Il venticinquennale dell’uscita di “Ten” cadrà ad agosto ma è meglio portarsi avanti. Per la verità non sono neppure obbligato a scrivere queste righe ma stamattina mi è caduto gli occhi su un post dedicato all’argomento e ho pensato che qualcosa da dire in merito ce l’avrei avuta.
Balza agli occhi che l’esordio dei Pearl Jam sia uscito appena due mesi prima di “Nevermind”, che per i Nirvana non fu il disco d’esordio, tecnicamente parlando, ma lo fu per milioni di persone da quel momento in avanti. Diciamocelo: “Bleach” era andato bene ma il mondo si accorse di loro solo e soltanto col disco successivo.
“Nevermind” e “Ten”, Nirvana e Pearl Jam. Due dischi e due band in cui, volendo, potremmo racchiudere in toto la prima parte degli anni ’90, almeno per quanto riguarda le cose che sono uscite direttamente dal rock classico, perché le contaminazioni che pure già si intravedevano (Massive Attack e Primal Scream, per fare due nomi importanti) costituiscono un discorso a parte.
Il Grunge. Già, il Grunge. Nirvana e Pearl Jam sono stati quello che per l’Inghilterra furono, appena qualche anno dopo, i Blur e gli Oasis. Rivalità acerrime in realtà inesistenti in partenza, montate da una stampa (musicale e non) che intendeva semplicemente sciacallarci sopra.
Kurt Cobain ci ha rimesso le penne, per questo (no beh, adesso sto esagerando. Diciamo che il ragazzo era parecchio insicuro e quello è stato un fattore in più.).
Comunque, contrapporre le due band era una fesseria: la cosa aveva senso e veniva fatta unicamente perché provenivano entrambe da Seattle ma le analogie finivano lì. Tra i due, quelli veramente Grunge (ammesso che questa etichetta sia davvero funzionale ad identificare un certo tipo di sound) erano i Nirvana, che avevano ereditato il sound sporco e primordiale dei Mudhoney. I Pearl Jam erano molto più raffinati, più spessi, più ricercati. Sarà stato anche il passato di tutti i membri, in bilico tra formazioni eterogenee come Green River o Mother Love Bone (quelli di Andy Wood, morto troppo presto per poter diventare una rock star), diversi anche per estrazione sociale (Stone Gossard era figlio di un avvocato) ma “Ten”, a parte le chitarre potenti e le vocals drammaticamente sofferte, non suonava come un disco Grunge.
PEARL JçAM
Io li ho scoperti tardi, i Pearl Jam. Al liceo ascoltavo i Nirvana, alle feste si pogava su “Lithium” e “Smells Like Teen Spirit”, non ricordo che ci fosse qualcuno della mia cerchia che avesse in giro cose come “Alive” o “Go”. Probabilmente erano già troppo raffinati, troppo profondi, per dei ragazzini invasati di velocità e rumore, ancora fermi alla dimensione più istintiva e sentimentale dell’ascolto.
Mi accostai a loro all’università, nel periodo compreso tra “Live on Two Legs” e “Binaural”. Non li andai a vedere in quel tour perché li conoscevo ancora poco e non mi sembrava il caso. Ma ricordo che i racconti entusiasti degli amici che si erano sparati i concerti di Milano e Verona mi fecero venire voglia di approfondire il discorso.
La discografia completa la comprai in Nuova Zelanda, nell’estate del 2000. Ero lì in vacanza, era ancora il periodo in cui i cd vendevano parecchio e il loro catalogo era tutto in offerta. Feci un lavoro sistematico ed iniziai da “Ten” ma non fu “Ten” a piacermi più di tutti.
Riconoscevo che era un bel disco, capivo perfettamente che c’era qualcosa di enorme in quelle canzoni ma la mia sensibilità non era catturata. Non so cosa ci fosse che non andava. Erano pezzi troppo anni ’90, forse, ci sentivo un accento a metà tra il duro e l’intimista, un tormento esistenziale che io che ero ancora un metallaro col debole dei suoni leggeri e poco impegnativi non ero avvezzo a percepire.
E sì che avrei dovuto riconoscere qualcosa di mio, nella durezza di quelle chitarre. Le cavalcate di “Why Go” o il muro sonoro di “Deep” avrebbero dovuto scuotermi e farmi comprendere che c’era molto di Metal nei gruppi che in quegli anni venivano fuori da Seattle.
Non andò così. In realtà “Ten” rimase per molto tempo quel lavoro di cui non puoi parlare male ma che se riuscissi ad essere totalmente sincero con te stesso, dovresti ammettere che c’è di meglio per far battere il tuo cuore.
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Andò che mi innamorai perdutamente di altri Pearl Jam. Quelli che, dopo aver smesso di vendere milionate di dischi e di finire sulle copertine di tutte le riviste, si misero semplicemente a fare del buon sano rock and roll, andando ad esplicitare quelle radici che già da tempo si portavano dietro (Neil Young per la componente acustica, gli Who per quella elettrica) e scrivendo dischi che per molti furono banali semplicemente perché diversi dai primi due.
