Ovviamente la notizia del prossimo concerto di Gilmour a Pompei a 300 e passa euro mi ha fatto incazzare non poco. Esattamente come mi aveva già fatto incazzare Springsteen a cento euro per un prato e a 150 per un primo anello, in uno dei posti più brutti d’Italia per la musica dal vivo.
Il costo elevatissimo dei concerti di musica rock è un problema da anni ma ultimamente ha assunto proporzioni vertiginose (unica cosa consolante: pare che per Gilmour non sia andato tutto esaurito, questa volta. Se non altro c’è ancora gente in possesso di sanità mentale.).
L’altro giorno però leggevo su Rumore un articolo di Francesco Farabegoli e credo di aver capito qual è il punto.
Il punto, lo dico senza troppi giri di parole, è che bisognerebbe finirla con questa storia dei “grandi del rock”, delle “leggende del rock” degli “immortali del rock” e tutte queste cose qui.
Paolo Vites in un suo articolo di qualche giorno fa ha espresso un punto di vista molto interessante: secondo lui, la prima ragione del rialzo dei prezzi sta nelle richieste sempre più esorbitanti da parte degli artisti. In un periodo in cui i dischi non vendono più, aggiungo io, questa sembra essere diventata una scelta fisiologica.
E se certamente può esserci qualcosa di non particolarmente confortante in un musicista che chiede cifre folli dopo aver cantato per anni di perdenti ed emarginati, non si può neppure fargliene una colpa in tutto e per tutto: in fondo per lui quello è un lavoro, è arrivato a un certo status, non sa per quanto potrà andare avanti, fa anche bene a chiedere quel che chiede, visto che in ogni caso la gente sborserà qualunque cifra pur di esserci.
Ecco, questo è proprio il punto che Vites sottolineava e sul quale sono perfettamente d’accordo.
Siamo di fronte ad un circolo vizioso: certi artisti sono ormai a fine carriera, alcuni sono già nella fase post carriera, nel senso che da anni perpetuano un eterno e stanco mito di loro stessi. Però questi artisti sono la “storia del rock”, sono le “leggende del rock” e quindi come fai a non andare a vederli? Potrebbe essere l’ultima volta. E poi, tu che c’eri a Torino nel ’94, per l’ultimo tour dei Pink Floyd come una vera band (anche se per chi scrive sono morti con l’addio di Roger Waters) come fai a non portare tuo nipote o tuo figlio a vedere Gilmour a Verona? È il mito che continua!
Ma è anche giusto, io non lo contesto: andrò al Primavera Sound a giugno e so già che farò di tutto per vedere Brian Wilson suonare per intero “Pet Sounds”. Non so neppure se si reggerà in piedi (figurarsi la voce!) ma come si fa a resistere? Stiamo pur sempre parlando di uno dei dischi più belli degli ultimi cinquant’anni.
Ecco, appunto. Il problema è che così facendo si originano due fenomeni: sempre più gente considererà indispensabile andare a vedere questi artisti, e di conseguenza i suddetti potranno permettersi di alzare i prezzi quanto vorranno, sicuri che neppure un biglietto rimarrà invenduto.
È il mercato, bellezza: finché la domanda c’è, finché decine di migliaia di persone decideranno sempre e comunque di sborsare cifre folli pur di partecipare a sempre più “imperdibili” “eventi del secolo”, sarà inutile lamentarsi.
E allora che cosa si dovrebbe fare? Ci sono due soluzioni, una attiva e una “passiva”, per così dire.
La prima sarebbe una sorta di azione di resistenza in stile gandhiano: il biglietto è troppo alto? Non ci vado. Me lo potrei anche permettere, attenzione. Semplicemente, preferisco spendere gli stessi soldi per andare a vedere cinque, sei, dieci concerti di artisti più piccoli, meno blasonati ma probabilmente allo stesso livello o quasi delle rockstar milionarie di qui sopra.
È un’azione difficile, ovvio. Rinunciare ai propri miti musicali non è una cosa semplice, non è una decisione che si possa obbligare la gente a prendere. Però, se si riuscisse a fare, si dimostrerebbe che la storia va avanti, che una stagione, seppure irripetibile, è finita e che è ora di concedere fiducia a tutto ciò che di buono sta succedendo da vent’anni a questa parte nei sempre più numerosi circuiti sotterranei di cui è fatta la realtà musicale di ogni paese.
Se al posto di andare in massa da Springsteen si riempisse, che so, l’Una e Trentacinque circa di Cantù per gente come Cheap Wine, Miami & The Groovers, James Maddock o Malcolm Holcombe, racimoleremmo magari meno Like dai nostri contatti virtuali ma avremmo fatto qualcosa di concreto e consistente, avremmo sostenuto la musica in quanto espressione autentica di un desiderio dell’uomo.
La seconda soluzione, quella che ho definito “passiva” è molto ma molto più semplice: aspettare il corso naturale degli eventi. E qui mi collego all’articolo di Rumore.
