Qualche tempo fa ero in un locale e stavo ascoltando un artista. Non dico che locale e non dico che artista, i nomi in questo caso non sono importanti.
Comunque, c’è lui sul palco, con i suoi musicisti, che si dà da fare per cantare le sue canzoni, per far arrivare i suoi testi ai presenti.
Sono nelle prime file, quindi non vedo il resto del pubblico, che comunque è piuttosto numeroso. Però sento un brusio che è più di un brusio, è molto più simile al tipo di rumore che le voci umane producono nei luoghi affollati come le stazioni o gli aeroporti. O i pub, nei brevi momenti in cui, tra una canzone e l’altra, tace la musica.
A quel punto mi giro e vedo che nessuno sta ascoltando. Nessuno. Chi mi conosce sa che sono un tipo incline all’esagerazione quindi facciamo che no, magari due o tre stavano anche attenti. Anzi, facciamo anche cinque. Ma non di più, ve lo giuro.
Altra istantanea, sempre nello stesso periodo. Sono a sentire un’altra band (ancora una volta niente nomi) che sta suonando decisamente bene. Dietro di me ho un tizio che durante tutta una canzone salta, urla come un ossesso, batte le mani. Sembra gradire molto, insomma. Alla fine della canzone scattano gli applausi e l’amico di fianco a lui gli chiede: “Ti sono piaciuti?” E lui, ridendo come uno scemo: “Boh!”.
Ecco, lo so che di questi argomenti ho già parlato in tempi recenti e lo so che posso risultare ripetitivo e fastidioso. Però adesso che Manuel Agnelli è stato nominato giudice ad X Factor e che il mondo dei Social (che corrisponde a quello reale molto di più di quel che si vorrebbe, secondo me) si divide tra chi si straccia le vesti e chi risponde che “chiunque l’avrebbe fatto al suo posto”, lasciatemi dire che il problema non è Manuel Agnelli (che ha fatto malissimo, se proprio volete il mio parere) ma il pubblico.
Se in Italia la musica è morta, se gli artisti nuovi non sfondano più (a meno che non siano tipizzati secondo l’unico modello che può sfondare, vedi Calcutta), se i locali sono pieni di cover band, la colpa è solo e soltanto del pubblico.
Perché io qui sto iniziando a preoccuparmi seriamente: qualche mese fa scrivevo dei fan casuali che vanno ai concerti e pensano solo ad affermare sé stessi parlando e facendosi i selfie. Ultimamente però ho iniziato a chiedermi se forse il problema non sia un po’ più vasto. E se avessimo semplicemente smesso di ascoltare? Se non ne fossimo più capaci? Onestamente: quanta gente vedete che ai concerti sta zitta per tutta la canzone, senza mai rivolgere la parola al vicino, senza mai rivolgere gli occhi al cellulare, senza mai lasciare il suo posto per andare al bar? E non sto parlando per forza di fan sfegatati con le lacrime agli occhi che cantano tutto il pezzo piangendo come pazzi. Parlo di persone normali, che sono venute in quel posto perché ci suona un determinato artista, che magari lo conoscono bene ma magari anche poco e forse addirittura per nulla. Non lo conoscono ma sono curiosi e allora quando inizia il concerto stanno zitti, smettono di fare quello che stavano facendo e ascoltano. Ascoltano tutto il concerto. Ascoltano tutte le canzoni. Al massimo, scambiano dei commenti veloci con l’amico tra un pezzo e l’altro. Fine.
Ecco, onestamente, quante ne vedete, di persone così, a un concerto?
Io poche, a volte quasi nessuna. E perché, secondo voi?
Io provo a dire la mia, e la mia è parecchio drastica: siamo fottuti. Internet ci ha fottuto, i video su YouTube ci hanno fottuto, i telefonini ci hanno fottuto. Siamo bombardati da impulsi, la nostra attenzione è limitata, non regge più. Ci guardiamo gli highlights della partita di calcio ma se dura più di tre minuti non arriviamo alla fine. Il videoclip lo sfumiamo dopo il primo ritornello e passiamo ad altro. Ci sentiamo fighi ed informati a leggere gli articoli di opinione da mille siti diversi ma poi non andiamo oltre il titolo o il primo paragrafo e prima di iniziare scorriamo ansiosamente il cursore dall’alto in basso per vedere quanto è lungo. Addirittura (l’ho notato ieri e ho avuto paura), alcuni siti hanno messo perfino il tempo di lettura! Il tempo di lettura, capite! Cioè, io prima di mettermi a leggere qualcosa devo sapere quanto tempo ci metterò? E perché mai? Per programmare meglio i miei prossimi dieci minuti? Per capire se ho tempo di guardare il video del gatto che si fa i selfie, che ha fatto un milione di visualizzazioni in trenta secondi?
