Pubblicato su Offtopic, 7 gennaio 2015 
Direi di partire dall’inizio. Il mio inizio, per lo meno. Era il 1986 ed ero un bambino delle elementari con una grande passione per l’horror, il fantasy e la fantascienza, quando mia madre mi portò a vedere “Labyrinth”, il film di Jim Henson allora particolarmente innovativo per gli effetti speciali, in quanto realizzato quasi esclusivamente mediante l’utilizzo di pupazzi animati. Due soli gli attori in carne ed ossa e uno di questi era David Bowie, nel ruolo del re dei Goblin Jareth, il malvagio antagonista del giovane personaggio femminile interpretato da Jennifer Connolly. Inutile dire che il film divenne immediatamente il mio preferito, che lo riguardai più di una volta al cinema e che in seguito, quando divenne finalmente disponibile in videocassetta (all’epoca passavano almeno due anni), lo imparai praticamente a memoria.

Probabilmente iniziò qui il mio amore per David Bowie. David Robert Jones era allora forse al massimo della celebrità, avendo da poco registrato “Let’s Dance”, il disco che gli aprì le porte del successo di massa e schiuse i suoi live alla dimensione degli stadi.

Certo, il ruolo di protagonista di quel film arrivò proprio in mezzo a due dei suoi dischi meno riusciti di sempre, “Tonight” e “Never Let Me Down” ma non credo che il grande pubblico se ne sia accorto: Bowie era sempre Bowie, il suo carisma rimaneva unico e tutto ciò che faceva riceveva ancora massima copertura mediatica.

In effetti, prima ancora che la storia davvero avvincente di quel film, prima ancora delle meravigliose e affascinanti creature che popolavano quel misterioso labirinto, a stregarmi fu proprio la figura di Jareth, il personaggio da lui interpretato. Il fascino magnetico, la sua recitazione tra il solenne e lo scanzonato, e soprattutto quelle canzoni che forse non saranno ricordate tra le migliori del suo repertorio, ma che fecero comunque il loro bel lavoro nel cervello di un bambino di otto anni che aveva avuto ben pochi contatti con la musica, prima d’ora.

“Magic Dance”, forse il brano meglio riuscito, la imparai quasi a memoria (ovviamente senza sapere una parola d’inglese), completamente ipnotizzato dalla scena di lui che balla e canta assieme ai Goblin nella sala principale del castello, con queste buffe creature che gli fanno da coro.

Era un universo e un immaginario che io non potevo assolutamente comprendere ma che mi entrò dentro prima ancora che potessi accorgermene. A ben vedere, tutto l’amore viscerale che più avanti avrei nutrito per la musica rock in tutte le sue declinazioni, potrebbe anche essere venuto fuori da qui.

La seconda considerazione che mi verrebbe da fare, è che David Bowie è forse l’unico, tra gli artisti della sua generazione, a non essere considerato né un “dinosauro” né una “vecchia gloria”. E neppure una “leggenda”, a ben vedere.

David Bowie è semplicemente David Bowie. È un artista sempre e totalmente radicato nel suo tempo, appartenente, di volta in volta, sempre e soltanto alla sua epoca.

Lo si capisce, tra le altre cose, passando un po’ di tempo sui social network, partecipando alle discussioni a carattere musicale, e rendendosi conto di quanti ragazzi sotto i trent’anni si siano fatti conquistare dal video di “Blackstar” e stiano sperando contro ogni speranza che decida, nonostante tutto, di ritornare a suonare dal vivo.

David Bowie. Uno che l’anno prossimo farà 70 anni. Uno che è solo di pochi anni più giovane di Bob Dylan e Neil Young. Uno che ha solo due anni in più di Bruce Springsteen.

Ma mentre gli artisti citati appartengono tranquillamente alla “vecchia generazione” (lo dico con tutto il rispetto e la venerazione possibili, chi mi conosce sa quanto io li ami), Bowie è in maniera disarmante un uomo del presente. Non si spiegherebbe altrimenti l’ondata di false voci che lo avrebbero voluto la Primavera Sound di due anni fa (e le preghiere di chi aspetta il miracolo per l’edizione del 2016), il festival in assoluto più sensibile alle nuove tendenze del rock contemporaneo.

Il motivo di tutto ciò è ovvio e sta nella carriera pazzesca che il nostro ha avuto, nelle miriadi di incarnazioni che ha saputo dare al suo personaggio, nella pletora di stili che ha voluto esplorare nella sua vasta discografia, nel modo sempre nuovo e sfavillante con cui ha giocato con le immagini.

