Il primo cd comprato coi miei soldi è stato “Somewhere in Time” degli Iron Maiden. Era il 1993, probabilmente era settembre o forse già ottobre. Ero andato a vedere “Jurassic Park” con alcuni amici e poi, usciti dal cinema, ci siamo diretti verso l’immancabile Casa del disco. Era in centro, proprio accanto alla statua di Garibaldi che fa quasi da simbolo a Corso Matteotti, la via pedonale nel cuore della città, e che da sempre era ritrovo delle compagnie più disparate di ragazzi, dagli zarri ai metallari (credo sia ancora oggi così ma ci passo sempre più raramente ormai). Ci andavo da quando avevo iniziato il liceo l’anno precedente e nel negozio ci ero entrato più volte ma non avevo ancora comperato nulla. 

I cd, fino ad allora, me li aveva comperati mio padre, che aveva la possibilità, tramite il suo lavoro, di averli a prezzi scontati: per gli ascolti del me stesso dell’epoca, la sua ditta bastava e avanzava a soddisfare il bisogno. 

Quel pomeriggio qualcosa era cambiato: da qualche mese avevo perso la testa per gli Iron Maiden, avevo già tutta la discografia registrata su cassetta e adesso sentivo che era arrivato il momento del cd. Entrai deciso ad acquistare “Fear of the Dark”, che all’epoca era il mio preferito (dovevo ancora imparare tante cose, lo so) ma poi non c’era e comprai “Somehwere in Time” e l’omonimo esordio, che erano anche quelli che costavano meno. 

Aggiunsi un paio di bootleg dei Guns (a prezzo speciale ovviamente, non avevo ancora capito come funzionava questo tipo di registrazione ma di sicuro non volevo farmi fregare) e tornai a casa tutto soddisfatto. 

Da quel giorno in avanti la Casa del disco sarebbe diventata punto di riferimento obbligato per tutti gli anni delle superiori e per il primo anno di università, quando non vivevo ancora a Milano e non avevo quindi accesso privilegiato a quell’altra miniera d’oro che era Mariposa. 

La Casa del disco ha letteralmente plasmato e accompagnato il mio modo di fruire la musica., in quegli anni. 

Compravo Metal Hammer, leggevo le recensioni, guardavo le copertine, mi recavo al negozio, tornavo a casa, ascoltavo. Spesso rimanevo estasiato (i primi cinque secondi di “I Want Out” degli Helloween la primissima volta che li misi nel lettore non me li dimenticherò mai, sono stati l’esperienza di ascolto più forte che abbia mai avuto in tutta la mia fase adolescenziale), a volte non andava bene ma non era un problema: si rivendeva al Libraccio ricavando circa il 5% del prezzo di copertina, o lo si vendeva a qualche amico desideroso di ampliare la sua collezione. Già, perché se si voleva ascoltare qualcosa non è che ci fossero modi più efficaci a parte quello di sborsare soldi. Qualcuno aveva amici che compravano a iosa e duplicavano come se non ci fosse un domani ma nel caso sfortunato della mia cerchia, quello che comprava a iosa ero io… 

Ogni tanto capitavano incidenti curiosi, causati dalla totale ingenuità, come quando comprai e vendetti “Icon” dei Paradise Lost, salvo poi ricomprarlo qualche mese dopo perché nel frattempo mi ero accorto che era un capolavoro. Ma anche episodi scolpiti a fuoco nella memoria, come il giorno in cui uscì “Youthanasia” dei Megadeth, la prima volta per me che attendevo il nuovo album di una band che amavo. O quando, ancora più epico, arrivò finalmente “Man on the Edge”, il tanto atteso nuovo singolo degli Iron Maiden, il primo dopo la fuoriuscita di Bruce Dickinson, forse il prodotto discografico per cui ho sospirato di più in tutta la mia vita. 

E ancora, l’acquisto di “Imaginations From the Other Side” dei Blind Guardian, un altro di quelli che sarebbe diventato il gruppo della vita. E quell’estate in cui ci trovammo James LaBrie dei Dream Theater che faceva acquisiti e autografava i dischi della sua band il giorno prima del loro concerto a Varese e noi avevamo il biglietto in tasca da mesi ed eravamo andati in centro così, per vedere se li trovavamo (tra parentesi in sei o sette che eravamo non parlavamo uno straccio di inglese e siamo dovuti ricorrere ai servigi di uno di noi, che durante l’anno studiava in Africa, solo per chiedere se potevamo fare una foto con lui. Foto che venne puntualmente distrutta assieme a tutto il rullino, da una sicurezza eccessivamente zelante, che mi beccò a scattare foto dalla prima fila. Se ci penso mi incazzo ancora adesso). 

