Il momento più bello è all’inizio. Niccolò Fabi e la sua nuova band salgono sul palco ed eseguono in rapida successione i primi sei brani di “Una somma di piccole cose”, l’ultimo, meraviglioso disco del cantautore romano. Arrangiamenti semi acustici, luci basse e atmosfera raccolta, perfettamente in linea con quello che è il feeling generale dell’album.
Che, per inciso, è la cosa più vera e sentita che lui abbia mai fatto. Già il precedente “Ecco” faceva i conti con l’esistenza in maniera disarmante, soprattutto perché veniva dopo la scomparsa della figlia di due anni, morta nel 2010 per una meningite fulminante.
Da allora sono successe diverse cose, non da ultimo il disco e il tour con gli amici di sempre Max Gazzé e Daniele Silvestri, che gli ha permesso di rimettersi in discussione e di immettere nuove coordinate sonore nella sua proposta artistica, come lui stesso spiega poco prima di eseguire “Giovanni sulla terra”, proprio uno dei brani di quel disco.
“Una somma di piccole cose” è la continuazione di questo percorso, una nuova tappa che ha visto Fabi più centrato che mai, totalmente dentro la musica e dentro la vita. Le sei canzoni che aprono il concerto di questa sera sono una disamina spassionata dove l’esistenza individuale incontra la comunità umana e supera i luoghi comuni per raccontare, con enorme semplicità, storie e sensazioni che chiunque è costretto a riconoscere vere.
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Si parte con la title track, che di fronte al degrado dei tempi moderni, rinuncia alla lamentela e dice semplicemente che “abbiamo due soluzioni: o un bell’asteroide e si riparte da zero, o una somma di piccole cose”. Si prosegue con l’affresco socio culturale di “Ha perso la città”, che riesce ad esprimere pensieri lucidissimi in maniera spietatamente vera ma anche qui, senza nessun tipo di odio o risentimento, semplicemente dicendo le cose come stanno, e cioè che le città non sono più un luogo di incontro e di condivisione perché si sono trasformate in qualcosa di non chiaramente identificabile ma senza dubbio parecchio inquietante.
“Facciamo finta” è forse l’apice emotivo del disco. Il dolore, anche se il tempo passa, rimane dolore ma può essere guardato, interrogato, si può cercare di dargli un senso. “Facciamo finta che io torno a casa la sera e tu ci sei ancora, sul nostro divano blu. Facciamo finta che poi ci abbracciamo e che non ci lasciamo mai più.”. Sono struggenti, queste parole rivolte alla figlioletta Olivia. Fanno venire le lacrime agli occhi ogni volta ma c’è una certezza: è successo qualcosa in questi anni e quel “di certo non ti lascerò mai andare” con cui si concludeva “Ecco” è ancora un grido levato al cielo ma ha trovato il modo di essere pacificato, nel suo continuo essere tenuto vivo.
Che poi lo vedi nel modo quasi sornione con cui canta la “Filosofia agricola” del ritorno alla terra, alle origini, a quanto c’è di vero e bello nel nostro pianeta, ma senza proclami ambientalisti o battaglie ideologiche.
“Oggi non vale più” può essere vista come un momento buio, di riflessione malinconica (“Il sogno di un uomo che tende la mano, la speranza reale di una sveglia collettiva, oggi non vale più, oggi non basta più. L’amore che illuminava le nostre notti d’inverno, la convinzione che tutto fra noi fosse ancora possibile, oggi non vale più, oggi non basta più”), ma forse non è così, forse c’è qualcosa d’altro dietro questo pezzo, qualcosa che ancora non si riesce ad afferrare.
L’ultimo brano, per quanto mi riguarda, non è solo il momento più alto del disco ma anche la canzone più bella che Niccolò Fabi abbia mai scritto in tutta la sua carriera. L’amore ha molte forme, è un percorso che sa essere anche duro, faticoso ma è soprattutto fatto per durare. Che non è più “i baci sotto al portone” o “l’estasi del primo giorno” ma “una mano sugli occhi prima del sonno”: questo canta alla sua compagna Shirin Amini e questo è quello che tutte le vere canzoni d’amore dovrebbero dire.
