I Dream Theater sono stati tra i miei primi amori musicali, dopo i Guns And Roses, dopo gli Iron Maiden, dopo gli Helloween. Li ho scoperti appena uscito “Awake” e quel disco così complesso e  allo stesso tempo così affascinante ha accompagnato almeno tre mesi di viaggi da casa a scuola e ritorno (ah i bei tempi in cui i soldi erano pochi, Internet non c’era e i dischi ti duravano il tempo giusto di assimilarli). Recuperai “Images and Words” nel Natale di quell’anno, il 1994, e nel marzo successivo li andai a vedere nell’orrido Palasesto, dove suonarono in compagnia dei Fates Warning (che valevano molto ma molto di più di loro anche se io, ragazzino alle prime armi, non ebbi modo di accorgermene).
Per farla breve, da allora non li ho più mollati. Li ho visti dal vivo praticamente ad ogni tour anche se nel tempo la mia passione si è progressivamente raffreddata e dal 2010, dopo un’esibizione al Gods of Metal col nuovo “Black Clouds and Silver Linings” in uscita di lì a poco, non li ho mai più rivisti.
La verità, per quanto possa fare male, per quanto possa fare incazzare i fan più oltranzisti, è che dopo “Awake” non sono mai stati più capaci di illuminare. Certo, c’è stato il controverso “Falling Into Infinity”, che sarebbe stato un capolavoro (alcuni brani lo erano) se le pressioni della casa discografica per un sound più commerciale non avessero innescato una crisi d’identità piuttosto pesante.
C’è stato “Scenes From A Memory”, l’ambizioso concept che fece gridare al miracolo praticamente all’unanimità fan e addetti ai lavori.
Entusiasmò parecchio anche me, in effetti: lo comprai il giorno stesso dell’uscita e lo ascoltai tutto sul treno di ritorno dall’università. Fu una bella esperienza ed è tuttora un disco che rimetto su più che volentieri, alcuni brani rimasero per anni nella mia top ten assoluta. Ma era un lavoro di maniera, chi aveva vissuto i primi tempi della band non poteva non accorgersene. C’era la volontà di tornare al sound di “Images and Words”, di lasciarsi alle spalle le critiche e le polemiche legate al disco precedente. Fu un lavoro sincero ma non del tutto, ecco. E poi James LaBrie cominciava davvero a non farcela più con la voce: quella tournée fu un mezzo scempio, se non ricordo male. Vidi la tappa di Milano, durante la prima leg, poi non riuscii andare a Torino sei mesi dopo, quando il disco venne suonato per intero. Poco male, perché con quella resa vocale sarei uscito molto deluso.
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Negli anni successivi si mantennero fedeli alla linea e produssero un disco dopo l’altro, sempre più lungo di settanta minuti, sempre con brani fiume contenenti sbrodolamenti strumentali che facevano tanto sfoggio di tecnica ma ben poco di sostanza. Dischi per fan, per maniaci dello strumento (che fosse tastiera, basso o chitarra), con un Mike Portnoy sempre più carismatico ma anche sempre più invadente, fortemente responsabile di quell’irrobustimento e “modernizzazione” del sound che a partire da “Six Degrees of Inner Turbulence” avremmo sentito sempre di più.
Ma c’era una verità forse più triste, dietro a tutto questo: i Dream Theater erano ormai diventati una band per tutti coloro che avessero fame di musica un po’ più sofisticata della media, ma non possedessero il gusto, la preparazione o anche solo la pazienza, per buttarsi su cose davvero valide (leggi Genesis, Rush o Spock’s Beard, giusto per fare tre nomi a caso in campo Prog). I Dream Theater erano diventati una band di plastica, commerciale e artificiale, che spacciava emozioni in superficie mascherandole per grandi trovate. Divennero una band per ragazzini, per finti intellettualoidi e per frequentatori di Media World della domenica pomeriggio.
Troppo duro? Sì, può darsi, se non fosse che credo di potermelo permettere: negli anni ho comprato tutti i loro dischi il giorno stesso in cui sono usciti, sono (quasi) sempre andato a vederli e non ho mai, dico mai, rinnegato nessuno dei loro lavori. Se sembra che ne stia parlando male è semplicemente perché faccio il confronto col loro passato e con band di ben altra caratura compositiva. Se presi in sé e per sé, tuttavia, ciascuno dei dischi Post Scenes… possiede più di un buon motivo per essere ascoltato.
