La mia stima per Niccolò Contessa è aumentata notevolmente quando ho letto la lunga intervista che ha rilasciato a Rockit dove, tra le altre cose, affermava di aver voluto fermamente imparare a suonare bene il pianoforte, per potere scrivere canzoni migliori.
Sarà anche una banalità ma a me una cosa così ha colpito parecchio. I Cani li ho scoperti con l’uscita del loro primo disco, dal programmatico titolo “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. Mi piacque tantissimo ma proprio non ce la feci ad andare a vederli al Miami, al loro primo concerto dal vivo in assoluto. Contemporaneamente, sul palco principale c’era Cesare Basile e non mi sarei sentito bene con me stesso se l’avessi snobbato per degli esordienti qualunque.
Detto fatto, qualche mese dopo ero in fila davanti all’orrendo Tunnel di Milano, per vederli da headliner in una delle prime date di un tour che stava facendo numeri pazzeschi, per una band agli esordi. Accanto alla fila di quelli pronti ad entrare, ce n’era una altrettanto lunga di gente che, rimasta senza biglietto, sperava nel miracolo dell’ultima ora.
Se non mi fossi ancora accorto che qualcosa era successo, quella scena mi avrebbe convinto del tutto. Era nato un nuovo fenomeno indie e, che lo volessimo o meno, avremmo dovuto tutti farci i conti.
Il primo disco de I Cani era godibilissimo ma si faceva notare molto di più per i testi che per le musiche: uno spaccato di cultura giovanile profondamente radicata nella Roma di Niccolò, raccontato con arguzia e abilità letteraria fuori dal comune. Una sorta di manifesto per le giovani generazioni di nativi digitali, che scoprivano la cultura hipster e modellavano un’immagine di sé fatta di velleità mondane e di sogni di gloria destinati inevitabilmente a scontrarsi col grigiume della quotidianità.
Le musiche erano minimali, l’elettronica impiegata non gridava al miracolo ma serviva allo scopo, le linee vocali erano accattivanti ma alla lunga i pezzi si assomigliavano tutti.
Fosse stato così anche il secondo disco, non ci sarebbe stato futuro per loro. Invece le canzoni di “Glamour” risultarono molto più curate, molto meglio scritte, testi e musiche, in pratica una versione più bella e più matura del lavoro precedente.
Adesso siamo andati oltre. “Aurora” è stato criticato da più parti perché più radiofonico, più pop, più commerciale. Un mio amico ha detto che l’opener “Questo nostro grande amore” gli ricordava gli Zero Assoluto. Che è verissimo, per carità. Il problema è che io non credo che sia un male.
Niccolò Contessa compirà trent’anni a breve e deve aver capito che non si possono raccontare turbe giovanili per sempre. Deve aver capito che, per quanto possa essere bello raccontare la realtà più quotidiana e famigliare, per quanto possa essere bello avere dei fan che ti adorano anche per questo modo di raccontare la vita, nella vita, proprio per sua stessa definizione, c’è molto altro.
E poi deve aver capito che, musicalmente parlando, un compositore solo è sempre e comunque limitato e che quindi non c’è niente di meglio che darsi da fare per provare a scrivere cose diverse, per ampliare e differenziare il proprio approccio alla scrittura.
Bene, Niccolò si è messo a studiare per potere scrivere meglio. Ha lavorato duramente per poter dare ai suoi fan un terzo disco che non assomigliasse per niente agli altri due. E con questo, si potrebbe dire che I Cani siano riusciti nell’impresa di realizzare tre dischi ognuno diverso dall’altro. Non è poco, fidatevi.
Ora bisognerebbe anche discutere del risultato ma qui andare oltre i gusti personali sarà molto difficile. Quando una band cambia, per forza di cose scontenta. Chi ha amato certe cose, farà sempre fatica ad accettare che adesso quelle cose non esistono più e che ce ne sono altre. Ci piace andare sul sicuro, abbiamo bisogno di sicurezze, l’ignoto ci spaventa, ecc.
Niccolocontessa
Io dico la mia: “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” era un disco molto forte dal punto di vista comunicativo ma con molti limiti dal punto di vista musicale.
“Aurora”, al contrario, è un disco musicalmente più spesso, più profondo, e ha dei testi scritti dannatamente bene. Esattamente come quelli degli altri due, del resto. Qui però si parla di cose diverse e non sono sempre così immediati ed espliciti. Gli studentelli hipster che si sentivano fighi a cantare “Le coppie” o “I pariolini di diciott’anni” sorseggiando cocktail durante una sessione di esami universitari (io ormai me le immagino così le sessioni di esami), probabilmente bolleranno sbrigativamente come “commerciale” questo tipo di lavoro.
