Tempo di classifiche di fine anno, tutti fanno classifiche di fine anno, anch’io faccio la classifica di fine anno, che però classifica non è. Innanzitutto perché per fare una classifica come Dio comanda bisogna capire e conoscere bene la musica e io non la capisco né la conosco. Bisogna avere una conoscenza a 360 gradi di tutto il panorama musicale per poter dare un giudizio sereno e consapevole su quali siano stati i lavori più meritevoli nei dodici mesi che ci stiamo lasciando alle spalle. Io non ho queste pretese anche perché quest’anno ho ascoltato poco (come del resto tutti gli anni) e ci sono un sacco di aree nelle quali non mi sono mai addentato e non credo avrei le capacità per farlo. E poi per poter fare una classifica devi esserci dentro nelle cose che ascolti. Io ormai non sono più dentro a niente. Le cose che ascolto le ascolto perché mi interessano, per rimanere al corrente, o perché mi chiedono di scriverci sopra. Ma poi, anche quando trovo qualcosa che mi piace, è molto raro che ci torni sopra in un secondo momento. O approfondisci o rimani aggiornato, non sono due cose che si possono fare insieme, una volta diventati adulti.

Quindi faccio qualcosa che, credo, non ha mai fatto nessuno: elenco 25 dischi usciti nel 2015 che mi hanno particolarmente colpito. Non li metto in ordine: non saprei nemmeno da dove cominciare e poi domani quest’ordine potrebbe cambiare. Preferisco dire: “Ehi, quest’anno mi è piaciuto questo. Se volete, ascoltatelo anche voi.”.

In parte si tratta di lavori di cui ho dovuto scrivere. È anche giusto, se ci scrivi ci devi per forza spendere più tempo e può darsi che arrivi a farteli piacere di più. In altri casi, invece, si tratta di dischi che mi hanno consigliato, incisi da band che manco sapevo esistessero. In altri (rari) casi, sono le nuove uscite di band che già amavo.

C’è un dato, tuttavia, che li accomuna tutti: sono abbastanza sicuro che nel 2016 li ascolterò ancora tutti. Non troppo spesso, perché sarà nel frattempo arrivata altra roba, ma comunque non riuscirò a farne a meno, ne sono certo.

Nel mio piccolissimo, spero di fare cosa gradita. Come vedrete, non si tratta di scelte troppo particolari: i miei gusti sono semplici, quasi banali, ci sarebbe quasi il rischio che diventassi fan dei Modà, se li ascoltassi troppo attentamente. Buona lettura e buon Natale a tutti, soprattutto a chi avrà il coraggio di arrivare in fondo…

Rifare un intero album di un altro artista è già un’impresa folle. Se poi quell’album è di Taylor Swift, reginetta del pop più melenso, ammiccante e commerciale, allora l’impresa potrebbe essere definita tranquillamente delirante. Ma qui stiamo parlando di Ryan Adams, uno dei più grandi autori e interpreti di canzoni dell’ultimo ventennio, uno che di talento ne ha davvero fin troppo. E allora ecco che il famigerato “1989”, tra i dischi più venduti dello scorso anno, si trasforma in un lavoro di cantautorato rock folk a tutto tondo, dove i vari episodi acquistano una dimensione completamente nuova e si impregnano talmente tanto della personalità di chi li ha riletti, da divenire proprio un’altra cosa. Se dimentichiamo l’originale, qui abbiamo un prodotto grandissimo, che brilla della stessa classe dei lavori in studio di Adams. Toccante, emozionante e a tratti persino commovente. La prova definitiva che una canzone non è vera se non ha un arrangiamento come si deve.


Un live album secondo i miei criteri non dovrebbe stare in una classifica di fine anno ma qui è diverso. I Cheap Wine sono da sempre una delle cose più belle che abbiamo in Italia in termini di Classic rock e anche se in pochi se ne sono accorti, loro vanno avanti lo stesso ormai da più di vent’anni e migliorano sempre ogni anno che passa. Qui registrano dal vivo otto dei loro brani vecchi e nuovi, con arrangiamenti diversi e li mettono assieme in un disco che ha una pulizia di suono pazzesca e che è suonato come davvero pochi sanno fare. Un Must Have per tutti quelli che credono che dopo Springsteen, Dylan e Young, non ci sia nient’altro di meglio da ascoltare. Immensi.