“Una somma di piccole cose” dal vivo finisce qui e a questo punto un po’ di rammarico sale perché era talmente bello ciò che stava avvenendo sul palco, talmente vero Niccolò a voler condividere col pubblico le sue ultime scoperte, che dispiace davvero che il momento dedicato ai vecchi brani debba iniziare così presto.
Personalmente, non mi era mai successo. E per quanto mi riguarda il valore assoluto di questo disco l’ho scoperto davvero ieri sera perché no, non è normale andare al concerto di un artista e avere così tanta voglia di sentire i nuovi pezzi.
Nel suo primo momento di interazione verbale col pubblico, l’artista ha peraltro detto una cosa molto interessante: “È sorprendente vedere come canzoni che sono nate in modo quasi privato, senza l’idea di condividerle per forza, siano già diventate patrimonio di tutti.”.
Tutto vero, in effetti: il pubblico ha applaudito, ha cantato (sottovoce), ha persino sottolineato certi momenti con un allegro battimani. È sorprendente, ma è anche perfettamente normale: non c’è niente di più universale che cantare il proprio intimo, la propria condizione. Perché siamo tutti esseri umani, abbiamo tutti lo stesso cuore e sappiamo riconoscere al volo quando qualcuno lo mette a nudo.
Del resto lo aveva già capito Gaber più di quarant’anni fa, quando a chi lo avrebbe voluto più politicamente impegnato cantava “Chiedo scusa se parlo di Maria”…
E che il primo dei vecchi brani in repertorio sia stato “Ostinatamente” (ripescata dall’esordio “Il giardiniere”, del 1998) la dice lunga sul pensiero sottinteso a questo tour: si cresce, si cambia, si riconosce che ci sono stati modi di cantare l’amore che adesso non ci sono più, che appaiono immaturi, superati; ma non per questo si rinuncia a riproporli dal vivo in una diversa veste musicale e anche a riderci su.
Da qui in avanti la musica cambia. E qualcosa, occorre dirlo, si rovina. Devo dire la verità, avevo deciso di assistere a questa prima leg del tour, non solo perché non vedevo l’ora di sentire dal vivo il nuovo disco, ma soprattutto perché pensavo che la dimensione più tranquilla dell’Auditorium milanese (peraltro dotato di una resa acustica straordinaria, come anche ieri è stato dimostrato) avrebbe permesso di assistere ad uno show dove sarebbero emerse le canzoni, dove gli arrangiamenti acustici dei nuovi brani e la nuova band che sta accompagnando Niccolò, avrebbero stravolto il repertorio e permesso di goderci i pezzi in modo diverso.
Non è andata così, o meglio non del tutto. Per carità, la band è stata bravissima. Alberto Bianco non è mai stato tra i miei artisti preferiti però bisogna riconoscergli talento e mestiere, a lui come ai fidi Filippo Cornaglia (batteria), Damir Nefat (chitarra) e Matteo Giai (che si è alternato tra chitarra e tastiera, soprattutto). Musicalmente lo show è stato impeccabile, magari un po’ troppo lineare in certe soluzioni e con qualche piccola sbavatura ogni tanto, dovuta al fatto che siamo ancora in fase di rodaggio.
Si potrebbe facilmente scrivere che Roberto Angelini è di statura superiore e sarebbe anche vero, ma la realtà è che, per ora, la scelta di cambiare per una volta i compagni d’avventura, si sta rivelando vincente.
Il problema (per chi vuole vederlo tale) è che, in una cornice dove avrebbe potuto osare un po’ di più, costruire percorsi, prendere per mano il pubblico e condurlo anche per sentieri poco battuti, Niccolò ha preferito recitare un copione già noto, proponendo una dopo l’altra tutte le sue hit più famose, accontentando i presenti e invitandoli spesso a battere le mani e a cantare. Invito che, è superfluo dirlo, la stragrande maggioranza ha raccolto più che volentieri.
Non c’è niente di male, io stesso mi sono lasciato andare a tratti (sono pur sempre uno spocchioso snob con un’immagine da difendere!) ma l’impressione è che a volte certi entusiasmi, certe istintività, siano state un po’ superflue. Richieste dall’artista stesso, quindi per una volta non si può parlare di maleducazione del pubblico, però resta il fatto che almeno io (e non solo, a giudicare da vari commenti raccolti) avrei voluto vedere un concerto più in linea con la sua primissima parte.