Io, molto sinceramente, dico che questo è il più bel disco che Niccolò Contessa potesse pubblicare nel 2016. Non è un capolavoro e non è il suo disco necessariamente più riuscito (questo lo vedremo nel tempo); è semplicemente il disco migliore e forse anche il più “giusto” che oggi potesse fare.
Le soluzioni musicali si possono discutere, certo. Puntare troppo sulle ballate pianistiche alla lunga può dare fastidio (ma non risulta una mossa così imprevedibile, se si pensa ad un brano come “Corso Trieste”, sul disco precedente) e probabilmente sì, pezzi come “Questo nostro grande amore” e “Il posto più freddo” alla lunga risultano un po’ troppo sdolcinati. Però sfido chiunque a dire che non siano dei bei pezzi e che non abbiano potenzialità commerciali. Se questa è roba commerciale, ben venga il commerciale, perché è di sicuro meglio di certe schifezze melodiche che ci tocca sorbire se accendiamo la radio (non riesco a capire come si faccia a sentire la radio con così tanta musica nuova da ascoltare ma questo è un altro discorso).
Ad ogni modo c’è anche altro: c’è per esempio il tiro incredibile di “Non finirà”, smaccatamente dance anni ’80, ammiccante quanto si vuole ma pure parecchio inquietante nel suo pessimismo nichilista. Fa il paio con “Finirà”, che evoca la fine del mondo in un’atmosfera di vuoto e di silenzio che funge da introduzione alla conclusiva “Sparire”, un titolo che è tutto un programma: dopo essersi nascosto per qualche mese sotto un sacchetto di cartone, dopo aver mostrato il suo volto pulito e perfettamente anonimo, Niccolò adesso sembra dire che a parlare devono essere soprattutto le canzoni:  “Ma dal blu e dai gabbiani mi accorgo che si fa giorno e stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare, voglio solo un po’ di silenzio per non pensare. E stavolta quando chiuderò gli occhi non voglio sognare perché pure a sparire ci si deve abituare”. Sembra un altro autore. Eppure, ci sta semplicemente dicendo che la realtà è molto ma molto più grande delle fisime di un adolescente che non si sente accettato.
In effetti c’è tutto il respiro del cosmo e della condizione umana in brani come “Protobodhisattva” (è un termine buddista ma il testo è piuttosto cinico e ben si sposa con una base che è tra le più ballabili del lotto) e “Calabi Yau” (che invece è una piacevole ballata pianistica che flirta con la teoria delle stringhe e con il dannato impulso che ogni volta ci assale, di verificare chi siamo davvero nella testa e negli schemi della gente).
Le menate dei rapporti adolescenziali sembrano affiorare ancora in “Una cosa stupida” (che musicalmente è anche una delle cose più deboli di tutto il disco) ma in realtà siamo oltre: c’è un lui che si rivolge a lei perché vorrebbe tornare a parlarle ma sono stati lontani per troppo tempo e quella distanza ha messo in chiaro che forse tutto quel che c’è stato non era poi così vero e che tornare indietro è impossibile. Roba forte, con nessuna ironia a rendercela più accettabile.
Insomma, bisognerà essere preparati, per accostarsi ad “Aurora”. Che di per sé, se ci si pensa un attimo, non presenta un percorso così diverso da quello che all’epoca fu portato avanti dagli 883, che sono stati senza dubbio una fonte di ispirazione per Niccolò, anche se non saprei dire a che livello.
“Hanno ucciso l’uomo ragno”, per come se lo ricordano le mie orecchie da teenager di allora, era un disco innovativo per le tematiche che metteva in piazza ma, a parte la title track, la musica era decisamente un pretesto. “Nord Sud Ovest Est” risultava assolutamente più rifinito mentre “La donna, il sogno e il grande incubo”, unitamente ai dischi successivi, mostrava una maturazione di scrittura che già faceva intravedere la strada che avrebbe intrapreso il Max Pezzali solista. E prima ancora di sorridere o peggio, di insultarmi pesantemente, pensiamo che gli 883 furono una band che tutti, ma proprio tutti fummo praticamente obbligati ad ascoltare. E che quasi nessuno rifiutò, se posso azzardare una valutazione.
Ad ogni modo, questo “Aurora” deluderà e dividerà e in fondo lo sta già facendo, ad una decina di giorni dalla sua pubblicazione. Io lo appoggio in pieno e dico che se tra dieci e passa anni saremo ancora qui a ricordarci de I Cani sarà soprattutto merito di questo disco…
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