In particolare “Octavarium”, che ha mostrato sperimentazioni interessanti (la title track è davvero un esempio virtuoso, da questo punto di vista) e persino il tanto bistrattato “Systematic Chaos”, che contiene a mio avviso le parti strumentali meno inutili da tanto tempo. E in “Black Clouds and Silver Linings” c’era “The Count of Tuscany”, che seppure altamente di maniera, non può dirsi certo un brutto brano.
Ad ogni modo la verità non mutava: dopo “Awake”, davvero niente di così alto. Si sono fermati, almeno dal punto di vista della creatività. Hanno scritto belle canzoni, hanno indovinato due o tre dischi, ma niente di davvero indispensabile. I fan della band, ovviamente, avranno da obiettare ma è anche giusto così. Quando sei fan ti muovi su un campo di giudizio che è completamente diverso, sono io il primo a saperlo.
È stata colpa di Kevin Moore? Era lui davvero il responsabile di tutte le idee migliori dietro ai primi tre album (perché “When Dream and Day Unite” era acerbo e aveva un cantante non proprio all’altezza, almeno in quel momento storico, però le canzoni le aveva eccome!)? Sono in tantissimi a giurare di sì, però è anche vero che se si eccettua il lavoro meraviglioso su “A Pleasant Shade of Gray” dei Fates Warning e il primo disco dei suoi Chroma Key, non è che abbia prodotto più di tanto, dopo la sua uscita dai Dream. Quindi boh, teniamoci il dubbio che è meglio.
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Il passato recente lo conosciamo. Portnoy è stato defenestrato (per fortuna), al suo posto è subentrato Mike Mangini, mostruoso tecnicamente quanto schivo dal punto di vista della personalità. Esattamente quello che ci voleva dopo lo strapotere di uno con un ego smisurato e con un’intelligenza musicale decisamente inferiore alla media (Perdonatemi ma io Portnoy lo odio, c’è poco da fare).
Il songwriting, quello, non ne ha beneficiato. “A Dramatic Turn of Events” aveva dei momenti interessanti ma mi ha annoiato molto di più dei predecessori. Il successivo “Dream Theater”, lo ammetto, è l’unico che non ho mai comprato e probabilmente mai lo farò. Inascoltabile. O forse sono io che alla lunga ho perso sia innocenza che speranza. Fatto sta che non mi ha dato nulla, assolutamente nulla e mi ha consegnato una band alla frutta più totale.
Le premesse per questo “The Astonishing”, si può intuire, per me non erano buone. Quando ho letto che sarebbe stato un concept album doppio di durata superiore alle due ore, ho detto semplicemente: “Beh, non l’ascolterò di certo”. Due ore e passa di concept album fatto da una band con una crisi compositiva che neanche i peggiori adolescenti delle band del liceo.
Invece l’ho ascoltato. E mi sono ricreduto alla grande.
Certo, non è un capolavoro ma quello non lo chiedeva nessuno. Certo, la lunghezza è eccessiva e anche qui era difficile dire il contrario: esistono dischi di tale mostruosa durata? Non mi risulta ma potrebbe anche essere, non conosco tutto ciò che è uscito nel mondo.
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Rimane un grande disco, senza dubbio il migliore dai tempi di “Scenes From a Memory”. Cosa c’è di così bello? Le melodie, soprattutto le melodie.
Era da anni, da più di dieci anni, che i Dream Theater non scrivevano melodie così. Semplici, orecchiabili, a volte anche banali ed eccessivamente zuccherose, ma sempre e comunque meravigliose. Quelle melodie che hanno reso “Images and Words” uno dei dischi più belli di tutta la musica rock. Quelle melodie che infarcivano anche “Scenes…” ma che poi sono state totalmente abbandonate.
Sembrava che ci stessero a tratti provando, ma non usciva nulla, davvero nulla.
Invece adesso, come per magia, 130 minuti di musica in cui ci sono temi per almeno due dischi di ottima fattura. In mezzo, tante cose superflue, un po’ di ripetizioni, però quasi nessuna divagazione strumentale (il che rappresenta una bella boccata d’ossigeno oltre che una buona dose di umiltà) e soprattutto tante, tantissime parti cantate.
