Ultimamente Facebook e il modo compulsivo con cui i suoi utenti postano cose con l’idea di farsi vedere sempre in linea a quello che è il trend dominante, mi stava profondamente nauseando. Ragion per cui, anche se la cosa in sé non sarebbe stata uno scandalo, non ho postato nessuna canzone dei Motorhead e nessun messaggio di cordoglio dopo aver appreso (ovviamente da Facebook) della morte di Lemmy.
Ma poi ho pensato che qualche cosa avrei dovuto scrivere. Perché la morte di un artista che, ammirato o meno, ha da sempre rappresentato un punto fermo dell’universo musicale attorno a cui ruotavi, segna sempre una sorta di spartiacque nella tua vita, non solo di ascoltatore.
Era successo con Ronnie James Dio, succederà a maggior ragione con Lemmy e questo, al di là di cosa potrà essere il mondo dell’Hard and Heavy senza di loro, getta inevitabilmente una sorta di ombra sulla tua esistenza personale. Intendiamoci, quando muore un mito non è come quando muore un amico o un parente. Ma in qualche modo ti tocca comunque, se non altro per dire: “Tutto è destinato a finire e tra poco toccherà a te o a qualcuno dei tuoi cari”.
Insomma, davanti alla morte si riflette, è anche questa la più grande utilità della morte, quella di mettere in moto le riflessioni di chi invece rimane.
E io ieri mi sono messo a riflettere molto. Non ho messo su nessun disco dei Motorhead, no. I miei piani di ascolto per la giornata prevedevano altro e non li ho voluti cambiare. Sarebbe stato un gesto di inutile sentimentalissimo, almeno per me.
Ma ho comunque pensato a Lemmy e ai Motorhead e a quello che hanno significato nel mio percorso di ascoltatore e appassionato di musica rock. E mi è venuta in mente una cosa che forse vale la pena di essere raccontata, se non altro perché esula dai luoghi comuni sul personaggio che in queste ore tutti stanno ripetendo come dei megafoni impazziti.
Non sono cresciuto in un’epoca facile, musicalmente parlando: erano gli inizi degli anni ’90, imperversava il Grunge e poi, immediatamente dopo, i Pantera registrarono “Far Beyond Driven” e imposero con prepotenza un marchio sonoro che d’ora in poi tutti avrebbero dovuto seguire, pena l’oblio anticipato.
A me non piaceva il Grunge e, sebbene i Pantera mi entusiasmassero, i miei gusti ruotavano attorno alla vecchia scuola degli Iron Maiden, al sano vecchio Hard Rock dei Guns ‘N Roses e a tutto il filone tedesco di Helloween, Blind Guardian e compagnia bella. Ma a quel tempo, tutta quella roba non era particolarmente di moda. Il Metal classico era ancora in salute ma alla gente sembrava non interessare più, era già considerato roba per vecchietti nostalgici, gli anni ’80, terminati sì e no da tre o quattro anni, erano già un’epoca da dimenticare.
In tutto questo ricordo i Motorhead. Ricordo un’intervista del 1993, all’indomani dell’uscita di “Bastards”, il loro nuovo album, che era stato pubblicato da un’etichetta sconosciuta, probabilmente oggi defunta, e che a tuttora è uno dei dischi dei nostri perennemente fuori catalogo. Un grande disco, bisogna dire, ma all’epoca se ne accorsero in pochi.
Beh, intervistano la band in merito a questo lavoro e ricordo che, dal modo con cui l’intervistatore poneva le domande e dal modo con cui Lemmy rispondeva, si capiva perfettamente che quella band apparteneva al passato. I consensi calavano vistosamente, i dischi non vendevano quasi più, i concerti venivano fatti in locali piccolissimi, da poche centinaia di persone (non ricordo se vennero in Italia a quel giro, ma se lo fecero di sicuro non fu una data molto pubblicizzata).
Erano un gruppo del passato, i Motorhead, un gruppo da vecchi. Nella mia cerchia non li ascoltava nessuno, in pochissimi li avevano sentiti nominare, alla peggio si sapeva chi fosse Lemmy ma da qui a dire che fosse tra i nostri idoli, ce ne correva. Noi amavamo Phil Anselmo e Max Cavalera, al massimo potevamo idolatrare Bruce Dickinson, che comunque era già abbondantemente fuoriuscito dai Maiden.