È il disco dell’anno, poche storie. Loro non hanno bisogno di presentazioni ma erano dieci anni che non facevano un disco, Peter Hook se n’è andato e tanti, me compreso, pensavano che una nuova prova in studio sarebbe arrivata solo per timbrare il cartellino e pagare le bollette. Invece hanno tirato fuori qualcosa di pazzesco, settanta minuti di pop rock elettronico al limite della perfezione, con suoni allucinanti e melodie assassine. Parlare di mossa paranormale è pienamente lecito. Se riuscissi a vederli dal vivo non avrei più nulla da chiedere.

Con loro ci sono cresciuto, sono una delle band della mia vita ed essere obiettivi è impossibile. Tanto è vero che, da quando si sono riuniti con Bruce Dickinson, nell’ormai lontano 1999, per il sottoscritto non hanno mai sbagliato un colpo, anche se a quanto sembra sono l’unico a pensarlo. Qui si sono superati ed hanno realizzato un disco doppio per novanta minuti di durata, andando oltre alla loro già proverbiale prolissità recente. Sorprendentemente, non falliscono neanche stavolta, regalandoci forse il loro lavoro più scorrevole e classicamente Maiden dai tempi di “Seventh Son of a Seventh Son”. Episodi proprio deboli non ce ne sono e almeno tre pezzi sfiorano il capolavoro. Motivo per cui ho già il biglietto per andarli a vedere in una delle tre date che terranno da noi quest’estate.


Molti dicono che Glen Hansard sia un grandissimo interprete ma non un grandissimo songwriter. Probabilmente è vero, nel senso che come interprete è senza dubbio meglio. Ma arrivato alla sua seconda prova solista, dopo l’ottimo “Rythm and Repose” di tre anni fa, torna alla grande, con un altro lavoro semplicissimo, lineare, eppure denso ed emozionante. Ecco, forse è questa la cosa che sa fare meglio: scrive canzoni magari anche banalissime, ma fa in modo che sia la loro bellezza a risaltare per prima. Il singolo “Winning Streak” ne è forse l’esempio più fulgido. Aggiungiamo che dal vivo è un portento ma questa è un’altra storia.

 



Giusto considerarli insieme, perché è un disco in due parti ma è stato scritto tutto all’interno di un’unica, lunghissima session di full immersion in studio, come i bergamaschi ormai ci hanno abituato. Questa volta ci sono andati giù un po’ troppo pesanti, confezionando un lavoro densissimo (due ore belle piene), molto stratificato e dove nulla è mai davvero ciò che sembra. Un disco a volte disteso ma spesso claustrofobico e parecchio aggrovigliato, dove la saturazione generale dei suoni si mostra a tratti intollerabile. Per molti un passo indietro, rispetto al pure doppio “Wow”, dove c’era tanto pianoforte, tanti anni ’60 e certe cose si capivano un po’ di più. Rimangono comunque una delle cose più belle e geniali che abbiamo in Italia e ancora una volta sono riusciti a dimostrarlo. Ci vorranno anni per capire davvero questo disco ma è abbastanza certo che ce ne lasceranno il tempo, visto il tempo che lasciano trascorrere tra un’uscita e l’altra.


Mi sono messo ad ascoltarlo dopo aver intervistato Omake (anche lui presente in questa lista) che me ne ha parlato con toni entusiastici. Non appartiene al mio universo musicale e quindi faccio un po’ anch’io la figura dell’hipster al passo coi tempi, che cita un disco Hop pop o Black nella sua classifica di fine anno. Il problema è che il signor Jean Michael Archer è davvero bravo e basta avere due orecchie che funzionano per rendersene conto. Strepitoso il lavoro di produzione, si capisce che il team con cui uno lavora normalmente fa la differenza. Farà anche figo parlarne bene ma “Black Messiah” è un signor disco.


C’è chi li disprezza riducendoli a cloni di Bruce Springsteen in salsa romagnola. Io li seguo da sempre e certo, se ami il Boss è più facile amare loro ma comunque si parla di una band che ha una personalità ben definita. Il genere, comunque è Classic Rock parecchio americano anche se in questo ultimo “The Ghost King” qualche elemento di novità è stato introdotto. Bellissimo musicalmente, questa volta anche i testi sono stati curati a dovere, segno che Lorenzo Semprini è maturato molto come autore. Per me poi rappresentano uno dei ricordi musicali più belli di quest’anno, visto che ho avuto la possibilità di assistere al doppio concerto di presentazione che hanno tenuto a Cesenatico. Momenti musicali altissimi. In un paese sostanzialmente poco ricettivo di ciò che non sia cantato in lingua madre, rimarranno sempre un corpo estraneo. Eppure provate ad ascoltare questo disco privi di pregiudizi e ditemi se non ci sono degli spunti interessanti.


