambio generazionale, che fa sì che i giovani che li vedono per la prima volta, si siano avvicinati alla band con l’ultimo disco, che in alcuni casi è magari addirittura quello che conoscono meglio.
Forse se ne sono accorti anche loro, visto che Bruce Dickinson introducendo il terzo pezzo dice: “Questa è una canzone che forse la maggior parte di voi non conosce. Di sicuro la ascoltavano le vostre mamme e i vostri papà…” e parte “Children of the Damned”, che riesco a sentire finalmente dal vivo e che, lo dico senza mezzi termini, per me ha valso tutto intero il prezzo del biglietto.
C’è un altro bel ripescaggio che è “Powerslave”, inserito probabilmente perché si sposa alla perfezione con il tema delle grandi civiltà e del potere che è stato tangenzialmente toccato anche in questo disco.
Bruce Dickinson indossa la sua solita maschera tribale (qui simile al trucco che Eddie mostra nella cover) e i fuochi si stagliano nuovamente in un Forum entusiasta.
Per quanto mi riguarda, la scaletta, tra i pezzi nuovi e queste due chicche che raramente si ascoltano, era già molto meglio di quanto potessi aspettarmi.
I vecchi classici ci sono sempre, anche se ovviamente non tutti. Li ho ascoltati un sacco di volte, anche dal vivo, e oggi, è giusto dirlo, non provo più le stesse sensazioni. Non mi commuovo, non mi viene più la pelle d’oca, non urlo più fino a perdere la voce.
Quasi quasi, non avrei nemmeno voluto ascoltarli, e sarei stato contento se fossero stati sostituiti con qualcosa di più particolare (“Quest for Fire” al posto di “The Trooper”? Ditemi dove devo firmare).
Ciononostante, c’è una grandezza in “Hallowed Be Thy Name”, che ti investe in pieno e a cui non puoi sottrarti. E ti accorgi che magari non sarà come la prima volta, quando nonostante ci fosse Blaze Bayley a cantarla, avevi perso completamente il controllo, da povero diciassettenne che aveva atteso per anni quel concerto, ma comunque è una canzone che rimane bella come non mai e ti scopri a cantarla ancora tutta, parola per parola, pur se da seduto e sottovoce, per non disturbare i vicini.
Ovviamente c’è anche “Fear of the Dark”, e qui è veramente grande la sorpresa di vedere quanta gente scelga di filmare col telefonino piuttosto che ammazzarsi di pogo. Anche solo qualche anno fa, era davvero difficile descrivere che cosa accadeva durante questo pezzo (ho ancora stampata in testa la versione del 2006, sempre al Forum); adesso non ci si fa più trasportare dalla musica, si preferisce viverla da protagonisti. Non è più “Fear of the Dark”, pezzo enorme su cui scatenarsi ed impazzire, ma “facciamo vedere a tutti che IO sto vedendo gli Iron Maiden suonare “Fear of the Dark”. È una mutazione antropologica a cui non riuscirò mai ad abituarmi ed è indubbio che prima o poi ne pagheremo tutti le conseguenze.
In una performance pressoché perfetta, forse l’unico neo è la prestazione di Bruce Dickinson, che sugli acuti proprio non ce la fa più. Considerati i problemi di salute da lui avuti lo scorso anno, è un miracolo che sia ancora qui con noi a cantare quindi non occorre certo lamentarsi. Piuttosto, è incredibile notare come non abbia nessuna intenzione di cambiare la tonalità dei brani o aggiustare certe note, tenendo anche conto del fatto che i brani di “The Book of Souls” sono decisamente impegnativi. Gli fa onore questo stoicismo, certamente, ma dall’altra parte viene addosso una certa tristezza a vederlo arrancare così: è il segno che gli anni passano e che anche per lui si avvicinerà inevitabilmente il momento del declino.
Rimane sempre uno dei frontman più capaci e carismatici in circolazione e anche oggi, che non è più il mio idolo come vent’anni fa, non posso fare a meno di guardarlo con una certa emozione.
I bis con “Blood Brothers” e “Wasted Years” sono quanto di meno scontato mi sarei aspettato da un finale di un loro show e mentre lascio il Forum sulle note finali di quest’ultima (mi aspetta una nottata di viaggio per raggiungere il Siren Fest di Vasto) penso che ormai la mia storia con loro può dirsi conclusa.
Li ho visti solo tre volte negli ultimi dieci anni, un diradarsi delle frequentazioni più che comprensibile, per uno che lentamente aveva trovato altri amori.
Quest’ultimo concerto è stato forse l’addio migliore che potesse esserci. Un brano di quelli leggendari sentito per la prima volta dal vivo, una setlist per nulla telefonata, la resa altissima e spettacolare dei brani nuovi, una scenografia che sembra un ritorno in pompa magna delle vecchie cattedrali degli anni ’80.
Per moltissimi anni ci sono stati solo loro. Ho sempre ascoltato altro ma vedere loro è sempre stata un’esperienza diversa.
17 anni fa Bruce Dickinson ed Adrian Smith sono tornati all’ovile. Prima reunion della storia del rock e nuovo sostanzioso capitolo nella carriera di una band che pareva ormai data per morta. Hanno realizzato cinque dischi, hanno aggiornato il loro sound, dal vivo sono diventati ancora più micidiali e, dulcis in fundo, vendono molto ma molto di più di quanto facevano prima.
Io tutte queste cose le ho viste. Io che, povero quindicenne, sognavo di essere più vecchio di almeno due o tre anni, per aver potuto vedere almeno il tour di “Fear of the Dark”, anni dopo ho visto molto ma molto di più e di questo sarò per sempre grato.
Non lo so adesso che cosa succederà agli Iron Maiden ma credo sia molto difficile aspettarsi qualcosa di più rispetto a quanto hanno fatto negli ultimi anni. Sono ormai dei sessantenni e, per quanto possano essere in forma, sarà sempre più difficile poter suonare a questi livelli.
Io spero che dicano basta alla fine di questo tour, che è uno dei migliori della loro carriera, avendo come lascito finale della loro discografia un lavoro sorprendente come “The Book of Souls”.
Di sicuro io ho chiuso qui. A meno che non mi ripropongano dal vivo “Piece of Mind” e “Powerslave” dall’inizio alla fine, quello di sabato sera è stato il mio ultimo concerto. Grazie di tutto. Davvero.
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