Se mi interessa qualcosa lo leggo, fermo tutto e lo leggo e quando ho finito riprendo a fare quello che stavo facendo. Se ritengo di non avere tempo in quel momento pace, vuol dire che la cosa non era poi così interessante. Questo è quello che ho sempre fatto io e questo è quello che mi piacerebbe continuare a fare.
Poi ci lamentiamo che la gente non legge più, sul treno o in metropolitana. Ma è ovvio! Come fa a leggere? Come fa a concentrarsi? Come è possibile stare anche solo mezz’ora su una stessa attività quando abbiamo in tasca un aggeggio che rompe i coglioni ogni due per tre, esigendo la nostra attenzione con cose importantissime come “Sticazzi ha aggiunto una reazione al link che hai postato”?
E i dischi? Com’è il vostro rapporto con i dischi? Riuscite ad ascoltarne uno dall’inizio alla fine, seduti in poltrona, leggendo i testi, cercando di cogliere ogni sfumatura? Io lo facevo, tempo fa. Adesso non ci riesco più. Se non sono in macchina (che è ormai il mio momento privilegiato di ascolto) dopo due canzoni mi alzo e devo fare altre cose. Spesso mi metto a leggere, a volte correggo i compiti dei miei studenti, a volte cucino.
E quindi, sapete che cosa ho fatto? Mi sono obbligato. Mi faccio forza. Mi costringo. Quando riesco, spesso alla sera (se ho sere libere) mi metto sul divano e ascolto un disco. Quello che è appena uscito, quello su cui devo scrivere, quello che voglio riscoprire. Non so voi, ma per me è diventato necessario.
La musica non può essere un sottofondo. Un libro non può essere un sottofondo. La vita non può essere un sottofondo.
Ma torniamo ai concerti. Perché poi succede così, che la gente che non sa più concentrarsi, poi ai concerti ci va comunque. Ma quello che ha davanti non la prende. Salvo casi isolati, si annoiano. Hanno pagato il biglietto ma si annoiano. Oppure, pensano che il concerto sia semplicemente un momento per stare con gli amici. Un pretesto. E quindi fanno casino. E rompono i coglioni agli altri. O forse tra un po’ nessuno si romperà più i coglioni perché tutti parleranno tra loro e l’artista di turno rimarrà da solo sul palco a cantare le sue canzoni, ricevendo comunque la sua buona dose di applausi, perché come scimmie ammaestrate avremo chiaro che quando si ferma la musica, quello è il momento in cui bisogna applaudire.
Allora capite che se è così, chi se ne frega di Manuel Agnelli ad X Factor. Lui è un grande artista, un grande produttore, una persona intelligente e preparata e probabilmente verrà trasformato in una macchietta e fagocitato abbastanza rapidamente in quel sistema cannibale e distruttivo che si chiama Talent Show. Che per inciso, con la musica non c’entra nulla, assolutamente nulla.
Ma al di là di questo, la partita è stata persa prima. Perché i Talent esistono anche perché nessuno ha più la voglia o la capacità di concentrazione necessaria per ascoltare brani nuovi, artisti nuovi e così affolla le serate delle cover band e intasa gli indici di ascolto di programmi dove il concorrente di turno viene valorizzato per la sua interpretazione di brani già noti, dove giudici dalle dubbie competenze musicali pretendono di essere gli unici depositari della verità sul suo talento e dove la bella voce ma soprattutto la bella presenza sembrano essere i parametri fondamentali per giudicare se vali davvero oppure no.
Non ne usciremo vivi, secondo me. Questa cosa potrà solo peggiorare. Speriamo solo che i dischi belli non smettano mai di uscire.
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