Sono giunto al mio secondo Primavera Sound. Avrei dovuto iniziare prima, molto prima ma ci sono stati diversi motivi che me l’hanno impedito. L’anno scorso è stato meraviglioso, forse la migliore esperienza concertistica che abbia mai fatto in più di vent’anni. Non tanto per la qualità delle singole esibizioni (che comunque non è mancata) quanto per la cornice, la logistica e l’atmosfera, tutte assolutamente uniche. Un festival in pieno centro, in una delle città più belle d’Europa, dove non devi dormire in tenda, dove sei ad un passo dal mare (non un gran mare, ma è solo per fare scena, non c’è mai il tempo di andarci), dove per mangiare non ci sono code e si spende poco, dove ci sono un sacco di palchi e centinaia di artisti, atti a soddisfare qualunque gusto, dai più mainstream alle cose di ultra nicchia che nessuno ha mai sentito nominare.

Ci puoi andare con un amico e non vederlo mai per tre giorni di fila, scoprendo alla fine che avete visto concerti totalmente differenti. Siete stati nello stesso posto ma allo stesso tempo in posti diversi.

Questo è il Primavera Sound. Quest’anno poi la line up è fin troppo generosa, ci sono gruppi di caratura immensa come Radiohead e LCD Soundsystem (che infatti, appena annunciati, hanno fatto fare sold out a tutti e tre i giorni), c’è Brian Wilson che suona “Pet Sounds”, ci sono cantautrici meravigliose come Julien Baker e Julia Holter, la psichedelia dei Tame Impala, il pop orchestrale dei Last Shadow Puppets, la regina del rock PJ Harvey, i Beach House… e sono solo una piccola parte degli artisti che ho intenzione di vedere.
Poi ovvio, negli anni si è formato tutto un gruppo di gente (tantissimi italiani) che ci va da un sacco di tempo e che sembra fare a gara ad andare a sentire i concerti più esclusivi, quelli dei gruppi sconosciuti o delle nuove promesse, e fa a gara a snobbare i set più frequentati. Un po’ li capisco (sto già male se penso alla ressa che ci sarà venerdì sotto il palco dei Radiohead) ma è anche vero che fa un po’ ridere vedere come lo scorso anno, quando i Battles tennero uno show più o meno segreto nel piccolissimo Hidden Stage, la gente avrebbe venduto la propria madre per poter entrare mentre ora, che si esibiranno giovedì in una cornice ben più ampia ed accessibile, in tanti (almeno a giudicare da ciò che si scrive sui Social) non se li stanno minimamente filando.

Personalmente, avevo deciso di evitare il più possibile l’Heineken e l’H&M, ovvero i palchi dove andranno in scena tutti gli headliner. Purtroppo o per fortuna, quest’anno gli headliner sono tutti o quasi di mio gradimento e quindi non potrò replicare quanto accaduto l’anno scorso, quando snobbai allegramente i Black Keys per andare a ballare con Chet Faker.
Meglio iniziare, però. Qui di seguito la cronaca di quello che succederà al Parc del Forum da mercoledì a sabato, rigorosamente visto attraverso gli occhi del sottoscritto. Chi vorrà leggere, non scoprirà dunque cos’è successo al festival ma solo quello che ho visto io. Per tutto il resto, ci sono sempre le esibizioni in streaming…