Come un ragazzo di Pisa trapiantato a Milano appassionato di Black Music e di Hip Pop possa mettersi a scrivere un disco nerissimo, che ha i primi Interpol, i Depeche Mode e i Joy Division come principali riferimenti. Arrangiamenti minimali ma efficacissimi, una voce baritonale profonda ed evocativa, melodie che centrano sempre l’obiettivo, testi lucidi che fanno pochi sconti ai buoni sentimenti. “Columns” è l’esordio più bello che mi sia capitato di ascoltare quest’anno. Bisognerebbe semplicemente piantarla di dire che in Italia non esce più niente di valido.

Non sono mai stato un grande fan o esperto della band di Mike Scott. Però un disco come “Fisherman’s Blues” mi è entrato nel cuore dal primo momento in cui l’ho ascoltato e il ricchissimo cofanetto delle session di registrazione uscito un paio di anni fa mi ha rinsaldato quell’amore. Questo nuovo lavoro era molto atteso perché si parlava di un ritorno alle origini, proprio al sound di quel disco mastodontico. Non mi pare che l’operazione nostalgia (se così si può chiamare) sia riuscita in pieno, e forse è meglio così. “Modern Blues” rimane un disco onesto, pieno di belle canzoni, con giusto un paio di riempitivi soltanto. Di base, la sola “Long Strange Golden Road” ne varrebbe l’acquisto. Mi è spiaciuto tantissimo non essere riuscito a vederli dal vivo.

Siamo un paese di cantautori, lo dico spesso e l’ho scritto di nuovo proprio qui pochi giorni fa. Colapesce però è uno bravo, davvero bravo, uno che il dono di scrivere canzoni ce l’ha davvero, ed è giusto che stia una spalla sopra tutti gli altri. Sofisticato ma non snob, malinconico ma non deprimente, se si supera lo scoglio del timbro di voce, è davvero difficile non farsi incantare dai suoi pezzi. “Egomostro” è il suo terzo lavoro in studio ed è sicuramente il più maturo e completo. Se esplodesse davvero a livello commerciale, non ci sarebbe nessuna ingiustizia.

Ho già scritto tanto su questo ep e sul loro ritorno dal vivo. Per me che non ho vissuto la stagione d’oro del rock alternativo italiano, questa reunion è stata manna dal cielo. Qualunque sia stato il motivo dietro a tale decisione, “Mr. Newman” è un lavoro godibilissimo, che ci consegna la sempre sopraffina scrittura di Paolo Benvegnù, unitamente alla voce di Sara Mazo, che è semplicemente troppo incredibile per essere descritta.


Me ne sono innamorato perdutamente quando l’ho vista da sola sul palco di un piccolo club di Barcellona, il giorno successivo al Primavera Sound. L’ho rivista a Milano qualche mese dopo ma nel frattempo avevo già imparato a memoria questo “Sprinter”, di cui ho scritto a lungo proprio su questo blog. Il ritorno del rock al femminile degli anni ’90 forse, considerato anche il disco bellissimo che ha tirato fuori Courtney Barnett. Però io metto questo perché mi ha preso al cuore molto di più. Giovanissima, personalità enorme, testi profondissimi intrisi di sofferenza e redenzione, che si sposano con canzoni rabbiose e scure ma anche con ballate emozionanti. La conclusiva “The Exchange” è uno dei pezzi definitivi del 2015. E con questo ho detto tutto.


Un Synth Pop dalla classe cristallina, cantato in italiano e con un sound piacevolmente datato e valorizzato da un’ottima produzione. Sembra che il Battiato dei primi capolavori sia tornato e si sia fuso con il pop rock ottantiano di stampo New Romantics. Da Torino, una proposta inusuale e veramente valida.
Levante “Abbi cura di te”: Levante è una piacevole scoperta di questi ultimi anni anche se io ovviamente me ne sono accorto tardissimo, proprio con l’uscita del suo secondo disco. Siciliana come Carmen Consoli, ne condivide un po’ il gusto del rock arioso e dalle grandi potenzialità commerciali. Le canzoni ci sono e la voce anche, con l’aggiunta di testi per niente banali. Ci sono delle cose da aggiustare, soprattutto in uno stile vocale un po’ troppo urlato, ma per il resto siamo sulla strada giusta.