“Il negozio di antiquariato”, da questo punto di vista, ne è uscita malconcia, con Fabi da solo al piano a creare un fastidiosissimo effetto karaoke che lui stesso a un certo punto si è messo a scimmiottare (forse perché se ne era accorto e ha cercato di ironizzarci sopra?).
Il gruppo, quindi, spinge parecchio e a tratti pare quasi dimenticarsi che sta suonando in un teatro. Le varie “Oriente”, “Vento d’estate”, “Offeso”, persino il finale di “Una buona idea”, presentano notevoli inserti elettrici e fanno muovere davvero. Però, nonostante abbia gradito, nonostante la bellezza delle esecuzioni, ho avvertito una qualche forzatura.
C’è stato un solo momento, in questa carrellata di hit, in cui mi è sembrato che la sintonia tra pubblico e artista fosse perfetta: quando, a metà di “Lasciarsi un giorno a Roma” (che rimane e rimarrà sempre un brano pazzesco), l’energia sprigionata è stata talmente intensa che tutti, senza eccezioni, si sono alzati in piedi. Ecco, lì ha funzionato tutto alla grande ma è stato un istante che non si è più ripetuto.
Ci sono stati altri momenti sublimi, comunque: “Ecco”, ad esempio, mi è entrata nel cuore come un coltello, è stata suonata assieme a tutta la band proprio subito dopo la scena da piano bar di  cui sopra ed è stato impressionante come tutti si siano di colpo zittiti, percependo la tensione del momento.
Poi l’accoppiata “Solo un uomo”/”Costruire”: la prima è un brano enorme, sorta di summa poetica dell’universo di Fabi e che sia stata finalmente ripescata dal cassetto è la notizia più bella di questo tour. La seconda è un grande classico, il suo primo pezzo “serio” di un certo spessore e ancora una volta è stato bellissimo vedere come il pubblico, evidentemente colpito dal brano precedente, non si sia lasciato andare in modo sguaiato ma abbia contribuito a rendere l’esecuzione uno dei momenti più intensi del concerto.
E poi, per finire, i bis che si aprono con una “Vince chi molla” suonata da solo al pianoforte. Brividi infiniti e la consapevolezza che se lo show fosse stato tutto su questa linea, sarebbe stato indimenticabile, anche se forse non avrei retto emotivamente.
Al termine di questo brano, per la serie: “facciamo vedere che forse un bell’asteroide ce lo meritiamo davvero”, proprio mentre Niccolò sta spiegando come il pezzo conclusivo del disco sia nato in maniera così privata che non aveva neppure pensato di farlo ascoltare a qualcuno, una ragazza delle prime file interrompe il filo dei suoi pensieri urlandogli: “Sei un narratore!”. Al che il pubblico va in visibilio e lui (voglio credere in maniera un po’ indispettita) decide di cambiare argomento e presenta nuovamente i musicisti.
Ecco, scene così, peraltro ripetute spesso durante le due ore di spettacolo, con i vari “Bravo!”, “Grande!”, “Sei unico!” (a quest’ultima però lui ha risposto con un meraviglioso: “Tutti lo siamo!”) si commentano da sole. Se la gente accettasse di stare a quello che l’artista ha da dire, invece di continuare a voler assurgere al ruolo di protagonista, vivremmo tutti con maggiore serenità certi avvenimenti. Ma ho già scritto molto a riguardo, inutile dilungarsi.
Si chiude con una “Lontano da me” dal sapore quasi reggae, con tutto il teatro in piedi a cantare e a ballare. Stavolta ci sta. Stavolta è giusto così.
Non è stato perfetto anche se devo dire che un po’ lo speravo. È stato comunque un concerto bellissimo, come solo un artista della statura umana e musicale di Niccolò Fabi può essere in grado di fare.
Adesso voglio cercare di fidarmi, di verificare il fatto che sia davvero una somma di piccole cose, piano piano, a farci cambiare.
La foto di copertina è del mio amico Luca Pontarolo, che ringrazio. 
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