Sabato 4 giugno 

La mia ultima giornata di festival comincia con due cose bellissime e molto classiche, distanti dall’aria che si respira spesso e volentieri qui in giro (è anche vero che oggi è il giorno di Brian Wilson però). Cass Mc Combs è un cantautore statunitense che non mi aveva entusiasmato su disco (quel poco che ho avuto modo di ascoltare) ma a cui ho voluto dare una chance dal vivo. Suona sul piccolo Firestone Stage, che ospita un breve concerto al giorno, sempre di artisti che si sono esibiti sul palco principale.
Live è tutto un altro discorso, in effetti, e pur non essendo in possesso di grandi qualità compositive, diverte grazie ad un set che indulge nel dilatare le canzoni con lunghe Jam strumentali dove dialogano chitarra (la sua è l’unica suonata) e tastiera.
Inizia in ritardo per cui non riesco a rimanere fino alla fine ma è comunque difficile staccarsi, quando lancia la band così a briglia sciolta. Sono sempre le solite cose ma quando vengono fatte bene, funzionano sempre.
Joana Serrat l’ho scoperta scorrendo gli artisti partecipanti, alla ricerca di qualche nome nuovo che valesse la pena approfondire.
È spagnola ma ascoltando il suo secondo ed ultimo disco, “Dear Great Canyon”, non lo diresti: country folk nella migliore tradizione americana, vicino ad artisti come Amy Mac Donald o Brandi Carlile. Le canzoni sono belle e dal vivo la sua personalità solare aiuta a coinvolgere il pubblico, complice anche una band fedele che la supporta a dovere. Un concerto bellissimo, non mi stupirei se tra qualche anno diventasse un nome di riferimento per l’intera scena.
Corsa al palco centrale per Wild Nothing e prime file conquistate senza nessuno sforzo. Ormai ho imparato la lezione: l’anno prossimo, salvo nomi imperdibili, da una cert’ora in avanti da certe zone starò bene alla larga.
Il ragazzo della Virginia a nome Jack Tatum, di fatto unico depositario del progetto, rappresenta quanto di meglio la nuova generazione di artisti indie rock è capace di mettere in campo. Tutti hanno amato “Nocturne” ma a mio modesto parere il nuovo “Life of Pause” funziona meglio, avendo incorporato un maggior numero di influenze e avendo introdotto una varietà nel songwriting che non lo rende monolitico come il predecessore.
Suonare a quest’ora su un palco del genere è sempre penalizzante, soprattutto in un festival di questo tipo e anche perché uno come lui dovrebbe stare su un palco più piccolo alle due del mattino (ormai avrete capito che qui non è per niente uno svantaggio). Lui e la sua band in ogni caso se ne fregano, anche perché di gente venuta per lui non ce n’è poca.
Dal vivo la resa è ottima, molto vicina alla versione in studio ma con una componente di spontaneità in più. È uno scontro generazionale, perché chi ha più di cinquant’anni continuerà a trovare questi nuovi artisti troppo scazzati ed eccessivamente preoccupati dei dettagli sonori a discapito del mestiere di scrivere.
Probabilmente hanno ragione, di sicuro non c’è quella componente iconoclasta che il rock ha posseduto, almeno fino agli anni ’90. Eppure, vedendo uno come lui, ho sempre la netta impressione che la strada tracciata da un gruppo come gli Smiths sia stata seguita a dovere.
Adesso c’è Brian Wilson ma prima vado a fare un salto all’Adidas, dove ci sono le U.S. Girls, l’ultima scoperta della leggendaria label 4AD. Non riesco a rimanere fino alla fine ma sento abbastanza per capire che il disco vale la pena di essere ascoltato. Solo per fanatici di Electro Pop, comunque. Loro sono in due e si dividono le parti vocali cantando sopra basi registrate. I pezzi sono interessanti, non sempre lineari ma comunque altamente ballabili. La gente però sta ferma e loro un po’ si risentono (“Cos’è, in Spagna non si balla più?”). Interessanti ma per me se ci sono solo basi non è un vero live. Vedremo cosa faranno in futuro.
Brian Wilson è riuscito nell’impresa di scombinare il quadro generazionale di questa giornata: fin dal pomeriggio infatti, gli Over 50 sono molti di più, cosa inusuale e anche piacevole per un festival che che ha nei giovani e nei giovanissimi il suo pubblico predominante.
I volumi sono ancora una volta troppo bassi ma per fortuna verranno corretti in corsa. Lui comunque è una delusione. Che avesse il cervello bruciato dall’LSD lo immaginavo, ma vederlo stare tutto il tempo seduto al pianoforte, suonando non più di cinque battute ogni cinque pezzi e cantare ancora meno, affidando quasi tutto ai suoi musicisti, mi ha fatto venire molta tristezza. La voce in ogni caso non c’è più e per la maggior parte del tempo se ne rimane seduto a fissare il pubblico mentre gli altri componenti suonano, come se stesse assistendo ad una rappresentazione  data in suo onore.
Il dubbio di un’iniziativa di questo genere a questo punto è molto forte. Musicalmente parlando sono tutti dei grandi professionisti per cui c’è poco da dire, anche se la prima parte, dedicata alla riproposizione integrale di “Pet Sounds”, è apparsa nel complesso moscia, tranne qualche lodevole eccezione come “Sloop John B.”.
Molto meglio la seconda parte, quando vengono eseguiti altri vecchi classici dei Beach Boys: il repertorio è più lineare e facilita il tiro complessivo, emergono le chitarre elettriche e i fiati si amalgamano meglio col resto.
Resta un concerto piatto, privo di particolari sussulti. Le varie “Good Vibrations”, “California Girls”, “Surfer USA”, “Fun Fun Fun” sono divertenti e fanno ballare le prime file ma l’impressione che si tratti di niente più che una cover band rimane forte,
Dei Deerhunter non posso dire niente, non sono in grado. Ho apprezzato molto il loro ultimo “Fading Frontier” ma non ho grande famigliarità col repertorio di Bradford Cox e compagni. Ho deciso di non perdermeli perché, da quel poco che ho sentito, sono una delle cose migliori uscite negli ultimi dieci anni. Spettacolo bellissimo, il loro, tutto giocato sull’istrionica performance di Cox e su un utilizzo di chitarre e tastiere che mi è sembrato in linea con certo rock acido in stile sixties, solo con una dose di distorsione in più. Il finale prolungato ed ossessivo di “Desire Lines” è stato un manuale di come si suona dal vivo.
Volevo vedere PJ Harvey da vicino ma la legge dei Main Stage è implacabile: se ti guardi il gruppo precedente, preparati a stare in fondo al concerto dopo. E così, con un altro sold out anche in questa giornata, non resta che piazzarci piuttosto in fondo, anche se non così tanto da non poter tenere d’occhio ciò che accade sul palco.
Non ho mai visto Polly Jean dal vivo anche se più o meno sapevo cosa aspettarmi. I giorni della rabbia di “Dry” e “Rid of Me” sono lontani e anche se la maggior parte si lamenta, io mi ritrovo molto più in sintonia con le ultime, più mature prove all’insegna del folk (se così è lecito chiamarlo).
Il concerto di questa sera mi lascia senza fiato. Lei è magnifica, non è mai stata bella ma ha un fascino magnetico e una personalità per cui non riesci a staccarti. Canta magnificamente, con la voce sofferta e potente che aveva agli esordi, solo messa al servizio delle atmosfere più solenni delle nuove composizioni. Ogni tanto suona il sax, come del resto fa da sempre, e non rivolge mai la parola al pubblico se non alla fine, per presentare la band. Band che, per inciso, annovera tra gli altri, due pezzi da novanta come John Parish e Mick Harvey, che da molto collaborano con lei, oltre che due nostri illustri connazionali come Alessandro Stefana ed Enrico Gabrielli, che avevano già suonato sull’ultimo “Hope Six Demolition Project”.
Spettacolo imponente, scuro e teatrale, incentrato sui brani degli ultimi due dischi ma con qualche concessione al vecchio repertorio come la classicissima “Down By The Water” e “To Bring You My Love”, e altri episodi dal resto del catalogo come una “When Under Ether” da pelle d’oca, con PJ a cantare illuminata da una luce spettrale.
C’è grande presenza di fiati e percussioni (alcuni brani sono retti solo ed esclusivamente da questi) e l’atmosfera è simile a quella del tour di “Let England Shake” anche se qui c’è qualche sfuriata elettrica in più, soprattutto nel finale col sorprendente ripescaggio di “50 ft Queenie”.
Il disco sarà stato anche criticato e certe sonorità potranno non piacere ma sostenere che abbia passato il suo momento migliore mi sembra un’assurdità. Mi si indichi anche un solo nome di una della sua generazione in grado di tenere questi livelli, e magari ne possiamo riparlare.
Questo per me sarà ricordato come il festival delle voci femminili. Praticamente ogni giorno mi sono imbattuto in qualcuno in grado di colpirmi al cuore. Polly Jean Harvey poteva sembrare abbastanza per oggi (si sa, troppe suggestioni emotive si potrebbero non reggere) ma sul Ray Ban è di scena Julia Holter.
Lei l’ho scoperta sull’onda del successo dell’ultimo “Have You In My Wilderness”, un disco di livello assoluto, una scrittura magistrale in bilico tra la classica contemporanea, il jazz, il folk, il pop più etereo e sognante.
Mi piace così tanto e la attendo a tal punto che decido di lasciar perdere i Sigur Ros e vado a posizionarmi in prima fila, attaccato alla transenna.
Quello che seguirà sarà uno dei concerti più belli di questi giorni, per quanto mi riguarda. La Holter canta e suona le tastiere, accompagnata da una viola che si occupa anche delle seconde voci, da un contrabbasso, una batteria e un sassofono. Formazione inusuale, niente chitarre ma è funzionale a riprodurre quanto c’è su disco.
Una resa sonora non perfetta (è anche vero che ero davanti) ma un amalgama e una finezza da lasciare a bocca aperta.
Si privilegia esclusivamente il repertorio degli ultimi due lavori, perché sono anche quelli dove la cantautrice americana ha saputo trovare il perfetto equilibrio tra la ricercatezza e l’appeal commerciale. Lo dimostra un brano come “Sea Calls Me Home”, che pur non essendo facile ha compiuto il suo bel percorso da singolo e adesso è cantato da tutti i presenti (più o meno, visto che non è poi così facile cantarla).
Vedere Pj Harvery (il vecchio, se così si può dire) e Julia Holter (il nuovo) nella stessa sera è stato un bellissimo regalo e mi ha fatto in qualche modo intuire che forse, se c’è salvezza nella musica rock, questa potrà passare da queste affascinanti figure femminili.
Chiudo con i Moderat, tedeschi, eroi dell’elettronica più spinta ma che sanno anche essere deliziosamente pop, con non poco della lezione dei connazionali Notwist ripetuta con notevole diligenza.
Qui, francamente, ho poco da dire. Ho ballato per un’ora e un quarto di fila, trasportato dai molteplici paesaggi sonori che i tre hanno saputo evocare. Peccato solo che l’atmosfera a tratti troppo virata sulla Techno abbia fatto credere a gran parte dei presenti di essere in una discoteca, con conseguente distrazione, chiacchiere inutili e quant’altro.
Basta, il mio festival finisce qui. Dai Moderat all’aeroporto nel giro di un paio d’ore e tanti saluti a Barcellona.
L’anno prossimo, se Dio vuole, ci ritorno. Con la speranza di godersi di più i palchi piccoli, con la complicità (come successe l’anno scorso) di un headliner poco gradito.
A detta dei veterani le dimensioni stanno crescendo, l’atmosfera ne sta uscendo rovinata. Non ho termini di paragone, ma vi assicuro che per ascoltare musica dal vivo io non ho ancora trovato un luogo più bello di questo.