La verità è che quando Eddie Vedder e soci smisero di essere una moda, furono in grado non solo di continuare ad esistere (cosa non banale, in quegli anni. Dei gruppi di Seattle che allora facevano a pezzi le classifiche rimangono in piedi solo loro e i Mudhoney, che per altro non hanno mai venduto molto) ma anche di scrivere quello che volevano senza pressioni e nervosismi.
Magari non hanno azzeccato sempre tutto, magari due o tre dischi potevano risparmiarseli, però non è da tutti smettere di essere una Next Big Thing e scrivere “Binaural”. O “Backspacer”. O “No Code”, che fu criticato ferocemente quando uscì ma che è forse la cosa più a 360 gradi che i cinque abbiano mai composto, un’opera complessa e sfaccettata dove tutte le precedenti componenti del sound venivano scomposte ed esplorate singolarmente, in un insieme che aveva come principale caratteristica proprio quella di non avere un centro ma di poter essere guardato da qualunque punto senza che si andasse a perdere la prospettiva.
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E tutto questo, attenzione, lo hanno fatto senza diventare una realtà di nicchia, un tempo sulla bocca di tutti ed ora costretta ad esibirsi in piccoli locali per sbarcare il lunario.
Lo hanno fatto perdendo lo status di “notizia del giorno” ma acquisendo quello di “una delle più grandi rock band del mondo”, in grado di fare sold out negli stadi, come abbiamo scoperto all’ultimo passaggio in Italia.
E per arrivare a questo punto, devi avere delle immense qualità umane, non solo artistiche. Se Kurt Cobain non ha retto alla pressione è stato anche perché era una persona molto diversa da Eddie Vedder. Il quale aveva anch’egli i suoi demoni personali, come del resto il testo di “Alive” ci ha fatto capire ben presto (essere vivi dopotutto, anche dopo aver appena scoperto che quello che in realtà credevi fosse tuo padre in realtà non lo è e che il tuo vero padre è appena morto) ma anche “Jeremy”, angosciante descrizione di un fatto di cronaca che proiettava in realtà le ossessioni famigliari dello stesso singer.
Ma Eddie è stato in grado di concentrarsi solo sulla musica, di diventare un grande cantante e un grande paroliere, fregandosene di essere un personaggio, di essere un’icona.
Mi viene addosso un’enorme tristezza, quando sento parlare di Kurt Cobain come dell’ultima rockstar. È questo che l’ha ucciso, in fondo. Cosa vuol dire essere rockstar? Che porti “un’immagine destinata a distruggerti”, parafrasando i Massimo Volume. È molto più importante essere uomini che essere rockstar. È molto più urgente imparare ad essere uomini. Eddie Vedder, ma anche tutti gli altri Pearl Jam, hanno saputo farlo. I Nirvana no.
Ed è per questo che, a mio modestissimo parere, i Pearl Jam sono diventati uno dei più grandi gruppi rock del mondo mentre i Nirvana non sono riusciti a durare. Hanno fatto tre album meravigliosi (perché li adoro tutti e tre, a scanso di equivoci) ma sono stati solo un grande fenomeno bruciato troppo in fretta.
Il rock non è solo questo, Neil Young non aveva ragione. Il rock è anche invecchiare bene, invecchiare con dignità.
E quindi è ancora più bello essere qui a dire che “Ten” usciva 25 anni fa. Oggi, quando vedo i Pearl Jam dal vivo, ogni volta che viene eseguito un pezzo di quel disco provo sempre un senso di fastidio. Mi dà fastidio la gente che esulta come se tutto quello che è stato suonato prima avesse fatto schifo, mi danno fastidio i cori da stadio su “Alive”, gli accendini su “Black” (che pure canto sempre anch’io a squarciagola), l’assolo di batteria su “Evenflow” (su quella ormai mi fumo comodamente una sigaretta), persino il pogo furibondo su “Why Go”.
Solo “Deep” recentemente mi ha fatto emozionare, perché non la suonano mai e a Trieste fu la prima volta che la beccai dal vivo. E poi, ovviamente, “Release”: perché un concerto che si apre così (e ho avuto la fortuna di vederne tre, per fortuna) è davvero un concerto che non ti dimenticherai.
Ad ogni modo, tutte le volte che lo ascolto, mi rendo conto che è uno di quei dischi che sta su un altro pianeta. Forse non è più così attuale: quelle chitarre oggi non suonerebbero più così, o forse è solo perché oggi il rock è più un affare da sintetizzatori e campionamenti. Ma la rabbia e la sofferenza che contiene non hanno eguali, alla pari con la voglia di spaccare il mondo che questi quattro ragazzi feriti dalle esperienze musicali precedenti avevano, e a cui quel giovane californiano scoperto per caso ha saputo dare una voce che ancora mancava.
“Ten” ha 25 anni e tra poco celebreremo anche “Nevermind”. Va benissimo, ovviamente ma se siamo ancora qui a parlare di rock, perdonatemi, è più merito dei Pearl Jam che dei Nirvana.
E se volete leggere qualcosa di veramente bello sull’argomento, il libro “Grunge: il rock dalle strade di Seattle”, di Claudio Todesco, è quel che fa per voi.
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