Qualche sera fa sono stato a sentire Battiato, una delle tre serate sold out che ha tenuto agli Arcimboldi di Milano. Ci sono andato non propriamente di mia iniziativa: me ne hanno parlato  alcuni amici ancora quest’autunno e abbiamo deciso di prendere i biglietti.
Battiato, devo ammettere, non lo seguivo da un po’. “Ferro Battuto”, del 2002, è stato l’ultimo suo disco in studio che ho ascoltato dall’inizio alla fine. E quel tour è stata anche l’ultima volta che l’ho visto dal vivo. Era all’Idroscalo, forse era maggio, forse giugno, non ricordo. Fu un concerto bellissimo e probabilmente in quell’occasione decisi che non ne avrei più visti di migliori, di suoi. Non lo so, non ricordo cosa accadde ma i dischi successivi li ho snobbati abbastanza, compreso “Apriti Sesamo”, che in molti avevano salutato come un bel ritorno di forma, dopo le prove deludenti de “Il vuoto” e “Dieci stratagemmi”.
Vabbeh, mi sto dilungando come al solito. A questo giro il maestro siciliano era in compagnia di Alice per cui ho pensato che ne sarebbe valsa la pena.
Ora, non che l’abbia mai seguita molto, la carriera di Alice. Direi quasi per nulla, ad essere sinceri. Ma la voce è meravigliosa, le canzoni, almeno quelle che conosco, sono bellissime e il personaggio ha quell’aurea leggendaria che giustificava in pieno l’idea di esserci.
Bene, queste le premesse. Sono entrato in teatro bello carico, pieno di aspettative, sono uscito piuttosto deluso.
Non starò a raccontare tutta la serata, non ne ho voglia e annoierei come al solito. Mi bastano solo poche e telegrafiche annotazioni. Innanzitutto lo spettacolo era denominato “Battiato e Alice” ma la cantante l’abbiamo vista pochino. Ha cantato da sola giusto sei pezzi nella seconda parte del concerto, dopodiché ha duettato col suo collega per tre brani, si è eclissata ed è tornata alla fine per un altro duetto (l’immancabile “I treni di Tozeur”, che ha anche chiuso la serata).
Inutile dire che ci si aspettava qualcosa di più. Soprattutto perché il livello della performance è stato pazzesco: Alice ha una voce tutta sua, profonda, densa e affascinante, un timbro che negli anni è sempre stato perfettamente riconoscibile e il vedere che superata la soglia dei sessant’anni la sua ugola resiste senza dare segni di cedimento, è sicuramente un bel motivo di contentezza.
Però, ripeto, è assurdo che sia stata relegata in questo angolino: ha un repertorio sconfinato a cui attingere ma alla fine come si va a finire? Immancabilmente con i vecchi classici, con i brani più famosi (e un paio dei più recenti), quelli che conoscono tutti, anche quelli come me che non l’hanno mai seguita più di tanto.
Certo, ci sono sempre i duetti, direte. Se il tour recita “Battiato e Alice” uno si aspetterebbe di vederli cantare insieme per un pochino di più di dieci minuti. Poi ti vengono i brividi durante “Nomadi” e “Prospettiva Nevski”, non osi neppure pensare a come potrebbe continuare la cosa e invece è già finito tutto.
Nella parte finale, il solo Battiato rimane sul palco per eseguire interamente “La voce del padrone” (non in ordine di tracklist ma le canzoni ci sono tutte). E qui abbiamo la sciagura di assistere a tutte quelle scene tristi che si dovrebbero vedere solo ai concerti di Vasco o di Cremonini e che invece, forse perché siamo nel paese con il pubblico più becero e ineducato d’Europa, accadono anche con artisti di livello superiore. Gente che abbandona le poltrone per ammassarsi sotto al palco, sessantenni impresentabili che ballano e cantano a squarciagola… ok non è una sinfonia di Beethoven ma siamo pur sempre in un teatro, un minimo di contegno non guasterebbe. Va bene, l’ho fatto anch’io con Leonard Cohen, con Bob Dylan, con Nick Cave, coi Counting Crows giusto l’anno scorso. Si può abbandonare una poltrona per un brano o due, trascinati dall’entusiasmo, non è un reato.
Eppure… eppure è la solita storia: l’impressione che ho avuto è che questa gente non aspettasse altro. Cioè: “Abbiamo sopportato in silenzio le canzoni di Alice, ci siamo sentiti i duetti (belli, eh!) però adesso lasciateci andare sotto il palco ad urlare “Cuccurruccucu Paloma” come se non ci fosse un domani, siamo venuti qui per questo!”.