Venerdì 3 giugno 

Allora. Sarebbe interessante capire come ho fatto a finire all’Auditori, oggi pomeriggio. Il piano era quello di recarmi in città a sentire nuovamente Julien Baker, più un paio di promettenti cantautori folk come Cass Mc Combs e Andy Shauf. In realtà, pur svegliandomi in tempo, ho preferito riposarmi e chiacchierare coi miei due compagni di viaggio, pranzare con calma e recarmi al Forum dopo avere minimamente recuperato le forze.

A quel punto, accompagnato dal pensiero che in un evento del genere, rimanere seduto anche un’ora in più può fare la differenza tra la vita e la morte, mi reco nel posto dove l’anno scorso ho visto forse i concerti più belli di tutto il festival e dove pensavo francamente di non mettere pu piede.
Ecco, andare a sentire un 67enne ucraino che è considerato il pianista più veloce del mondo e che negli ultimi due anni, non si sa perché (sicuramente non lo so io) ha attirato le attenzioni della scena indie rock europea fino ad essere invitato qui, è una cosa che fa maledettamente hipster. Di quelli che saltano i Radiohead perché sono troppo mainstream e preferiscono spararsi in fila tre o quattro gruppi electro pop transcaucasici.

Al di là di questo, è stato assurdo in questi mesi constatare come ci fosse gente che aspettava l’esibizione di un personaggio del quale ignorava l’esistenza fino a dieci secondi prima, come il vero evento di tutto il festival. Potenza dei Social e del voler sempre e comunque vivere l’istante.
Non è comunque un problema di Lubomyr Melnyk. Lui la sua carriera se l’era costruita già da prima e questa improvvisa ondata di notorietà in campo rock non lo cambierà di sicuro più di tanto. Da parte mia, ci vado un po’ per curiosità e un po’ perché a quest’ora (le quattro del pomeriggio) non c’è davvero altro che valga la pena di essere visto.

Alla fine si rivelerà una grande scelta. L’ucraino è un personaggio simpatico e gioviale, che suona tre delle sue lunghe composizioni, premurandosi di introdurle con una sorta di guida all’ascolto che permette di entrare meglio nel suo universo musicale. La cosa più interessante è quando spiega come funziona la messa su pentagramma di quella che lui chiama “Continuous Music”, un particolare tipo di scrittura per pianoforte che lavora molto sull’improvvisazione e che, a quanto ho capito, privilegia partiture lineari che possono essere suonate a velocità diverse. Lui le suona a tratti velocissime ma dice che quello è solo questione di allenamento. “In realtà – si premura di spiegare – chiunque può suonare le mie composizioni, sono piuttosto elementari”.
Non sono in grado di entrare nel merito di quanto ascoltato, ma di sicuro per un’ora abbondante non vola una mosca e i presenti sembrano tutti completamente rapiti.

Non è musica da ascoltare in senso stretto, bisogna lasciarsi avvolgere, fare in modo che il flusso continuo di note “ti si fonda nell’anima” utilizzando l’espressione dello stesso Melnyk. C’è spazio anche per qualcosa di più sperimentale, come l’ultima composizione che vede la presenza di due pianoforti, di cui il primo preregistrato dall’autore qualche ora prima. “È una cosa che di solito, quando la faccio, provoca la fuga immediata di tutti quelli che nella sala hanno più di sessant’anni” dice non senza una buona dose di autoironia.

Qui, ovviamente, non fugge nessuno. Anzi, la lunghissima standing ovation che gli viene reputata alla fine ed il numero larghissimo di persone che si accalcano sotto il palco per comprare i suoi cd e fare due chiacchiere con lui, mi ha suscitato una riflessione: può essere visto come una concessione all’hipsteria dominante, facendo gli scandalizzati per il fatto che più di mille persone sono qui a idolatrare uno solo perché ha suonato al Primavera, oppure si può magnificare l’apertura e la ricettività del pubblico di questo festival, che affolla e applaude il concerto di questo pianista allo stesso modo in cui ha fatto il giorno prima con i Tame Impala.

Quale delle due sia quella giusta, decidete voi. Io, per una volta tanto, voglio sperare sia la seconda.
Rimango dentro per Richard Dawson, artista di Newcastle che è prima di tutto un grosso personaggio. Spara cazzate a raffica, racconta barzellette e alterna brani di sola chitarra acustica ad altri di sola voce, con qualche brano per voce e chitarra nel mezzo. Lo stile è un folk da ballata popolare e la sua potenza canora è ammirevole. È uno spettacolo interessante ed è bello gustarselo seduti, non è uno che mi andrò a sentire su disco (anche perché l’ho già fatto e non mi ha detto molto) ma vale l’attesa prima di Ben Watt.
L’ex Everything About The Girl ha da poco pubblicato “Fever Dreams”, un disco dove ha saputo ritrovarsi al meglio, soprattutto dal punto di vista vocale.

Si esibisce nella cornice del Ray Ban e l’impressione è che sia un po’ fuori posto, un autore che proviene da un’altra estrazione e che non è particolarmente conosciuto dal pubblico che frequenta di solito questo festival.

L’affluenza è comunque discreta e ne viene fuori un grande show, complice una band affiatata nella quale milita l’ex Suede Bernard Butler, che impreziosisce il tutto con un tocco chitarristico che non è per nulla svanito col passare del tempo.

Dall’iniziale “Bricks and Stones”, fino alla conclusiva “Fever Dreams”, passando per la toccante “Hendra” e la rockeggiante “Nathaniel”, è un viaggio attraverso gli ultimi due dischi dell’autore scozzese, un tributo alla musica d’autore, suonata alla grande e per una volta totalmente al naturale, senza i sintetizzatori e gli effetti che al giorno d’oggi chiunque si sente in dovere di inserire.

Lo ricorderò senza dubbio come uno dei migliori concerti della giornata, anche perché sarà anche l’ultimo che avrò il piacere di vedere da una posizione umana (invece non è andata così, per fortuna).
A questo punto inizia il momento della tensione e della strategia. La situazione sotto al palco dei Radiohead è ancora vivibile ma ciononostante ci facciamo illudere da una buona posizione centrale, ottima per vedere comodamente le Savages ma funzionale anche per seguire, con qualche difficoltà, lo show dei Beirut, che seguirà dall’altra parte.
Non si rivelerà una scelta vincente, come dirò tra poco.

Ad ogni modo le quattro ragazze britanniche (anche se la cantante Jehnny Beth è di origine francese) danno vita ad uno show furibondo, forse limitato soltanto dal fatto che i volumi non erano esplosivi come la loro proposta avrebbe meritato (questa cosa dei suoni bassi è stata un po’ una costante di tutto il festival, per lo meno sui palchi principali. Non è stato per forza di cose un male ma ogni tanto un po’ penalizzati ci siamo sentiti). Il loro “Adore Life” è stato per me uno dei dischi più belli di questa prima metà dell’anno e la curiosità di vedere se dal vivo avrebbero retto il confronto era tanta.

Attaccano con “Sad Person” e ci mettono ben poco a mettere le cose in chiaro. Il loro Post Punk scurissimo, degno erede di quello più illustre di Siouxsie, non fa prigionieri e fa muovere teste e culi anche di quelli che erano lì da ore per i Radiohead. E non era un compito facile, per le nostre, calcare un palco dove di lì a poco avrebbe suonato un gruppo così tanto catalizzatore di attenzione.