D’altronde non è da tutti scrivere una manciata di dischi che sono tra i più belli della storia del rock, dando anche il calcio d’avvio a tutto il fenomeno Glam, per poi virare verso Berlino e l’elettronica scrivendo cose altrettanto pazzesche assieme al genio di Brian Eno; prima ancora il funk di “Young Americans”, poi i lustrini e il pop commerciale di “Let’s Dance”; poi la caduta di tono e di stile ma la pronta risurrezione coi Tin Machine, e quegli anni Novanta così altalenanti ma comunque non avari di capolavori (“1. Outside” e “Black Tie White Noise” da soli basterebbero a giustificare il resto).

Tutto questo prima di imbarcarsi nel suo ultimo tour (mi maledirò in eterno per non essere andato a Milano) e sparire dalle scene per una decina di anni buoni. Trasalii quando lo vidi sullo schermo durante la proiezione di “The Prestige” di Christopher Nolan, ma quella partecipazione non era un indizio di un suo ritorno improvviso.

Tutto questo per dire che il Duca Bianco (avrà poi ancora senso chiamarlo così?) ha sempre fatto quel che ha voluto, ha sempre seguito percorsi tortuosi, imprevedibili, ed è sempre stato solo davanti a tutti, anche quando ha sbagliato.

Del suo ritorno sulle scene l’8 gennaio 2013 non occorre dire, visto che è storia recente. Basti ricordare che quando nessuno si aspettava più nulla da lui, è uscito con un disco favoloso, forse un po’ troppo canonico, ma comunque di un livello altissimo, per uno che non pubblicava più niente da “Reality” (che, per inciso, non era proprio un capolavoro). Poco dopo avrebbe duettato con gli Arcade Fire nella loro “Reflektor”, un brano che ebbe modo di ascoltare quando era ancora in lavorazione e che gli piacque talmente tanto che (narra la leggenda) disse a Win Butler: “Se non vi sbrigare ad inciderla lo faccio io e ve la frego!”.

Ecco, questo è David Bowie. E allora da uno così ti aspetti di tutto. Anche che, alle soglie dei 70 anni, il giorno del suo compleanno (proprio l’8 gennaio, data di pubblicazione del singolo “Where Are We Now?”, quello che ruppe dieci anni di silenzio), pubblichi un album che se non diciamo che è il suo capolavoro assoluto è solo per non fare un torto alla prospettiva storica.

Un disco che non solo non c’entra nulla col precedente ma che è pure così assurdo e allo stesso tempo così bello, che a più tratti, semplicemente, non suona reale.

È quindi giusto dire, a quanti hanno avuto la pazienza di arrivare fin qui, che questa non è una recensione. Come si potrebbe recensire un disco del genere? E ancora: ha davvero senso recensire un disco del genere? Al momento in cui scrivo il lavoro in questione non è ancora uscito ma tutti, proprio tutti, l’hanno già ascoltato abbondantemente: subito dopo Natale è circolato in rete, molto probabilmente con la complicità dello stesso autore. Aggiungiamo che due brani su sette li avevamo a disposizione da diverse settimane e capirete che non è proprio il caso di mettersi nei panni di chi vuole rivelare i dettagli di un disco che ormai tutti conoscono.

È comunque giusto dire qualche cosa, se non altro per giustificare lo spazio che mi sto prendendo. E allora diciamo che “Blackstar”, primo singolo e title track e brano di apertura di questo album sorprendente, mi ha incantato e spazzato via come nessuna canzone era più in grado di fare da anni.

Una compenetrazione unica tra musica e immagini, con quel video inquietante e meraviglioso allo stesso tempo, che gioca con la fantascienza ed immagini sacre che flirtano in maniera pericolosa col satanismo, un testo enigmatico ed evocativo (“Nella villa di Ormen c’è una candela solitaria e al centro di tutto, i tuoi occhi; nel giorno dell’esecuzione solo le donne si inginocchiano e sorridono, al centro di tutto, al centro di tutto i tuoi occhi”) che sembra avere a che fare con antichi rituali, un misterioso messia che si autoproclama “Stella nera” e un giudizio probabilmente crudo e sottilmente ironico sui tempi che stiamo attraversando.

Musicalmente, un universo in espansione che passa dalle litanie mediorientali al jazz, con una preponderanza del sassofono e una disarmante profondità sonora, che ad ogni ascolto rivela sfumature e dettagli inediti.

Un brano che cresce con l’ascolto, che si sviluppa nell’arco di dieci minuti che in realtà appaiono una manciata di secondi e che, diciamocelo, fosse stato l’unico episodio di valore del disco, sarebbe stato anche sufficiente.