Comunque, tutto questo per dire che la Casa del disco ha chiuso. Ormai non ci andavo da anni, solo grazie ad un amico ho scoperto che aveva cambiato gestione e che i proprietari così antipatici e scorbutici che erano l’incubo mio e dei miei amici da tempo avevano venduto, probabilmente fiutando l’aria che di lì a poco avrebbe tirato. 

È una di quelle occasioni in cui ti metti a ricordare e poi ti lamenti che stai diventando vecchio, che un tempo la musica la vivevi in un altro modo mentre invece adesso esce troppa roba, e non c’è più tempo e quindi era meglio prima, ecc. 

In realtà avrebbe potuto finire così ma questa volta ho cambiato direzione in tempo. Probabilmente perché in questi giorni sono esaltato per due dischi a livelli tali come non mi capitava da anni. O forse perché sono al mare con un tempo tremendo e non avevo voglia di intristirmi ancora di più. 

Fatto sta che non ho voglia di tirare piagnistei nostalgici ma che comunque un paio di riflessioni bisogna pur farle. 

I negozi di dischi stanno chiudendo da una vita, non è certo una novità. Le cause sono essenzialmente due e sono talmente banali che mi sento ridicolo a spiegarle. Oddio, magari qualcuno più acuto e più preparato di me riuscirà a trovarne delle altre ma io credo che, per quanto si voglia approfondire, le principali siano solo queste due. 

La prima è che la gente non compra più i dischi. La ragione, evidentemente, è che al giorno d’oggi è tutto gratis. Scaricare musica illegalmente è diventato talmente facile che ormai può riuscirci anche chi non possiede nessuna competenza informatica. E se ci fosse qualcuno che ancora avesse remore a servirsi senza pagare, esistono diversi servizi streaming totalmente legali e totalmente gratuiti nel loro livello base. Ma se anche si volessero fare le cose in grande e si volesse mettere le mani al portafogli, un abbonamento Premium a Spotify costa dieci euro al mese, non certo una cifra da non mangiare per due settimane. 

Quindi, chi prima comprava ma non era così appassionato e non aveva mai avuto manie feticiste per confezione, booklet e quant’altro, ha smesso di comprare. Le nuove generazioni i cd forse non sanno nemmeno che esistono. Faccio un mestiere per cui sono sempre a contatto coi ragazzi e non mi è mai, giuro mai, capitato di vedere un adolescente che avesse caricato un album intero nel suo iPod o nel suo telefonino. Non mi è mai capitato neppure di vedere qualcuno che riuscisse ad ascoltare un singolo brano dall’inizio alla fine ma quella è la parte tragica della stessa storia.

Quindi, con le giovani generazioni totalmente inconsapevoli e il grosso del pubblico che si è ritirato, rimaniamo solo noi fanatici a tenere alta la bandiera del “comprare sempre e comunque a tutti i costi” ma ovviamente i fanatici non tengono in piedi da soli un mercato (e soprattutto non tengono in piedi le nuove uscite, motivo per cui da cinque anni a questa parte le ristampe dei dischi storici hanno raggiunto un livello esorbitante, ma ne ho già parlato e non voglio ripetermi). 

A peggiorare le cose, però, c’è che ultimamente anche i fanatici non si recano più tanto spesso nei negozi di dischi. 

E qui c’entra la seconda ragione. I grandi magazzini prima, Amazon poi. In principio c’erano Mediaworld e Fnac, che avevano a disposizione un catalogo piuttosto ampio, a prezzi decisamente inferiori a quelli dei rivenditori indipendenti. Furono loro che fecero cadere quell’adagio che sentivo ripetere fino alla nausea quando ero alle superiori: “I cd costano troppo”. No, in questi due posti non costavano troppo e soprattutto c’erano sempre un sacco di titoli scontati o scontatissimi, molti di più che nei negozi specializzati e a prezzi sempre inferiori. 