Affrontano invece la cosa con entusiasmo e in cinquanta minuti spazzano via tutto, grazie ad una selezione accurata di episodi da entrambi i dischi. In questo contesto il primo “Silence Yourself” funziona leggermente meglio, con le varie “City’s Full”, “Hit Me”, “I Need Something New” e “No Face” a spazzare via tutto con inusitata violenza. I brani dell’ultimo, che per il sottoscritto rappresenta un passo avanti dal punto di vista compositivo, sono forse stati reputati un po’ troppo ricercati in tale contesto e sono quindi rimasti in secondo piano. Non a caso, il singolo apripista “Adore” non è stato suonato (una decisione assurda, se ci si pensa) ma dopo aver visto come stavano massacrando la folla, già avevo avuto l’intuizione che non ci sarebbe stato posto per un episodio così riflessivo.
Tecnicamente parlando suonano benissimo, cosa che quando pensi ad un gruppo femminile non ti verrebbe (perdonatemi il luogo comune sessista) e invece per come vanno insieme e per l’impatto che hanno sono sorprendenti.

Poi c’è Jehnny Beth che è una cosa a parte: una forza della natura che sembra uscita letteralmente da un’altra epoca, un insieme di carica sensuale e potenza selvaggia da lasciare senza fiato. Dal primo minuto prende in mano la folla e ne fa ciò che vuole e i suoi stage diving tra le prime file sono roba da storia del rock. Immense.
Quando è tutto finito succede una cosa strana: tantissimi di quelli che si trovavano in posizione avanzata e che nella mia mente erano già tutti lì per Thom Yorke e soci, iniziano lentamente a defluire. La prima cosa che penso è: “A saperlo, mi vedevo le Savages più da vicino”. Ma poi uno dei miei amici, che era partito con l’idea fissa di non perdersi il set dei Beirut, guarda la voragine che si è creata e dice semplicemente: “Muoviamoci ad andare davanti, prima che cambi idea!” e così, dopo un malinconico ciao ciao alla band di Zach Condon (di cui comunque non sono mai stato un grande estimatore) ci sistemiamo in modo da poter vedere senza troppi problemi quello che accadrà di lì a poco.
Ora, lo so che per chi non c’era tutto questo potrà sembrare delirante (beh, in effetti un po’ lo è) ma l’area principale del festival è realmente enorme e rimanere troppo indietro potrebbe davvero significare perdersi tutto.

È un’ora di tensione assurda, come non la provavo più da tempo, sicuramente da quando ero ragazzino ed aspettavo i Megadeth nella speranza di poter resistere al pogo. Tra bestemmie verso quelli troppo alti che ti passano davanti, preghiere perché le tue canzoni preferite vengano suonate, ansia assoluta quando pensi che sono passati quattro anni dall’ultima volta che li hai visti dal vivo e speri ardentemente che non siano cambiati, che siano ancora quelli di cui ti sei innamorato più di quindici anni prima.
Adesso non posso mettermi a raccontare tutto il concerto. Oddio, potrei anche farlo ma credo che annoierei a morte. E poi sono le 14 di sabato, sono seduto ad un tavolino di un bar di Maresme, con l’ansia di finire tutto in tempo, postare e fiondarmi a vedere Cass Mc Combs e Joana Serrat in rapida successione. E poi sono ancora frastornato: dalle 22.-15 alle 3 ho vissuto un’esperienza di quasi perfezione concertistica e devo ancora metabolizzare.
E quindi, che dire ai pochi che sono interessati a sapere da me come sono dal vivo i Radiohead del 2016?

La prima cosa è che sono stati meravigliosi. I suoni erano al limite della perfezione, forse un filino bassi i volumi, ma gli strumenti si distinguevano tutti e abbiamo goduto di ogni singola sfumatura di ogni singolo brano.
La resa live del nuovo album è stata incredibile. Hanno iniziato da lì, suonando in fila i primi cinque pezzi, da “Burn the Witch” a “Full Stop” (su quest’ultima c’è stato da andar via di testa) e l’impressione, al di là della bellezza dei singoli episodi, è stata che questo lavoro, abbandonati gli “eccessi” elettronici di “The King of Limbs”, permetta alla band di esprimersi al meglio, valorizzando soluzioni sonore differenti. E la scelta di non riprodurre le orchestrazioni si è rivelata vincente: “Burn the Witch” soprattutto ne è uscita più asciutta e si è dimostrata ugualmente un brano notevole (tra l’altro già perfettamente assimilata da tutti i presenti). Anche “The Numbers”, suonata più avanti nel corso dello show, ha reso alla perfezione: non c’è stato lo stacco tra la prima e la seconda strofa che era dovuta proprio al ruolo dell’orchestra, ma si è trasformata in una sorta di allucinata ballata acustica con un Thom Yorke assoluto protagonista.
A mio parere, si è trattato del tour più convincente da molti anni a questa parte. Per carità, sono tra i miei gruppi della vita, non mi hanno mai deluso ma dei quattro concerti che ho visto, quello di ieri sera è stato secondo solamente a quello di Verona del 2001. Ma lì mi è stata cambiata la vita, siamo del tutto fuori classifica.

Comunque vale il discorso di qui sopra: l’aver abbandonato l’elettronica per concentrarsi maggiormente sulla forma canzone e sulle parti suonate, li ha forse resi più liberi di fare quello che vogliono, senza doversi preoccupare di dare allo spettacolo un’identica impronta sonora. Lo ha dimostrato il fatto che dopo i primi cinque brani, dove l’atmosfera è stata sospesa e dove la tensione era percepibile, è arrivata “The National Anthem”, col suo imprescindibile giro di basso, e il pubblico è esploso lanciandosi nelle danze, salvo poi cantare a squarciagola quando Thom Yorke ha imbracciato l’acustica e ha intonato “No Surprises”, con la band che è ritornata canonicamente rock proprio come ai tempi di “Ok Computer”.
Libertà di suonare quel che si vuole e come lo si vuole, questa è l’impressione che ho avuto. Sempre e comunque impeccabili in ogni frangente. Hanno tenuto la doppia batteria in gran parte dei brani, cosa che ha inspessito notevolmente il tessuto ritmico, Johnny Greenwood si è sempre diviso tra chitarra, tastiere (qualche volta) ed effettistica varia (nei brani più recenti) e in questo modo hanno dato ad ogni singolo episodio della scaletta la propria personalità esclusiva.

La conseguenza naturale è che siamo rimasti a bocca aperta per due ore di fila. È l’effetto che ogni volta fanno i Radiohead ma stavolta per me è stato più intenso.

Quindi, almeno dov’ero io, il pubblico è stato magnifico: ha ascoltato quando si doveva ascoltare, ha ballato quando era doveroso ballare, ha cantato quando la band ha chiaramente preteso che lo si facesse. Anche per questo, la sensazione che tutti avessero perfettamente compreso quello che i nostri ci hanno voluto comunicare, è stata forte.
La scaletta non è stata ricca di sorprese come avrei sperato (non ho volutamente guardato cosa hanno suonato nelle date precedenti ma arrivavano voci altamente pericolose) ma neppure ingessata come nell’ultimo tour.

“The King of Limbs” è stato, almeno questa sera, completamente accantonato, tranne una “Bloom” nel finale che è stato un tripudio di effetti e percussioni.

L’impressione è che, dopo aver suonato metà del disco nuovo, abbiano voluto spaziare in lungo e in largo, senza scelte coraggiosissime (che so, una “Let Down” mi avrebbe ucciso) ma comunque senza neppure essere troppo telefonati.