È un disco che racconta una storia e la storia si dipana attraverso la narrazione, esattamente come accade in un’opera o in un musical. L’impianto, in fin dei conti, è quello: devi ascoltarlo con i testi alla mano, seguire quello che succede e goderti l’intreccio tra musica e parole. Se si fa così, non si perde il filo e il tutto risulta meno pesante anche se, fosse durato mezz’ora di meno sarebbe stato un altro disco.
Niente cantanti diversi ad impersonare i vari personaggi, fa tutto LaBrie ed è pazzesco vedere come sia bravo. Il timbro è sempre stato bello, per capacità interpretativa è uno dei più grandi in circolazione; però ultimamente aveva perso un po’ di smalto e aveva iniziato a stancare, almeno per quanto mi riguarda.
Qui invece fa un lavoro pazzesco, interpreta sette personaggi diversi cantando con sette registri diversi e risulta convincente su tutta la linea.
La storia? Vabbeh, quella fa cagare ma che cosa pretendevate? Mica tutti possono essere scrittori o sceneggiatori! C’è il solito futuro distopico, c’è il solito parziale ritorno al Medioevo (una cosa tra “Mad Max” e “Revolution”), c’è la solita proibizione delle arti dalla vita quotidiana (“2112” dei Rush vi dice qualcosa?), l’esercito di ribelli, il prescelto, la storia d’amore, la morte di uno dei buoni, la “conversione” del cattivo e l’immancabile lieto fine.
Il tutto narrato con una sceneggiatura più da opera teatrale che da film (anche se questo era inevitabile) e decisamente ridicolo dal punto di vista dell’intreccio, dei colpi di scena e della caratterizzazione dei personaggi.
Piuttosto, stupisce che uno come Petrucci, che in passato ha sempre dimostrato di essere un paroliere niente affatto banale (e anche la storia di “Scenes From a Memory”, seppure anche qui non originale, era di tutt’altro livello), abbia prodotto testi e dialoghi così scontati e piatti. Forse se avesse lasciato il compito di raccontare la storia ad un semplice storyboard stampato sul libretto (cosa che è stata fatta ma solo sul sito del gruppo), evitando di far cantare a La Brie prolisse ed inutili narrazioni, ci si sarebbe potuti concentrare maggiormente sull’introspezione dei protagonisti, rendendo quindi il tutto più interessante.
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Ma questo, lo ripeto, è proprio il male minore. Musicalmente “The Astonishing” è un gran bel disco davvero. Certo, ha sempre quel carattere commerciale e ruffiano che i Dream Theater post Awake hanno sempre avuto, non è un disco per intenditori né per chi abbia grandi pretese.
È un disco sorprendentemente facile e non è neppure così tanto profondo. Se può apparire il contrario è semplicemente perché è così lungo: si corre il rischio di farsi spaventare e, soprattutto, nel periodo della musica mordi e fuggi, del “ho ascoltato giusto un paio di brani su Spotify” si fa davvero fatica a capire come qualcuno che non sia davvero un fan della prima ora, possa trovare la motivazione necessaria per mettersi seduto due ore, cuffie nelle orecchie e booklet alla mano.
Eppure, se solo si riuscisse ad iniziare, si capirebbe che non è poi tutto sto gran lavoro: l’impianto è quello di un musical, non certo di un disco Prog e ci sono tonnellate di melodie da potenziali hit single al suo interno. Ci sono tante ballate, i momenti davvero Heavy non sono molti, quindi qualcuno potrà magari trovarlo un po’ troppo leggero.
La verità è che un disco diverso da tutto quello che i Dream Theater hanno fatto fino ad ora, è una bella sfida personale e un passo più che necessario per una band che rischiava seriamente l’involuzione che uccide.
Adesso parliamo del concerto. Se siete sopravvissuti fin qui, magari vi interesserà sapere com’è questo disco dal vivo. Già, perché quando ho saputo che in questo tour avrebbero suonato solo “The Astonishing” per intero, nient’altro, ho capito che sarei dovuto andare. Mancavo da troppo tempo da un loro concerto e questa era l’occasione buona.
Poi, mi sono detto, lo fanno agli Arcimboldi, che è un signor teatro, un posto con un’ottima acustica, dove nel già remoto 2008 vidi uno dei concerti più belli di tutta la mia vita (leggasi quel Tom Waits che sarebbe anche ora si decida a ritornare in giro). Ne varrà pure la pena, dopo anni passati a sentirli nell’orrido Forum di Assago o in qualche posto all’aperto in compagnia di tante zanzare affamate.