Poi Fnac in Italia ha chiuso, Mediaworld è rimasta ma è indubbiamente meno fornita e adesso si è messa anche ad alzare i prezzi. 

Nessun problema, perché ormai è Amazon a regnare incontrastata sul mercato musicale. Io l’ho scoperta due anni fa e da allora non ne faccio più a meno. 

Certo, mi ha privato del piacere di girare per ore tra gli scaffali, soppesare gli oggetti del desiderio e contare i soldi in tasca, mi ha privato del piacere delle chiacchierate col commesso (quello di Mariposa), degli scambi di parere con gli amici (in verità piuttosto pochi perché non ho mai avuto tanti amici che ascoltassero musica), mi ha privato persino del banalissimo dato per cui gli acquisti te li porti a casa immediatamente dopo aver sborsato i soldi. 

Ecco, per la scomparsa di queste cose mi dispiace infinitamente, ma quando penso al vantaggio economico ogni remora scompare. Se il discorso “Perché pagare per della musica che puoi avere gratis?” è assolutamente sbagliato per mille diversi motivi, quello del “Perché pagare tredici euro una cosa che puoi avere a dieci?” è invece del tutto ragionevole, nel momento in cui si tratta dello stesso identico prodotto. 

Adesso qualcuno potrebbe dirmi che però così uccido il mercato dei piccoli rivenditori che all’epoca ho così tanto amato, oppure potrebbe ricordarmi le tremende condizioni in cui verserebbero i dipendenti dell’azienda di Jeff Bezos e accusarmi di essere menefreghista ed insensibile. Beh, sinceramente non potrebbe fregarmene di meno. Se questo è cinismo, datemi pure del cinico. Il problema è che io compro una media di quindici, venti cd al mese, più o meno. E ogni tanto mi capita anche di mangiare. Amazon mi permette di risparmiare qualche soldo in più e quel che risparmio di solito lo metto nei biglietti dei concerti (e non è che ne veda pochi, in un anno). Quindi, di che cosa dovrei sentirmi in colpa? Di far crollare i fatturati delle band? Bruce Springsteen, i Pearl Jam, i Radiohead e compagnia bella i miei soldi li hanno avuti e li avranno ancora. Posto che a loro i soldi servano ancora a qualcosa. Per quanto riguarda le piccole band, cerco sempre di acquistare dal banco del merchandising dopo i concerti, quando mi è possibile. Perché in questo caso sì, so che sforzi ci sono dietro e so che c’è bisogno di un guadagno immediato dai cd che vengono venduti. 

Ma per tutto il resto, Amazon rimarrà la mia scelta privilegiata, anche solo per la disponibilità del catalogo, visto che ormai se un’uscita è più vecchia di un anno o due rischi che in giro non ci sia più. 

Ovviamente mi dispiace. Ovviamente penso che fosse meglio quando ero giovane. Ma mi dispiace molto di più per la morte della musica che per la morte dei negozi. Mi dispiace molto di più del fatto che oggi un ascoltatore medio (anch’io, sì) riesca a procurarsi virtualmente tutte le uscite discografiche di un intero mese, le cataloghi ordinatamente nel computer e se ne dimentichi quando arrivano quelle del mese successivo. Mi dispiace molto di più che i giovani dicano: “Mi piacciono gli Iron Maiden” quando tutto ciò che possiedono degli Iron Maiden sono una manciata di mp3 salvati nel telefono. Mi dispiace molto di più che gli U2 “regalino” il loro nuovo disco alla Apple e in giro si parli solo di questa operazione e non se il disco sia buono o meno. 

Queste cose mi dispiacciono. Perché se i negozi morissero ma la musica come esperienza di ascolto che veicola giudizi ed emozioni rimanesse viva, non sarebbe una cosa così grave. 

La musica però sta morendo, mi pare ormai evidente. E questo, solo questo, è davvero una tragedia. 

È la tragedia della morte della cultura, per cui a Milano per ogni Mondadori Store che chiude apre un negozio di abbigliamento. Ecco, mi intristisce che la gente abbia sempre più voglia di vestiti e sempre meno di libri e dischi. Forse aveva ragione Bradbury, forse il mondo da lui preconizzato quasi settant’anni fa si sta avverando. Con la differenza che noi i libri e i dischi ce li siamo bruciati da soli, non abbiamo bisogno di pompieri che diano fuoco alle nostre case… 

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