Ancora Italia, Andrea Amati da Santarcangelo di Romagna, cantautore giovane che però sa già perfettamente il fatto suo. Uno sguardo a De André, uno a De Gregori e un altro a Tenco, si è autoprodotto un disco, “Via di Scampo”, che vale davvero la pena di sentire. Niente indie qui, niente ammiccamenti ruffiani e generazionali. Qui si guarda alla tradizione, a quel periodo glorioso della nostra musica che non è mai più stato replicato in seguito. È triste dirlo, ma non è ciò che può piacere al grande pubblico al giorno d’oggi. Noi comunque ce l’abbiamo e continueremo ad averlo, non è cosa da poco.


Importa poco che siate o meno dei fan di Sufjan Stevens. Questo disco è qualcosa di pazzesco e va semplicemente oltre tutto quello che questo ragazzo americano ha fatto in passato. È un concept album crudo e struggente, nel quale ha scelto di mettersi a nudo come davvero so gli uomini più grandi e coraggiosi riescono a fare. La storia della madre e del suo compagno (Carrie e Lowell, appunto) raccontata in modo struggente e tremendamente umano. Se non vi commuoverete fino alle lacrime non avete un cuore.

Quest’anno ha visto anche il ritorno in grande spolvero del cantautore del Colorado da anni ormai trapiantato in Islanda. Le atmosfere acustiche dell’esordio “Queen of Denmark” sono ormai lontane e si prosegue brillantemente nel discorso già iniziato col precedente “Pale Green Ghosts”. Elettronica, Dub, Dance, al servizio di canzoni che, scava scava, non hanno comunque perso l’originale matrice folk. E una sincerità e un’ironia nel raccontarsi che davvero non è cosa usuale. È passato da Milano e me lo sono perso, inutile dire che mi è spiaciuto non poco.


I New Pornographers non li conoscevo e il mio unico e debole tentativo di farmi un’idea su di loro, non è andato granché bene. È successo diversamente col secondo lavoro solista del loro leader e cantante Dan Bejar, uscito sotto il monicker di Destroyer. Un pop raffinato che spesso si mischia col jazz, con uso davvero intelligente dei fiati, una sorta di concept album che ruota attorno a Times Square e che nella sua title track, presentata come Main Theme in tre versioni diverse, sembra di sentire echi del Dylan di “Nashville Skyline”. L’ho ascoltato molto quest’anno e non ero obbligato a scriverci sopra: conoscendomi, è un buon segno.

Eccoli qui, uno dei nomi di punta dell’Electro Pop da classifica, che pure riscuotono un grande successo anche all’interno del circuito indie. Il loro primo disco l’avevo ascoltato molto distrattamente e mi aveva detto poco. Questo mi ha conquistato subito, forse perché nel frattempo è aumentata la mia confidenza con certe sonorità. Poi mi è stato detto che i primi dischi di Madonna erano molto meglio ma io Madonna non l’ho mai ascoltata, quindi non posso capirlo. In queste settimane stanno parlando tutti del nuovo album di Grimes ma a me, sinceramente, questo piace molto di più. Sarà che in fondo in fondo sono un facilone…

Quand’ero al liceo il Brit Pop non era cosa per me. Ci si scannava su chi fosse meglio tra Blur e Oasis, le due band che avevano riportato il rock britannico alle altezze vertiginose che non aveva mai più toccato dopo la scomparsa dei Beatles. Allora ascoltavo tutt’altro, ero perso tra Iron Maiden, Metallica ed Helloween e tutto ciò che era estraneo era roba per traditori. Anni dopo, in tempi assai recenti, mi sono avvicinato senza pregiudizi a quel mondo allora così sconosciuto. E se gli Oasis non mi hanno detto nulla neppure questa seconda volta, i Blur mi si sono rivelati come autentici mattatori di un certo modo di scrivere che sembrava essersi perso con la fine della coppia d’oro Lennon/Mc Cartney. “The Magic Whip” segna il ritorno della band con un lavoro in studio dopo dodici anni e lo fa in maniera splendida, con un disco ricco di canzoni bellissime, che stanno esattamente nel mezzo tra lo scintillio pop di “Parklife” e le sperimentazioni più eclettiche che avevamo cominciato a sentire su “13” e che abbiamo poi ritrovato sullo splendido lavoro solista di Damon Albarn. Stanno suonando pochissimo dal vivo. Mi auguro che passino presto da noi perché mi piacerebbe davvero poter colmare questa lacuna.