Quindi ho comprato il mio bel biglietto e mi sono avviato tutto contento, pregustando quel che sarebbe potuto accadere.
È stato deludente. Non deludente in sé, sia chiaro. Deludente rispetto alle mie aspettative. Che erano alte, ovvio. Come potevano non esserlo dopo un disco così?
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Cominciamo dal pubblico. La mia era la prima delle tre date milanesi ma è stata l’ultima aggiunta dagli organizzatori. Che cosa vuol dire? Che i veri fan, quelli preparati e appassionati, il biglietto lo avevano già comprato per le prime due date. Questa non era sold out (il teatro era comunque pieno, almeno da colpo d’occhio) e tanti vi ci sono buttati all’ultimo momento.
Risultato? Tantissimi curiosi, molti dei quali non sapevano proprio che cosa aspettarsi. Ok, evito di fare lo snob come al solito (è già il terzo post di fila che tocco questo argomento) e questo era anche uno spettacolo dove era meglio che nessuno sapesse le canzoni, visto che si prestava più ad essere ascoltato in silenzio.
Però vi racconto solo qualcosa dei miei vicini di posto: a destra avevo una tenera coppietta che ha fatto tutto il tempo a tenersi mano nella mano, senza dare il benché minimo segno di reazione di fronte a ciò che stava avvenendo, limitandosi a qualche timido applauso tra un brano e l’altro. Alla fine del primo atto mi chiedono se li faccio passare e quando, dopo una ventina di minuti dalla ripresa dello spettacolo vedo che non ricompaiono, capisco che sono andati via.
Dietro di me avevo un’altra coppia di notevole interesse: lui pareva un fan dei Dream Theater ma del disco non aveva ascoltato neppure una nota. Lei allora ha pensato bene di introdurlo alla storia, raccontandogli sommariamente la trama prima dell’inizio e poi accompagnandolo con un  noiosissimo e fastidioso commento track by track di qualunque cosa stesse accadendo ai protagonisti.
Infine, la meravigliosa doppia coppia della fila davanti: arrivano in ritardo di venti (20) minuti e la maschera li accompagna pazientemente al loro posto (nella musica classica ti lasciano fuori, non si potrebbe fare lo stesso anche qui? Ah già ma questo è rock, la gente fa un po’ quel cazzo che vuole…). Passano tutto il tempo a fare video col cellulare e a chiacchierare tra loro. Al secondo atto arrivano ancora una volta in ritardo. Poi una delle due ragazze si alza due (due!) volte per andare in bagno. Alla fine capiscono che ne avevano avuto abbastanza e se ne vanno prima della conclusione.
Magari, direte voi, sono stato sfortunato e li ho beccati tutti io. Ma se la statistica non è un’opinione, direi che ce ne saranno stati altri, di tipi così.
Parliamo del concerto che è meglio. Erano state dette cose grandiose in fatto di scenografie ma il risultato è stato per la verità piuttosto ordinario. Ci sono cinque schermi che proiettano immagini animate in computer graphic, che tentano in qualche modo di rappresentare la storia che man mano si dipana attraverso le canzoni. L’effetto complessivo è gradevole e le luci sono davvero molto belle ma non è quello che ci eravamo immaginati. Ovvio che non è colpa loro: per fare una roba del genere servono soldi e l’unico modo per fare di più, con un prodotto del genere, è girare un vero e proprio film con tanto di attori e regista, cosa che ovviamente sarebbe risultata improponibile.
Questa sorta di via di mezzo però ha un po’ lasciato l’amaro in bocca. A sto punto era meglio suonare il disco e basta, la musica rimane comunque la parte di maggior valore di un live show.
Che dire della performance complessiva? Innanzitutto che i suoni erano orrendi. Sì, avete capito bene. Erano orrendi. Ma non era un teatro? Non erano gli Arcimboldi? Già. Non so cosa sia successo, non so se i loro tecnici si siano ubriacati nel corso della giornata o se ci siano stati problemi dei quali non eravamo a conoscenza. Fatto sta che si sentiva da schifo, tutto molto impastato, chitarre altissime, basso spesso in secondo piano, tastiere e basi varie a tratti impercettibili, voce troppo dentro gli strumenti. Per non parlare dell’inizio, quando il microfono di LaBrie semplicemente non era acceso e ci siamo persi almeno 40 secondi di “The Gift of Music”. Imperdonabile, all’interno di uno show di questo tipo.