Già, sono venuti qui per questo. Ovviamente io non lo so, come faccio a saperlo? Però a guardare bene sembrava proprio così. Che poi attenzione: “La voce del padrone” è un disco pazzesco, come in Italia ce ne saranno due o tre al massimo. È uno dei pochissimi dischi dell’epoca moderna dove TUTTI i brani che lo compongono sono classici immortali, è uno dei pochissimi che potrebbe essere inserito interamente in un Greatest Hits senza che nessuno trovi niente da ridire (e infatti è stato pure fatto, se non vado errato). In America hanno “Highway 61 Revisited” che è su questo livello, per dire. Io non ne ho in mente altri, neppure “Born to Run”. In Italia c’è “Rimmel” ma poi cos’altro? “Dalla”? Sì, quello forse sì.
“La voce del padrone” è quel disco dove Battiato, dopo un decennio passato a scrivere musica elettronica, sperimentale e a molti incomprensibile, dopo avere flirtato per un po’ con la New Wave e avere scritto anche dei brani che cominciavano ad essere definiti orecchiabili (vedi “L’era del cinghiale bianco” che non a caso sta aprendo tutte le date di un tour che è forse il meno rischioso della sua carriera), dice una cosa del tipo: “Volete vedere che le so scrivere anch’io, le canzonette?”. E tira fuori con una noncuranza irritante quelle sette canzoni lì.
Quindi, avrete capito che non stiamo parlando di merda. Però, andare ad un concerto di Battiato per cantare “Centro di gravità permanente” e “Bandiera bianca”? Non lo so, io ve ne potrei trovare un centinaio, di motivi per andare a sentire uno così. Poi quando arrivano quei pezzi lì canto anch’io e batto pure le mani (l’ho fatto, ci sono dei testimoni). Però quello è un di più e se non ci fosse, perdonatemi l’esagerazione, riuscirei a superarlo.
Il problema vero di un tour così è proprio questo: che è stata una celebrazione, solo questo. Ok, non c’è un disco nuovo da promuovere, è uscita solo la raccolta “Le nostre anime”, dalla quale sono stati puntualmente eseguiti due dei brani inediti in essa contenuti (la title track è stata definita dal suo autore, in modo un po’ forse troppo generoso, “Uno dei brani più importanti della mia carriera”, ma tant’è, non è sicuramente un brutto pezzo) ma questo non vuol dire che non si potesse osare un po di più.
Già, perché se ci aspettavamo qualcosa di interessante, di particolare, ci siamo dovuti ricredere. Questa tournée è stata giocata tutta all’insegna del minimo rischio, della celebrazione di due carriere ultra trentennali da parte di due artisti fantastici, dando al pubblico esattamente quel che il pubblico vuole sentire, senza esercitare la benché minima fantasia o inventiva. Classici, solo classici, un’interminabile successione di classici. Il che, data la caratura dei singoli pezzi, non guasta di certo. Quel che risulta problematico è invece il fatto che ci siano stati solo quelli.
Il che mi porta alla solita considerazione sul pubblico casuale che ho ampiamente esposto un mese fa. Ma in questo caso, mi spiace dirlo, è colpa dell’artista. Perché se ti chiami Franco Battiato e hai registrato 25 album in studio, non puoi presentarti a suonare sempre i soliti pezzi. Chi stai premiando, esattamente? Quelli che ti seguono da una vita e conoscono ogni singolo aspetto del tuo cammino artistico o quelli che ti conoscono per “Voglio vederti danzare” (peraltro non eseguita,  a sto giro. Per fortuna altrimenti avremmo avuto davvero lo zoo) e poco altro e sognano l’immancabile ripresa col telefonino?
Vogliamo dare un contentino anche a questa gente? Facciamo una via di mezzo: un po’ di vecchi classici, un po’ di brani minori. Dopotutto la maggior parte degli artisti fa così, anche in Italia.
Però poi mi dicono che da anni lui in porta in giro lo stesso spettacolo (anche se quando l’ho visto io posso giurare di no, che faceva scelte meno banali) e allora forse capisci che, superati i settanta, ha deciso di adagiarsi e semplicemente di celebrare se stesso. In maniera musicalmente impeccabile (forse anche qui un filino troppo prevedibile; troppo quadrata l’orchestra, alquanto ingessata la band) ma sempre di celebrazione si tratta.
E poi, l’ho lasciata per ultima perché è la cosa che fa più male: con la voce non ce la fa più. Alcuni brani sono stati a tratti imbarazzanti. E chi l’ha visto più volte negli ultimi anni mi ha garantito che non si è trattato di una serata no. Proprio per questo, sarebbe stato meglio far cantare di più una certa Carla Bissi e accontentarsi dei momenti salienti.
Ma poi chi sono io per dire a uno come lui cosa deve fare? Una cosa è sicura: mi tengo quest’ultimo ricordo; a vederlo non ci tornerò mai più…
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