Sono una delle più grandi rock band attualmente in circolazione, anche se forse l’appellativo non si addice loro, essendo che hanno sempre legato il loro nome alla scena Slowcore (almeno all’inizio). Tutte cose prese di peso da Wikipedia perché io in realtà i Low non so chi siano. Avevo ascoltato ben poco fino ad ora, però questo disco mi ha folgorato. È lento, è a tratti cupo, ma è anche sorprendentemente vario. Mi dicono che non hanno mai sbagliato un disco e ci credo. Pensare però che adesso troverò il tempo per recuperare tutta la loro vasta discografia è impossibile: sto iniziando a capire che certe cose, se te le sei perse, te le sei perse per sempre.


Per anni ho idolatrato gli Arcade Fire pensando che fossero il meglio mai apparso sulla piazza in termini di Alt Classic Rock dell’ultimo quindicennio. Per carità, rimangono sempre grandissimi ma credo che, salve le dovute differenze, non si avvicinino nemmeno lontanamente agli Wilco. È che Jeff Tweedy e compagni io li ho scoperti dopo, molto dopo. Come tutte le cose che contano, del resto. “Star Wars” è uscito quasi a sorpresa quest’estate, mentre me ne stavo tranquillamente in spiaggia in uno dei posti più brutti d’Italia. L’ho ascoltato immediatamente da Spotify e l’ho trovato bello, molto bello. È un disco veloce, sintetico, fatto magari piuttosto in fretta e non ha la varietà e i colpi sperimentali di “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born”. Però è un disco degli Wilco in maniera decisamente rigorosa e ha anche qualche colpo notevole come “Satellite”. Arriveranno a Milano a novembre 2016 e questa volta riuscirò a vederli, si spera. Devo fare ammenda, non è stato umanamente possibile aver snobbato per anni un gruppo così.

 

Al Rock americano non guarda più nessuno o quasi. Sono invece tutti dietro al Post Punk, che evidentemente è stata l’ultima grande rivoluzione che la musica abbia mai prodotto. Sì, ci sarebbe il grunge ma il grunge non mi è mai interessato tanto. Se i Joy Division fossero ancora tra noi, farebbero forse un disco come questo. Il precedente “Under Color of Official Right” mi era piaciuto molto ma questo è ancora più bello. Crudo, scarno, selvaggio, tremendamente vivo. Suona davvero come un disco di trent’anni fa ed è meraviglioso che ci siano giovani in grado di suonare così. Dite pure che sono derivativi, mi interessa davvero poco.

Quest’anno sono capitolato davanti alla musica elettronica. Per la verità mi era già accaduto l’anno scorso, quando ho goduto come un pazzo ad un concerto di Lorde. Ma poi all’ultimo Primavera ho visto James Blake, Chet Faker, Caribou… certe sonorità sono nuove per me e mi piacciono assai. Con questi Disclosure parliamo probabilmente del meglio che ci sia in circolazione. “Caracal” è il loro secondo disco e ci canta sopra gente come Sam Smith, The Weeknd e la stessa Lorde, che tra parentesi firma un pezzo memorabile. Curiosa la vita: anche solo cinque anni fa questa roba l’avrei etichettata come “schifezza da radio”. Adesso me la sparo a tutto volume in macchina e ho già il biglietto per andarli a vedere a febbraio. Per dire che la musica bella non ha etichette e che quando uno è bravo è bravo davvero.
Arrivato in fondo, mi rendo conto che mancherebbero all’appello due lavori usciti verso la fine dell’anno, che sono accomunati dal fatto di essere cantati da due dei miei più grandi idoli musicali. Sto parlando ovviamente di El Vy, il nuovo progetto di Matt Berninger e Brett Knopf e dei Soulsavers, che sono usciti con un altro album che la voce meravigliosa di Dave Gahan ha reso molto più bello di quello che sarebbe stato altrimenti. Ecco, questi due dischi io li avrei messi in pieno tra i miei venticinque preferiti e invece me li sono dimenticati.

Che cosa vuol dire questo? Che io sono effettivamente un ascoltatore distratto oppure che le classifiche di fine anno non servono a un bel nulla. Scegliete voi quello che preferite…

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