Ci sono quindi state quelle cose che suonano sempre e che funzionano sempre (“Pyramid Song”, “Everything in its Right Place” che però stasera è stata molto meno dispersiva del solito, quella “Idioteque” che sentirei in loop all’infinito, una “Bodysnatchers” che come sempre ha raggiunto il culmine nel crescendo della seconda parte, con tanto di esplosione elettrica finale) ma sono arrivate anche alcune perle che, per lo meno io, non sentivo da un po’: la bside “Talk Show Host”, “No Surprises” ma soprattutto una “Street Spirit” da brividi, cantata da Yorke con una sofferenza che non ha potuto non richiamarmi le sue ultime vicissitudini sentimentali.
Dei loro due brani simbolo, quello che conosce anche l’uomo della strada che non ha mai ascoltato musica in vita sua, “Karma Police” ha fracassato le palle. Tutte le volte che la sento, mi sembra una canzone eccelsa, per carità, ma sempre scollegata con quello che viene suonato prima e dopo, buona solo per far scattare il momento karaoke. Sicuramente è questione di gusti, però a me anche ieri ha infastidito. Come se in tanti stessero aspettando questo momento per sfogare la propria istintività.

“Paranoid Android”, invece è tutt’altra roba. Il boato che ha accolto l’arpeggio iniziale ha lasciato subito il posto ad una commossa partecipazione che si è sfogata nella seconda parte elettrica ma che si è fatta tensione ipnotizzata nella sezione orchestrale, con quel “Rain down on me” durante il quale ho faticato a trattenere le lacrime.
Hanno chiuso con “Creep”. Si era scatenato un bel putiferio qualche giorno fa, quando l’avevano suonata a Parigi, forse per la terza o la quarta volta in venticinque anni. La band di Oxford ha sempre avuto un rapporto difficile ma straordinariamente maturo con la loro prima hit, quella che li ha lanciati. Hanno rischiato, all’inizio della loro carriera, di rimanerne intrappolati. Ne sono usciti brillantemente ma non senza fatica, sono diventati un’altra cosa, non la suonano più.

E io ho sempre difeso la loro scelta: un po’ perché la canzone in sé non mi ha mai fatto impazzire, un po’ perché ammiro gli artisti che non si fanno imporre le scelte dal loro pubblico (ma l’ho già scritto altrove, la pianto qui).

Comunque ieri sera, “Creep” è arrivata anche da noi. In una bellissima versione, devo dire. Io credo (ma è un’intuizione mia, del tutto priva di riscontri) che il recente divorzio di Thom da sua moglie Rachel dopo ventitré anni di matrimonio, abbia non solo innescato il mood sofferente di “A Moon Shaped Pool”, ma abbia riportato a galla vecchi ricordi, rimesso in primo piano vecchie emozioni. Come quella canzone di esattamente ventitré anni fa (appunto) nella quale un ragazzo si venticinque anni cantava il suo desiderio di essere amato e la paura non sentirsi all’altezza.
Comunque alla fine l’ho cantata anch’io. Avevo fatto tanto il purista, nei giorni precedenti, ma non potevo non lasciarmi andare. La verità è che questa hit amata e odiata, questo pezzo di storia del pop britannico, così distante da quello che sono oggi i Radiohead, è risultata la chiusura perfetta del concerto di ieri sera. Un concerto quasi antologico, oserei dire, dove un gruppo che potrebbe avere ancora tante cose da dire non ha avuto paura di rivisitare il proprio passato con lucida consapevolezza.
Ecco. Dopo un concerto così normalmente si va a casa. Certe cose vanno metabolizzate, vanno gestite. Invece qui siamo al Primavera e non appena le luci dell’Heineken si spengono parte la corsa per andare a sentire i The Last Shadow Puppets. Che non sono neppure l’ultima delle grandi attrazioni di oggi. Perché subito dopo, per chi vuole, dall’altra parte arriveranno i Beach House.

Quando ho realizzato questo ho capito definitivamente che non c’è un luogo migliore dove essere, se si vuole ascoltare la musica dal vivo.
Ho scritto troppo, non ne posso più. Solo alcuni pensieri telegrafici, davvero.

Miles Kane e Alex Turner sono due grandi amici, hanno messo su questo progetto per amicizia e per divertirsi e sempre per gli stessi motivi hanno dato un seguito all’esordio “The Age of the Understandement” di otto anni fa. “Everything That You’ve Come to Expect” è per il momento uno dei miei dischi preferiti del 2016, quasi un manuale di scrittura pop del nuovo millennio.

Dal vivo vogliono fare le cose in grande, con una band di quattro elementi e un quartetto d’archi, essenziale per riprodurre le partiture orchestrali che sono il marchio di fabbrica della loro musica.
Loro si divertono e fanno divertire, lo show che ne viene fuori è di grande impatto, trascinato dalla follia contagiosa di questi due che sul palco, oltre a suonare e a cantare si cercano, si prendono in giro, si producono in buffe scenette.

Vocalmente, ed è il vero punto debole del loro set, sono davvero scarsi. Quel che funzionava in studio non funziona sul palco, soprattutto per Turner, che nelle sue parti è al limite dell’imbarazzante. Aggiungiamo che hanno scelto di rallentare molti brani, ottenendo l’effetto di esaltare gli archi ma di perdere un po’ di dinamicità.

Comunque hanno un repertorio stellare e suonano quasi tutto quello che hanno da suonare, vecchio e nuovo, comprese due cover: “Is This What You Want” di Leonard Cohen (capirete che con le voci non se la sono cavata granché) e una molto più convincente “She’s So Heavy” dei Beatles, più in linea con le loro caratteristiche musicali.

Divertenti, piacevoli, ma su disco sono un’altra cosa.
I Beach House iniziano con venti minuti di ritardo e già questo potrebbe essere uno scoop. In una vita parallela (che poi è quella che si vive stando qui) vederli alle due di notte rasenta la perfezione. Suonano a luci bassissime come fanno sempre, ne vediamo solo le sagome e tutto questo accentua l’atmosfera spettrale e onirica che già le loro canzoni trasmettono.

Il loro è un Dream Pop da manuale con la voce eterea di Victoria Legrand come marchio di fabbrica. Dal vivo è un po’ più sporca e non guasta, anche perché fa il paio con una spinta maggiore che ci mettono nelle parti chitarristiche e nelle code strumentali, dove a tratti si lasciano andare con una libertà ed un compiacimento strano, per chi come me non li aveva mai visti dal vivo.

Dieci canzoni per una cinquantina di minuti: non è tanto ma in questo contesto, dopo così tante emozioni, ci sta: dall’iniziale “PPP” alla conclusiva “Sparks”, passando per l’emozionante “10 Mile Stereo” ed una “Elegy to the Void” da brividi, la mia giornata si è conclusa in maniera perfetta.

Se siete arrivati fin qui, complimenti. Ci si vede domani.
Giovedì 2 giugno

Oggi fa caldissimo. Ho un appuntamento a pranzo dall’altra parte della città e finisco per perdermi Alessandro Cortini, noto ai più per essere il tastierista dei Nine Inch Nails, ma anche compositore di livello, uno di quei pochi musicisti italiani che è più conosciuto all’estero che in patria. Non è proprio il mio genere ma un po’ mi dispiace perché in questo modo quest’anno va a finire che nell’Auditori non ci metterò piede. Ecco, le sovrapposizioni sono la vera maledizione di questo festival ma se non ci fossero, la bill non potrebbe essere così ricca.

