Ieri mattina, mentre leggevo il comunicato di Bruce Springsteen relativo allo show annullato in North Carolina, allo scopo di protestare contro la cosiddetta “Bathroom Law” appena approvata dal governo di quello stato, mi sono venute tutta una serie di riflessioni. Provo ad esternarle, nella speranza di poter in qualche modo contribuire ad una discussione costruttiva e serena.
Dunque, questa legge, per quello che ho avuto modo di leggere, è probabilmente stupida e inutilmente provocatoria. A maggior ragione quando proviene da uno stato che ha già da tempo legalizzato i matrimoni omosessuali. Si dirà che non è la stessa cosa (e di fatto non lo è) però fa capire che non siamo di fronte ad una roccaforte del bigottismo. È una legge stupida, impossibile da far rispettare, e sembra fatta apposta per scatenare polemiche, per sollevare un polverone mediatico.
Fin qui ci siamo.
Però poi Bruce nel suo statement tira in ballo i diritti civili e la battaglia per impedire che il paese (cioè gli Stati Uniti) prosegua nella strada del progresso e non faccia passi indietro. Al che capisci che “progresso” per lui equivarrebbe a vivere in una nazione dove non venissero discriminati i transessuali per le scelte che hanno deciso di operare.
Eguaglianza e diritto alla felicità. Questo c’è scritto sulla Dichiarazione d’indipendenza, questo ha ribadito quattro anni dopo la Costituzione americana.
È in nome di questa uguaglianza che si sono combattute le grandi battaglie per i diritti civili nella storia di questo paese: dall’abolizione della schiavitù, alla lotta contro la segregazione razziale, alle proteste contro una guerra, quella del Vietnam, sentita come inutile e dannosa.
E Bruce di queste battaglie è sempre stato un fiero sostenitore. Ma con lui, lo è stato tutto un certo tipo di rock americano, che ha tradotto la domanda di giustizia che è strutturale al cuore dell’uomo, in azioni concrete e dense di significato.
Bob Dylan era a Washington, durante la famosa marcia per i diritti civili dei neri organizzata da Martin Luther King. Springsteen, Bonnie Raitt, Jackson Browne e altri organizzarono il No Nukes nel 1979, per prendere una precisa posizione in merito al nucleare, dopo l’incidente avvenuto a Three Mile Island. Per non parlare poi del “Live Aid”, carrozzone mediatico quanto si vuole ma comunque iniziativa forte e di peso.
Parlando di Bruce stesso, bisogna citare “Born in the Usa”, che prendeva esplicitamente posizione nei confronti della guerra del Vietnam e del dramma dei veterani.
Poi “The Rising”, col suo commovente ed autentico amore all’americano ferito dell’11 settembre, che si trasformò rapidamente in un abbraccio vero all’umanità tutta.
E ancora, il fantasma di Tom Joad, con la sua attualizzazione di “Furore” di Steinbeck (uno scrittore che possiamo politicizzare quanto si vuole ma sfido qualcuno a negare il profondo sentimento di pietas che traspare dai suoi scritti, in particolare da quello che ho citato).
Potremmo anche chiamare in causa “41 Shots”, che aveva portato, se vi ricordate, ad un duro scontro con la polizia di Manhattan in occasione dei suoi concerti al Madison Square Garden nel 2000.
Ecco, Bruce Springsteen è uno così. Uno che, ultimo esempio, era capace di scrivere (nella sottovalutatissima “Long Walk Home”, per me uno dei brani più importanti della sua carriera): “È un bel posto dove nascere, ti abbraccia proprio, nessuno che ti sta addosso, nessuno che ti lasci solo. Sai quella bandiera che sventola sul municipio? Vuol dire che certe cose sono scolpite nella pietra: chi siamo, che cosa faremo e cosa no”.
E allora, vi chiederete, perché non si può considerare quest’ultima iniziativa (tra l’altro molto forte, perché annullare un concerto è un gesto forte, c’è poco da dire) come semplicemente l’ultima tappa di un lungo percorso per l’affermazione dei diritti della persona?
Oddio, in tanti lo stanno facendo. Sono io che non ci riesco proprio.