No, Lemmy non se lo filava nessuno e i Motorhead (così come anche i loro cugini Saxon) erano roba per trentenni o quarantenni motociclisti ubriachi che avessero voglia di fare casino e di spaccare qualche tavolo.
Eppure questo a Lemmy non sembrava interessare: lui andava avanti, la sua band lo seguiva a ruota e si divertivano un mondo. Negli anni ’70 riempiva le arene ma era il classico tipo che si sarebbe divertito anche davanti a una persona soltanto. Anche da solo, se per questo.
Che è poi esattamente il motivo per cui lo adoravano tutti. Era autentico e questo la gente lo capisce sempre, non serve dirlo esplicitamente.
Poi le cose, per fortuna, tornarono a girare: uscì ancora un disco che passò quasi inosservato, quel “Sacrifice” che è un mezzo capolavoro, del tutto degno di stare accanto a classici come “Overkill” ed “Ace of Spades”.
Nel frattempo il Grunge moriva, i Pantera uscivano dal loro momento di gloria e piano piano ci si accorgeva che se i vecchi dinosauri resistevano, era forse perché avevano qualcosa in più rispetto agli altri.
I Motorhead fecero uscire “Overnight Sensation”, altro disco dalla qualità impressionante e credo che da quel momento (era grosso modo il 1996, facciamo come se Google non esistesse e andiamo a memoria) iniziarono a riprendersi totalmente ciò che spettava loro di diritto.
Io li vidi per la prima volta dal vivo nel 1999: c’era il Gods of Metal, loro erano tra i gruppi di punta e io li conoscevo poco, volevo documentarmi. Così mi comperai il doppio live “Everything Louder Than Everyone Else”, che era da poco uscito, e mi misi meticolosamente all’ascolto.
Fu un concerto memorabile, bissato due anni dopo da un’altra ottima performance, sempre nel contesto di quel festival.
Mi colpì il volume tremendo con cui suonavano, la velocità, la potenza, l’attitudine scanzonata ma nello stesso tempo tremendamente seria, il modo implacabile con cui non facevano prigionieri, pur essendo solamente in tre. E poi le canzoni: era solo rock and roll, in fondo, come del resto lo stesso Lemmy non ha mai nascosto, ma suonato alla velocità della luce e ad un livello di decibel decisamente importante.
Avranno anche fatto sempre la stessa canzone come molti malignano, ma l’hanno sempre fatta benissimo, con ben pochi cali qualitativi e non so quanti dei gruppi con i loro anni sulle spalle, si sarebbero potuti permettere di non sbagliare mai un disco come hanno fatto loro.
Puntuale come un orologio svizzero, ogni tre anni o poco più, il loro nuovo lavoro in studio era (quasi) sempre eccellente, cosa che, per dire, non si è mai potuta dire degli ultimi AC/DC (gruppo al quale sono stati spesso accostati per l’immobilità stilistica) che hanno scritto quattro dischi in vent’anni, di cui nessuno davvero memorabile.
E quindi forse la chiave potrebbe essere questa: erano più iconici che milionari, i Motorhead. Non sono mai arrivati a certi livelli di popolarità e di vendite ma forse proprio per questo sono riusciti ad avere una carriera così stellare. Sono sempre rimasti loro stessi, non sono mai diventati un prodotto di consumo.
E per quanto riguarda Lemmy, ha semplicemente vissuto come ha voluto. Tutti sapevamo che dietro a tutti gli eccessi c’era una persona profonda ed intelligente, lucida ed autoironica, ma che comunque quegli eccessi non erano pura esibizione, non erano una metafora, erano davvero quel che lui voleva essere.
Ha vissuto come ha voluto ed era felice, almeno così mi pare di poter dire da quegli scampoli di lui  che mi era dato di cogliere.
Sapevamo che prima o poi sarebbe dovuto accadere, ma in qualche modo non ci pensavamo. Lemmy per noi era immortale, uno di quelli destinati ad esserci sempre, a trascendere mode ed epoche, un po’ come Chuck Norris, in fondo.
Invece oggi Lemmy non c’è più e la sua musica, sebbene non credo diventerà mai un retaggio del passato, è lì a ricordarci che tutti noi prima o poi dovremo andarcene ed è quindi un bene vivere a pieno quel che ci è dato da vivere e amare quelli che ci sono dati da amare.
Io credo che Lemmy, pur con tutte le sue sregolatezze, l’abbia fatto. E credo che adesso sia felice, più felice di noi. E i Motorhead a tutto volume oggi me li sparerò, ormai non posso più evitarlo.
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