Arrivo attorno alle 17, con un sole che spacca le pietre e un’affluenza già piuttosto discreta. Non ho nessun programma per quest’ora, così mi lascio tentare dal Ray Ban Stage, che l’anno scorso era diventato il mio palco preferito (ottima posizione, scalinate di pietra per svaccarsi in santa pace, area non troppo dispersiva dove si sta sempre perfettamente comodi). Hanno appena iniziato ad esibirsi gli spagnoli Autumn Comets, così mi prendo una birra e mi fermo a curiosare. Niente di che, mi hanno ricordato un po’ i Death Cab For Cutie, un po’ i My Morning Jacket, con atmosfere più dilatate ed un violino che di fatto è risultato inudibile (comincio a temere che la qualità del suono quest’anno sarà un problema). Rimango fino alla fine giusto perché in giro non c’è niente di meglio a portata di mano ma non si può certo dire un’esperienza indimenticabile. Nel finale, se ho capito bene, suonano un brano di Jason Molina ma questo non risolleva le sorti dello show.
Gli Algiers sono state una delle rivelazioni del 2015, per come nel loro disco di debutto hanno fuso gospel, post punk e ritmi elettronici in una miscela potente e dannatamente efficace. Li volevo vedere a tutti i costi ma l’accavallamento parziale con Julien Baker e il fatto che i due artisti suonano di fatto ai due estremi del parco, mi ha fatto optare per sentire solo l’inizio del set.

Riesco comunque a sentire tre pezzi e nonostante i volumi ancora da settare, mi fanno una buona impressione, precisi e devastanti nelle ritmiche, con un tiro davvero notevole e un ottimo cantante.
Arrivo di corsa all’Adidas Original e lo trovo già gremito in ogni ordine di posti. Julien Baker arriva in sordina e viene accolta da un boato fragoroso alla quale reagisce sorpresa, con un sorriso timido: “Siete veramente carini – dice ai presenti – ma ancora non ho suonato una nota!”.

Si parte con “Sprained Ankle” e stupisce da subito per come sta sul palco, il controllo della voce, le dinamiche della chitarra, il modo con cui carica di intensità ogni singola parola, con una netta consapevolezza di quello che sta cantando.

Sono canzoni intrise di sofferenza, la sua storia passata con la droga, i rapporti affettivi, la sensazione di inutilità, il rimorso per gli errori ma anche la gratitudine di essere viva, come canta in “Rejoyce”, provocando più di un brivido di commozione.

È impressionante vedere come in una ragazzina così minuta e fragile possa esserci tanta forza, tanta intensità. Il pubblico (che comunque è quasi tutto lì per lei) se ne accorge e partecipa in silenzio, totalmente preso dalle stesse emozioni che vengono cantante sul palco.

Sono scene che mi capita raramente di vedere e quando accade vuol dire che siamo al cospetto di qualcosa di grande. Dura mezz’ora, non di più, e finisce con “Something”, uno degli episodi più potenti del suo disco di debutto, che è anche l’unico per ora della sua discografia.

Si congeda grata, quasi non credendo ad una tale risposta. Ha comunicato se stessa e ci ha lasciato qualcosa: tutti i veri artisti dovrebbero fare questo. Ha diciannove anni e quasi non ci si crede.
I Daughter sono una delle mie band preferite di sempre e il loro ultimo “Not To Disappear” è già disco dell’anno per me.

“Non siamo una band da festival” dicono ad un certo punto ed è vero ma quando suonano “Smother” e riescono a zittire tutti i presenti si capisce che sono un gruppo di caratura superiore.

Elena Tonra è meravigliosa, canta di relazioni sofferte, della paura di sparire, dell’incapacità di amare ma lo fa con una delicatezza che disarma, soprattutto quando elargisce timidi sorrisi tra una canzone e l’altra e sembra quasi non credere che la gente le tributi un tale entusiasmo.

I pezzi del nuovo album la fanno ovviamente da padrone, dall’iniziale “How Long”, al singolo “Doing the Right Thing”, alle accelerazioni di “No Care” fino al devastante finale di “Fossa”, con un’esplosione strumentale che lascia annichiliti.

In mezzo, anche qualche episodio dal primo lavoro, tra cui una “Human” stranamente velocizzata e il classico “Youth”, il brano che gli ha consacrati come una delle realtà più importanti dell’ultima generazione.

I suoni per una volta sono perfetti ed è incredibile vedere la padronanza che hanno degli strumenti, il lavoro unico delle due chitarre, il modo in cui giocano sui piani e i forti e padroneggiano i crescendi.

Suonano un’ora davanti a migliaia di persone ma per l’atmosfera che riescono a credere sembra si sia all’interno di un piccolo club.

Monumentali, non c’è altro da aggiungere, uno dei concerti più belli della giornata e indubbiamente dell’intero festival, lo posso già dire da ora senza problemi.
Adesso ci sarebbero gli Air ma non sono un grande fan del duo francese e in più comincio ad avere fame. Faccio quindi una rapida pausa per mangiare e ascolto giusto un paio di canzoni, prima di decidere che il loro arioso pop elettronico non fa per me e risulta eccessivamente soporifero nella cornice dispersiva dell’H&M Stage.
Molto meglio spostarsi sull’altro palco e guadagnare le prime file in vista del live degli Explosions in the Sky. I texani mettono in piedi un concerto stratosferico, col loro post rock fatto di ripetizioni, dilatazioni e aperture melodiche di grande intensità. Padronanza degli strumenti, fusione perfetta dei cinque elementi, precisione geometrica nel costruire i brani, nel lasciar sviluppare le melodie per poi farle esplodere all’improvviso.

Bisogna lasciarsi trascinare dalle tessiture armoniche che via si vengono a creare, questo è un concerto da guardare ma soprattutto da vivere. Per quanto mi riguarda, rimango letteralmente ipnotizzato per tutta l’ora del set. Non li avevo mai visti e quindi l’effetto sorpresa gioca molto, al di là di una bravura comunque ineccepibile.

I brani dell’ultimo “The Wilderness”, che non aveva convinto molti, per via di una proposta sonora che sembrava più “addomesticata”, dal vivo rendono in tutt’altra maniera è un episodio come “Disintegration Anxiety” ne viene quasi del tutto trasformato, amalgamandosi perfettamente con la vecchia, lunghissima, “The Only Moment When We Were Alone” che chiude il concerto con i suoi lisergici dieci minuti.
C’è decisamente troppa gente. Del resto il triplo sold out fatto registrare subito dopo l’annuncio della line up non lasciava davvero ben sperare. La conseguenza la si è vista sin dalle prime ore del pomeriggio ma è adesso che diventa davvero insostenibile. Non c’è niente da fare: la maggior parte dei presenti, anche se non è interessata a chi sta suonando in quel momento, gravita nell’area dei Main Stage. Spostarsi dall’altra parte per i Tame Impala risulta una mezza impresa anche se alla fine riusciamo a guadagnare una discreta posizione centrale che se non altro permette di tenere bene d’occhio il palco.

Kevin Parker è un gran personaggio e la sua band è quanto di meglio si possa trovare in giro in tema di nuova psichedelia. Il loro nuovo “Currents” è stato una dei dischi più acclamati del 2015 e quando li vedi dal vivo capisci ancora di più perché.

Lo show è colorato e divertente, coriandoli e animazioni colorate accompagnano costantemente i brani e la precisione e il tiro che i nostri riescono a dare è davvero notevole. Fortissimo revival anni ’60 in molti frangenti ma aggiornato in chiave moderna soprattutto per quanto riguarda le sonorità elettroniche, molto presenti nell’ultimo lavoro.