E già che parliamo di LaBrie, permettermelo: imbarazzante. Il singer canadese non è mai stato completamente a suo agio dal vivo. Sempre impreciso, sempre in difficoltà sulle note alte, anche a inizio carriera. Era arrivato a toccare il fondo tra il ’98 e il 2000, complice forse anche un vistoso aumento di peso. Da lì in poi, forse anche per evitare il licenziamento, aveva lavorato sodo e già nel tour di “Train of Thought” era tornato in forma smagliante. Certo, non sarà mai un mostro di precisione esecutiva come certi suoi colleghi, ma diciamo che nei momenti migliori se la cavava egregiamente.
Adesso, purtroppo, paiono tornati i tempi bui. Su disco è stato meraviglioso, certo. Ma se fai il cantante di mestiere e non riesci neppure a cantare in studio, forse non devi fare il cantante. La vera misura del valore è sul palco: questa volta poi era ancora più ardua perché questo disco è il più cantato che il gruppo abbia mai fatto, in pratica le parti vocali occupano un buon 80% del totale complessivo e di lunghi intervalli strumentali non ce ne sono.
Il buon James, un ritmo così non può reggerlo, è chiaro. Buono e a tratti emozionante quando si tratta del range medio che gli è più congeniale. Quando si viaggia su registri più alti o quando le parti si facevano particolarmente impegnative, era la fine: stecche e stonature a volontà, imprecisioni varie, un’impressione costante di essere sgraziato e fuori posto.
Lo so, a certe persone questo giudizio non andrà giù ma sono io il primo ad essere deluso, credetemi. La performance del cantante ha rovinato gran parte della riuscita di questo show, è innegabile. Magari oggi e domani i presenti saranno più fortunati, ma da quel poco che ho sbirciato su YouTube non credo proprio. Mi sa che siamo arrivati davvero alla fine di un’era.
Il resto, per fortuna, funziona ancora bene. I Dream Theater sono sempre stati tra i gruppi meno divertenti da vedere dal vivo: statici, impassibili, identici al disco, un generale feeling di freddezza ha sempre ammantato le loro performance e anche a vedere i dvd che hanno buttato fuori in quantità industriale, il coinvolgimento è sempre pari a zero. Però suonano, suonano benissimo e se anche hanno la presenza scenica meno efficace di tutta la scena metal (adesso che non c’è più neanche Portnoy vi lascio immaginare), sarebbe da pazzi dire che non è bello ascoltarli.
Quindi il concerto è bello, da questo punto di vista. I suoni hanno penalizzato, La Brie ha penalizzato, la scenografia non faceva gridare al miracolo, ma l’insieme, al netto di tutti questi difetti, è stato molto bello.
Certo, di sovraincisioni ce ne sono state molte (compresa qualche orrenda seconda voce registrata) ed è chiaro che il non avere il coro e l’orchestra dal vivo ha fatto calare non di poco l’intensità.
Detto questo, è stato un bello spettacolo e non mi sono per niente appesantito. Tuttavia, in studio è un’altra cosa. Il che non è bello da dire in casi come questi ma è anche vero che forse questa volta il prodotto era troppo ambizioso e che la sfida non poteva essere vinta.
So benissimo che i fan più affezionati mi odieranno per quello che ho scritto e so altrettanto bene che il mio temperamento disfattista e apocalittico forse ha un po’ distorto certi particolari. Ma io devo partire da questo dato di fatto: ho goduto poco e sono uscito con un po’ di amaro in bocca. E sono cose con cui devi fare i conti, c’è poco da fare.
Bravi comunque i Dream Theater: avere il coraggio di fare un disco così dopo venticinque anni di carriera merita solo applausi a scena aperta.
P.S. Un plauso particolare va al bassista John Myung, vero eroe operaio del concerto di ieri sera. Un disco del genere dev’essere una noia mortale da suonare per lui. Eppure ha martellato per due ore e passa come se non ci fosse un domani, senza dare mai un segno di stanchezza. Neanche di entusiasmo, a dir la verità. Ma quello non l’ha mai dimostrato, neanche nelle parti più mirabolanti di “Learning to Live”…
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