Perché se riusciamo ad andare oltre il dolore e la commozione per la scomparsa di tanti miti che hanno non solo fatto la storia del rock ma che hanno pure accompagnato un bel pezzo delle nostre vite, ci dovremo rendere conto, con una buona dose di disincanto, che “al mondo tutto passa e quasi orma non lascia”, per dirla come un poeta piuttosto famoso dalle nostre parti.
Nel senso che tra dieci, quindici, vent’anni a voler proprio esagerare, non ce ne sarà rimasto più neppure uno, di quelli che hanno fatto la storia.
Se ne saranno andati gli Stones, Dylan, Young, Cohen, Springsteen, gli Who, e chissà quanti altri. Se ne saranno andati tutti. E quindi? Che succederà?
Beh, una possibile ipotesi è quella già immaginata da Gene Simmons dei Kiss durante un’intervista di qualche anno fa: un certo tipo di repertorio verrà tenuto in vita dalle varie cover band. Musicisti di altissimo livello che porteranno dal vivo le canzoni delle band più celebri del rock, esattamente come adesso le migliori orchestre del mondo riproducono le opere dei vari Beethoven, Mozart, Schubert, ecc.
Esiste già qualcosa di simile, dopotutto: Alcune Tribute Band di Pink Floyd, Queen, Genesis e Dire Straits sono diventate piuttosto famose in questi ultimi anni e sono arrivate addirittura a compiere veri e propri tour in giro per l’Europa.
In alternativa (o anche parallelamente, le due cose non si escludono a vicenda), si potrà finalmente dare spazio a tutte le band e agli artisti che hanno tantissime capacità, il potenziale adatto per poter raggiungere un pubblico sempre più vasto, ma che per il momento sono sempre stati relegati in secondo piano rispetto alle vecchie leggende.
Facciamo alcuni nomi a caso: gente come Arcade Fire, The National, Wilco (parlo di band che conosco bene e che apprezzo tantissimo, ma ce ne sono tante altre che possono essere tirate in ballo) hanno già più di dieci anni di carriera alle spalle, riempiono club di grandi dimensioni, vengono chiamate in posizioni privilegiate nei più grandi festival del mondo. Eppure, finché ci saranno in giro i Rolling Stones e Neil Young, continueranno ad essere definiti “nuove leve” o comunque gruppi di “seconda fascia”.
Attenzione! Non sto affatto dicendo che siano allo stesso livello di questa gente qui. Non sto dicendo che Josh Ritter (per fare un altro nome) sarebbe il nuovo Bob Dylan se solo gliene dessero la possibilità.
Semplicemente, smetterebbe di esserci quel dualismo fastidioso che si vede adesso: da una parte realtà piccole ma promettenti e nomi di media grandezza già affermati, dall’altra le vecchie glorie che hanno scritto la storia del rock.
Da una parte quindi il presente, gli artisti che registrano dischi e sviluppano un percorso musicale che può piacere o meno ma che è ancora sempre e comunque in divenire. Dall’altra parte, gente che non ha più nulla da dire e che continua incessantemente a celebrare se stessa, approfittando di essere in condizioni di salute tali da poterlo ancora fare. Ci sono eccezioni, ovviamente: Bob Dylan non è mai stato così “nuovo” come in questa parte della sua carriera e Neil Young continua a sfornare un disco all’anno, anche se sulla sua bontà non sempre si può concordare.
La maggior parte però, appare bollita da tempo ed intenzionata a rimanere sulle scene solo per un discorso di nostalgia che spesso fa rima con la parola “soldi”.
Ma finché sarà così, non potrà mai smuoversi nulla. Perché i promoter chiameranno sempre e solo i soliti nomi, ad aprire i festival, per dire, perché sono quelli che più di tutti offriranno guadagni sicuri. E i concerti di Gilmour costeranno sempre cento e passa euro perché la gente certe cifre per quei nomi sarà sempre disposta a spenderle.
Allora lasciamo passare il tempo. Ritroviamoci qui tra una decina d’anni. Non sarà più un’epoca irripetibile, immagino. La storia del rock, quella che conta, è già stata scritta, su questo penso non ci siano dubbi.
Ma di grande musica ce ne sarà sempre, per quanto derivativa possa essere. E senza il  peso ingombrante delle cariatidi di qui sopra, avremo anche la possibilità di comprenderne il valore storico. Ad un prezzo ridotto, ovviamente: siamo proprio così sicuri che gli Arcade Fire potrebbero permettersi di chiedere le stesse cifre che chiede adesso Springsteen?
Tante realtà medio-piccole, tutte validissime, senza nessun gigante ad oscurare tutto il resto: questo è probabilmente quello che ci aspetta.
La morte fisica del rock, per dirla con Farabegoli, ci darà la grande occasione di ricominciare tutto daccapo per l’ennesima volta. Non è forse vero che è una prospettiva eccitante?
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