Purtroppo dopo una cinquantina di minuti, durante l’esecuzione di “Eventually”, l’impianto salta completamente e chi sperava in un effetto scenico ha dovuto ricredersi velocemente. Neanche una settimana fa eravamo a lamentarci del Miami e dell’oscenità della resa sonora ma purtroppo queste cose possono accadere anche in frangenti ben più professionali.
A questo punto, vedendo che le cose non migliorano, mi sposto sotto il palco degli LCD Soundsystem, guadagnando una buona posizione centrale.

Nel frattempo i Tame Impala riprendono ma a questo punto decido, pur a malincuore, di stare dove sono.

E qui davvero c’è poco da dire: James Murphy e i suoi, riformatisi dopo cinque anni di inattività, possono essere tranquillamente considerati come il gruppo in assoluto più importante degli anni zero e il loro concerto semplicemente lo dimostra.

Sul palco sono in otto, due batterie, percussioni, tastiere, basso e chitarra, con James Murphy che detta i tempi dello show e che risulta carismatico come non mai nonostante sia praticamente immobile dietro al microfono.

È la una passata ma non si può assolutamente star fermi, il tiro è pazzesco e la gente va letteralmente fuori di testa.

Bellissimo anche il gioco di luci, con lo schermo a proiettare animazioni di classico gusto anni ’80 e l’immancabile palla luminosa a scendere dall’alto nei momenti salienti.

La scaletta è un’infinita successione di hit, a partire dall’accoppiata devastante “Us and Them”/Daft Punk is Playing in my House”, fino al finale in crescendo di “Dance Yrself Clean” e soprattutto “All My Friends”, uno dei modi più intelligenti che abbia mai sentito di utilizzare la ripetizione di un tema portante.

Semplicemente strepitosi, non ho altro modo per descriverli. Un altro di quei momenti in cui è chiaro che suonare dal vivo vuol dire anche amalgama tra le varie componenti e non solo perizia tecnica. Ma anche quando decidono di emozionare, non sono secondi a nessuno: “New York I Love You But You’re Bringing Me Down”, per dire, inizia quasi come uno scherzo ma poi ne viene fuori una versione realmente intensa, con un bellissimo lavoro di cori.
Le operazioni di deflusso sono lunghissime, anche perché comprensibilmente sembra che si siano tutti radunati qui. Ragion per cui del set dei Battles riesco a vedere solo mezz’ora ma è una di quelle mezz’ore che ti fanno sparire la stanchezza e ti riconciliano con il mondo. Sempre precisi a livello maniacale i tre americani, con il loro Math Progressive Rock dalle geometrie perfette. Il loro è sempre uno show dinamico che gioca sull’interazione tra le parti suonate e quelle campionate al momento, con un approccio minimale alla melodia che sa colpire anche nei passaggi più ostici.

Me li sono goduti molto di più qui, seppure per poco, rispetto a quando li vidi a marzo ai Magazzini Generali. Quando il contesto fa la differenza.

Mercoledì 1 giugno 

Il festival inizierebbe il giovedì ma già da martedì sera ci sono aperti un po’ di locali del centro dove si esibiscono alcune delle band che suoneranno durante il programma principale. Tra queste, gli LCD Soundsystem, che hanno annunciato a sorpresa un concerto al Barts, splendido club da poco più di mille persone, quando ormai avevo già comprato il biglietto d’andata. Sarebbe stato troppo bello, ci rifaremo giovedì nella calca colossale del Main stage.

Oggi, come da tradizione, il Parc del Forum è aperto a tutti e c’è un programma piuttosto ricco di eventi.

Per la verità ci sarebbero anche l’Apolo e il Barts, che hanno delle band niente male in cartellone dopo la mezzanotte. Purtroppo la metro a quell’ora non va e al Forum ci sono gli Suede: dobbiamo tutti fare le nostre scelte.
Quando arrivo, attorno alle 17.30, l’area festival è aperta da poco e si respira già l’aria della festa. Oggi si suonerà solo sul Primavera Stage, uno di quelli di medie dimensioni, più o meno a metà strada tra i due principali e il lontanissimo Adidas Original, incubo di chi vi si deve recare durante le ore più affollate.

Di conseguenza, solo un’area circoscritta è già aperta al pubblico. Vedo così saltare impietosamente il mio piano ossessivo compulsivo di provare a piedi tutti gli itinerari di domani, per ripassare i tempi di percorrenza in vista degli spostamenti più complicati. Forse è meglio così, almeno ho evitato la classica scena da malato di mente che vaga a caso con un cronometro in mano (giuro che l’avrei fatto!).
Il Primavera 2016 per me comincia con El Ùltimo Vecino, una band spagnola che ha pubblicato da poco il secondo disco e che sembra uscita direttamente dal 1983. Il cantante e il chitarrista (non so come si chiamino e adesso non voglio scoprirlo) sembrano travestiti da Morrissey e Marr e il sound che esce dai diffusori è pesantemente debitore di quello degli Smiths. Suono che, a dirla tutta, fa piuttosto cagare. Il basso è altissimo e provoca vibrazioni fastidiose, per di più il bassista proprio non si vede per cui, o c’era uno a suonare dietro le quinte, oppure era registrato (mai visto un concerto rock col basso in playback ma evidentemente nella vita c’è sempre qualcosa da imparare).

Il nostro Johnny Marr locale non sembra in possesso delle medesime doti chitarristiche del suo eroe, ragion per cui c’è una tastiera ad occuparsi di quasi tutte le melodie portanti, cosa che di per sé non sarebbe male se non fosse che la chitarra ne risulta coperta in toto.

Nonostante queste circostanze catastrofiche, la proposta della band risulta più che buona. Le canzoni sono vivaci, deliziosamente pop, in perfetto stile Smiths (c’è anche un breve accenno a “Some Girls Are Bigger Than Others” al termine di uno dei brani), con un frontman fin troppo ligio nell’imitare le movenze di Morrissey ma comunque dotato di una buona dose di personalità.

Da queste parti devono essere piuttosto conosciuti, a giudicare da come la gente canta le canzoni e la mezz’ora che hanno a disposizione scorre via davvero molto piacevole.

Convincenti, da risentire su disco per approfondire il discorso.
Sr. Chinarro è un altro perfetto sconosciuto, per quel che mi riguarda, ma qui in Spagna è una sorta di leggenda locale. Viene da Siviglia e ha una carriera ventennale alle spalle, fatta di canzoni che fondono il pop più orecchiabile con la musica popolare, in una ricetta che privilegia arrangiamenti acustici e una vocalità discreta, quasi in punta di piedi.

Sulle prime non mi prende e sono quasi tentato di andare a mangiare, poi col passare del tempo cresce e rimango fino alla fine, divertendomi pure un bel po’. Anche lui, come chi lo ha preceduto, canta in spagnolo e questo conferisce una maggiore musicalità alla sua proposta.

Anche qui il pubblico è attento e partecipe e canta quelli che sembrano essere i brani più famosi. Tra una canzone e l’altra si susseguono battute che devono essere anche piuttosto divertenti ma che, ahimè, non riesco a cogliere per niente.

Un set piacevolissimo, il suo e anche se non credo che avrò il tempo di andarmi a sentire i dischi (troppo vasto il repertorio, per poter iniziare ora) mi tengo stretta la soddisfazione di esserci stato.
I Goat li volevo proprio vedere. Sono svedesi e sono una di quelle band che va goduta dal vivo, se si vuole capirla appieno. Sono in sette e si presentano agghindati come stregoni africani, con tanto di maschere e tuniche.