Invece poi l’ascolto completo ha rivelato una realtà molto più che inconcepibile. A quanto si dice, le session di registrazione effettuate in questi anni avrebbero prodotto una quindicina di brani ma poi, a conti fatti, ne sono stati inclusi solo sette, per un totale di 41 minuti di musica. Poco, davvero troppo poco, mi è venuto da pensare. Un pensiero confermato anche al termine del primo ascolto ma per una ragione ben diversa: c’è talmente tanta bellezza, in questi striminziti 41 minuti che uno ne vorrebbe ancora. Sono sempre di fretta, in questo periodo, c’è sempre un sacco di roba da ascoltare. Eppure, avrei desiderato che “Blackstar” fosse più lungo, che ci fossero più brani di cui godere. Questo solo basterebbe per chiudere tutto e andare a casa. Nell’era dei filler e dell’apparente morte dell’album, uno fa un disco che dura come le uscire in vinile di una volta e io mi lamento perché lo avrei voluto più lungo. Perfetto. Finiamola qui.

Di queste sette canzoni, due le conoscevamo già: si chiamano “‘Tis a Pity She Was a Whore” e “Sue (Or In a Season Of Crime”), erano uscite l’anno scorso come 45 giri e una delle due era anche stata inclusa in apertura alla raccolta che celebrava i 40 anni di carriera del Duca.

In realtà conta poco perché sono state completamente rifatte e queste nuove versioni appaiono radicalmente meglio di quelle già ascoltate.

C’è ben poco rock, in questo disco. L’impressione è che Bowie si sia fatto guidare dall’istinto e che abbia realizzato un disco che è un po’ come un flusso di coscienza all’interno di un universo musicale vastissimo, sempre in espansione. Il sassofono di Donny Mc Caslin (che talvolta suona anche il flauto) la fa da padrone, è il primo attore di un film impressionistico fatto di immagini vivide ma dalla sceneggiatura non per forza intelligibile. La batteria di Mark Guiliana è forse l’elemento chiave di questo team di musicisti abilissimi (ci sono anche Tim Lefebvre al basso, Ben Monder alla chitarra e Jason Lindner al piano, nessuno dei quali ha mai collaborato con Bowie in passato, se non erro) perché sa costruire ritmi sempre nuovi, frenetici e vorticosi come in “Sue”, ipnotici come in “Girl Loves Me”, dettando il tempo ad un gruppo molto affiatato, che ha tirato fuori il meglio dal talento creativo dell’autore di questi nuovi pezzi.

Stupisce poi il lavoro fatto a livello di arrangiamenti: sassofono che è il protagonista assoluto di quasi tutti gli inserti melodici, ma sempre ben affiancato dalle chitarre e soprattutto dalle tastiere, che svolgono un ruolo fondamentale nelle ultime due tracce, “Dollar Days”, una ballata semiacustica, soffusa e malinconica e “I Can’t Give Everything Away”, dolce e drammatica al tempo stesso, quasi sospesa in una dimensione indefinita.

Si tratta di musicisti jazz e il jazz è indubbiamente il genere che istintivamente verrebbe da indicare per definire queste composizioni al primo ascolto. Dentro però c’è molto di più, a cominciare dalle stratificazioni sonore sempre in movimento, le atmosfere cangianti, diverse ad ogni traccia (“Sue” odora di angosciante schizofrenia, “Lazarus” oscilla tra grandeur epica e cupa elegia, “Girl Loves me” è un mantra quasi divertito, “‘ Tis a Pity She Was a Whore” vive sul contrasto tra la crudezza del testo e l’intensità a tratti romantica data dal sax e dalla costruzione ritmica), valorizzate dalla produzione di Tony Visconti (già, sempre lui) e arricchita da un’interpretazione vocale che andrebbe studiata nelle scuole, soprattutto in quelle di canto (soprattutto quella di “X Factor”, se di scuola si può parlare) per dimostrare che la voce, in un brano rock, è molto ma molto di più della mera esecuzione tecnica e del timbro bello e pulito.

Non so da dove sia uscito questo disco. Non so spiegarmi come un uomo di 69 anni con una carriera lunghissima, variegata e ricca di capolavori alle spalle, un artista che da undici anni non sale su un palco, che per dieci non ha inciso nulla, abbia potuto tirare fuori questo “Blackstar”. Un disco che non è né nostalgico né manieristico, un disco che è a tutti gli effetti una tappa nuova di un percorso artistico che, arrivato a questo punto della vita, avrebbe anche potuto concludersi e nessuno avrebbe avuto da obiettare.

No, non me lo so spiegare ma ringrazio che sia uscito un disco così. Un disco che è già tra i più belli dell’anno, anche se l’anno è iniziato da una settimana. Come potrebbe essere altrimenti? Cosa potrebbe uscire di ancora più bello di questo?

A questo punto non resta che chiedere un ulteriore miracolo: che David Robert Jones decida di trasformarsi in David Bowie anche su un palcoscenico. È difficile, ovviamente, perché lui ha dichiarato che non accadrà più e perché ci sono problemi di salute a complicare il tutto.

I miracoli però, sono proprio quelli accadimenti che normalmente non accadrebbero. Pregare per questo, non è sicuramente un peccato.

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