Perché il problema, mi verrebbe da dire, è proprio nella definizione di “diritto”; e soprattutto in quella di “diritto civile”. Che cos’è un diritto? Che cos’è un diritto civile? Da dove si origina un diritto? Quando, come e perché diventa un qualcosa condiviso da tutti per cui si possa lottare per la sua affermazione?
In tanti pensano di avere facili risposte, come le tante guerre di tastiera di questi anni su certi temi farebbero pensare. Ma la verità è che è una questione complessa, che non si può risolvere a slogan e a frasi fatte.
Io personalmente credo che l’uomo sia fatto in un certo modo, che ci sia una concezione dell’uomo che è una sola e una soltanto e che se il diritto, qualunque diritto, si origina a partire da quella concezione, allora ha un senso. Se è deciso arbitrariamente dalla legge sulla base di un’eco sentimentale o, peggio ancora, di un interesse economico, allora è un altro.
La verità è che parlare di “vita, libertà e ricerca della felicità”, non rende automatico il fatto che ogni battaglia che pretende di essere combattuta sulla base di questi tre elementi, sia lecita.
La verità è che abbiamo iniziato da tempo a confondere l’autenticità delle battaglie con la loro popolarità. Abbiamo rinunciato a riflettere su che cosa sia l’uomo e ci siamo messi a commentare ogni cosa con emoticon e profili colorati. Abbiamo eliminato la ragione e ci abbiamo sostituto il sentimento.
Da qui la bandiera francese, quella arcobaleno, gli hashtag zuccherosi stile “#Loveislove” (che poi se ci si pensa, cosa vuol dire “Love is Love”, se dovessimo davvero ragionarci sopra? Cosa diavolo vuol dire?).
Nel momento in cui l’uomo rinuncia a pensare, rinuncia a capire chi è, immediatamente crede di potersi fare da sè, di poter decidere lui che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, quali sono le battaglie che è doveroso combattere e quelle che invece bisogna lasciare nell’ombra.
È il trionfo del politically correct relativista di cui Obama è stato il più grande campione e che Springsteen, bisogna dirlo, sta cavalcando ormai da anni.
C’era uno spessore umano autentico, nello Springsteen degli anni ’70 ma anche nello Springsteen di “Long Walk Home”, che è del 2007 e che è contenuta in un disco che parla di temi politici con profondità e lucida consapevolezza.
Adesso però, sembra che quello stesso artista consideri la lotta contro la “Bathroom Law” del North Carolina alla stessa stregua di quella di Rosa Parks in Alabama.
Ma non sentite che è diverso? Non sentite che c’è differenza tra un veterano del Vietnam e un transessuale? E guardate che non sto ponendo giudizi di valore. Sto semplicemente dicendo che non è la stessa cosa: perché se certe cose sono scolpite nella pietra, come lui stesso ha detto, non è che le possa aggiornare in continuazione secondo quello che di volta in volta mi sento.
Ma quando smetti di pensare, vince “Love is Love”, vince il sentimento, vince la simpatia e l’antipatia per una certa causa, non che posto abbia quella causa nell’autentica antropologia umana.
E permettetemi un’ultima provocazione: quello di cui sto parlando è esattamente lo stesso atteggiamento per cui ci riteniamo schifati, disgustati, orripilati, dal fatto che una così larga fetta dell’America possa trovare interessanti le idee di Donald Trump. Siamo tutti lì ad indignarci, a dire che è una vergogna, che il mondo non ha imparato niente dal nazismo e dalla seconda guerra mondiale, ecc.
Salvo poi non interrogarci neppure per un istante sul fatto che, o decine di migliaia di americani si sono rimbecilliti di colpo, oppure Trump (che io non voterei neppure sotto tortura) sta pian piano guadagnandosi i consensi di quella fetta dell’America che è stufa del buonismo politically correct per cui il mondo è bianco e nero e se sei dalla parte sbagliata della barricata non hai diritto di parola.
Ecco, Bruce Springsteen mi ha deluso. Sono anni che lo ascolto e pensavo che uno che negli anni ha cantato e detto certe cose, non potesse cadere così facilmente in questa trappola. Evidentemente l’Occidente è messo molto peggio di quanto pensassi.
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