Si lanciano immediatamente nel loro rock coloratissimo ed esagitato, fatto di ritmi tribali, passaggi funky e lunghe Jam chitarristiche. La presenza delle percussioni, unite alla batteria, garantisce che si balli dall’inizio alla fine mentre le due cantanti si dimenano come sacerdotesse pagane, agitando maracas, sonagli e tamburelli vari, esibendosi in linee vocali dal sapore sciamanico.

Non è una proposta facile, bisogna lasciarsi trasportare dalla musica e dopo un po’ si perde la cognizione del tempo, incantati dal pulsare ossessivo delle ritmiche e dai riff ora monolitici, ora più raffinati.
L’area nel frattempo si è riempita tantissimo (come ho detto, oggi è gratis per tutti, anche se la maggior parte ha il braccialetto dell’intero festival) e l’atmosfera non ci mette molto a riscaldarsi.

Suonano un’ora, concedono un bis (cosa più unica che rara in questo contesto), non pronunciano una sola parola ma alla fine non faranno prigionieri.

Non c’entrano nulla con chi è venuto prima, a maggior ragione sono estranei agli headliner della serata. Ma questo è lo spirito del Primavera, appunti, dove gli Air possono suonare accanto a Vince Staples e ciascuno andrà a vedere ciò che più gli corrisponde..
Gli Suede non li avevo mai visti e man mano che si avvicinavano le 22, cominciavo a scalpitare. Dopo i successi dei primi anni ’90, che li hanno consacrati tra le band più rappresentative del panorama Brit Pop, la band inglese non è riuscita a portare avanti una carriera continua e tra dischi controversi, un pesante cambio di chitarrista ed un virtuale scioglimento, pareva ormai destinata a recitare la parte del vecchio dinosauro.

Fortunatamente nel 2010 è arrivato “Bloodports”, che li ha riportati sul livello che li compete. All’inizio di quest’anno “Night Thoughts” ha fatto gridare in molti al miracolo, un lavoro intenso e passionale che è stato accostato, per atmosfere ed intenzioni, al capolavoro del 1994 “Dog Man Star”. Lo suoneranno tutto domani, il nuovo disco, nella meravigliosa cornice dell’Auditori, al chiuso, proiettando anche il film che accompagna l’album, una sorta di concept album sulla morte delle persone care. Purtroppo in contemporanea ci sono i Daughter, che per me sono imperdibili e così, a malincuore, dovrò passare.

Imprescindibile dunque vederli questa sera, dove hanno annunciato un set all’insegna dei vecchi brani.

Si parte benissimo con “Introducing the Band” e quando compare Brett Anderson, in pantaloni scuri e camicia azzurra aperta sul davanti da vero rocker, è subito boato fragoroso. A ruota arriva “The Outsiders”, che sarà anche l’unico estratto da “Night Thoughts”.

I suoni, che sono andati via via migliorando, adesso sono decisamente accettabili, anche per me che sono posizionato nelle prime file.

La band è in palla e suona dritta e potente che è un piacere, trascinata dalla sezione ritmica di Mat Osman e Simon Gilbert e appoggiata sui fraseggi chitarristici di Richard Oakes, uno che a suo tempo ha dovuto raccogliere la pesante eredità di Bernard Butler (che vedrò venerdì in compagna di Ben Watt) e che è riuscito a non farlo rimpiangere, divenendo una colonna portante del gruppo anche in sede compositiva. A riempire il tutto c’è poi il solito Neil Coding, che si divide tra chitarra e tastiere a seconda della necessità e che mostra un‘inquietante somiglianza col nostro Gianluca Grignani (per fortuna lui appare completamente sobrio!).
Una band rodata, dunque, la stessa di sempre, ma è evidente come il vero mattatore sia Anderson. Il singer è incredibile, sia come forma vocale (potente, preciso, pochissime sbavature) sia dal punto di vista della presenza scenica: corre, salta, balla, si produce in pose a metà tra David Bowie e Mick Jagger, canta diversi brani immerso nelle prime file… è stato una delle figure più iconiche della sua generazione ma vederlo ancora così in forma è stata una sorpresa, oltre che una grandissima soddisfazione.
Stasera sono tutti qui per loro. La sinergia tra i cinque e il pubblico è incredibile, lo si capisce già dal terzo brano, quella “Killing of a Flash Boy” che è forse la più famosa tra le loro bside. Quando però parte “Trash” e tutti i presenti iniziano a cantare le parole all’unisono, mi sale davvero la pelle d’oca. È uno di quei momenti in cui capisci che cosa voglia dire vedere un concerto dal vivo e perché, a dispetto dei dischi immortali che ha prodotto, questa musica avrà sempre bisogno di essere suonata in questa dimensione.

“Animal Nitrate” e “We Are the Pigs” incendiano l’atmosfera a livelli indicibili, la gente salta, canta e balla come impazzita: sono canzoni che hanno segnato un’epoca, che hanno contribuito all’ultimo grande periodo di una certa musica rock e se questa sera sa un po’ di celebrazione non bisogna scandalizzarsi.
In effetti la scaletta è pesantemente incentrata sui primi due dischi, le concessioni al repertorio più recente sono poche ma quando arrivano, come nel caso delle meravigliose “Sometimes I Feel I’ll Float Away” e “For the Strangers”, l’intensità rimane notevole, a dimostrazione che anche lontano dal loro momento di gloria, gli Suede hanno fatto grandi cose.

Stesso discorso per “Everything Will Flow”, che nonostante provenga da un disco criticato come “Head Music”, accanto ai vecchi classici non sfigura per niente ma anzi, viene valorizzato per il gran pezzo che è.
C’è spazio anche per una intensa versione acustica di “Still Life”, con i soli Oakes e Coding ad accompagnare un Brett Anderson ancora una volta sugli scudi.

Il finale arriva troppo presto ma è tutto da vivere, con l’accoppiata mozzafiato “So Young”/”Metal Mickey”, durante la quale si scatena il delirio ed il singer cede volentieri il microfono al pubblico per un singalong che si fa assoluto protagonista. Poi Neil Coding imbraccia l’acustica e parte “Beautiful Ones”, sulla quale letteralmente il Primavera Stage esplode. È un brano che idealmente è dedicato ai fan e questi non fanno mancare la loro risposta.

Solo due i bis, purtroppo: una “She’s in Fashion” riarrangiata in chiave acustica e ovviamente “New Generation”, autentico inno metropolitano da cantare a squarciagola.
Se il mercoledì costituisce un semplice antipasto di quello che arriverà nei giorni successivi, questa volta abbiamo già iniziato ad abbuffarci per bene. Un concerto degli Suede a questi livelli è stato davvero molto di più di quello che potessi sperare.

Saranno in Italia, a Monza, il 10 luglio e consiglio a tutti di esserci. Vanno visti, almeno una volta nella vita vanno visti.
A questo punto, dicevamo, sarebbe bello spostarsi in centro, dove tra Apolo e Barts a tarda notte ci sono una serie di cose interessanti tra cui Suuns ed Empress Of, la nuova, promettente reginetta del pop elettronico. Purtroppo i mezzi a quest’ora sono pochi e lenti, per me che alloggio a dieci minuti a piedi dal Forum. E da domani sarà obbligatorio stare in piedi fini a tardi perché dopo le due si suona ancora e non sono artisti trascurabili, quelli che si esibiscono a notte fonda.

Giusto quindi chiudere qui. Per chi ha voglia, domani si ricomincia.

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