E così mi sono messo anch’io ad ascoltare Calcutta. Era abbastanza difficile non farlo, quando navigando su Facebook ti imbattevi sempre più spesso in questa foto un po’ trash con delle persone improbabili (pellegrini?) che camminano sotto il colonnato di San Pietro, con sullo sfondo un tizio che spiega una sciarpa rossoblu con la scritta “Mainstream”: quando una cosa è così brutta, ti devi fermare per forza a guardarla.
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Non ci ho fatto caso, sulle prime, poi, all’ennesima volta che me la trovavo davanti, mi sono deciso a capire che cosa fosse.
E quindi ho scoperto che c’è questo ragazzo che si chiama Edoardo D’Erme, che ha preso il nome d’arte di Calcutta e che ha esordito con questo disco intitolato “Mainstream”, che ha provocato talmente tanto hype nel mondo indie da procurargli un articolo su Repubblica e un prestigioso deal con la DNA concerti per l’organizzazione del prossimo tour.
Per la verità non si tratta proprio di un esordiente: ho scoperto che aveva già fatto un disco nel 2012 ma francamente non so come fosse andato. Io di sicuro non me ne ero accorto minimamente ma di per se questo non vuol dire nulla, mi sono sempre perso un sacco di cose lungo la strada. E non dev’essere neppure un novellino, visto che, spulciando qua e là in rete, ho scoperto che ha preso parte a tutta una serie di progetti paralleli e che ha una conoscenza piuttosto profonda del mondo psichedelico ed elettronico.
Comunque di questo nuovo album parlavano tutti, dovevo ascoltarlo per forza. L’ho fatto e, considerato che dura una mezz’oretta scarsa, non è stato molto difficile. L’ho fatto e ho capito alcune cose.
La prima è che da noi il rock non sfonderà mai. C’è un motivo se l’immaginario comune associato a questa musica parla ancora di chitarroni distorti, droga e testi satanici. O se quando si fanno nomi di artisti, sono sempre i soliti Vasco, Ligabue e Litfiba ad essere tirati in ballo (e ci va già bene, perché da qualche anno ogni tanto qualcuno parla pure dei Modà).
In Italia ci sono stati i cantautori e ancora prima c’è stata l’opera. Ci piacciono le melodie, ci piacciono le parole, ci piace quella combinazione di parole e melodie che ci permette di cantare a squarciagola mentre capiamo quel che cantiamo. Ci piace la schitarrata in spiaggia, ci piacciono gli accendini ai concerti che fanno giustamente incazzare Giorgio Canali… ci piacciono quelle cose lì.
Le sperimentazioni, le sonorità sofisticate, i testi cantati in inglese, non riusciamo proprio a digerirli. Qualcuno ci si butta, ogni tanto, ma il grosso della massa preferisce la sicurezza dei tre accordi e del ritornello che lo sentì una volta e già lo sai.
Gli anni ’70, da questo punto di vista, hanno creato un solco che non verrà mai più colmato. Da una parte la sofisticatezza (e anche un po’ lo snobismo) dei vari Fossati, De André, De Gregori, Guccini (quest’ultimo ha iniziato prima e ha radici leggermente diverse ma alla fine la pasta è quella), dall’altra la declinazione nazionalpopolare dei Mogol-Battisti, dei Baglioni e dei Venditti. Ma non è che il decennio precedente fosse diverso: impazzivamo per la beatlemania ma poi Celentano e Little Tony ci piacevano di più, mi pare di capire.
Quello che sta succedendo oggi nella scena indie è la conseguenza di questo meccanismo. C’è un sottobosco di artisti e di band veramente folto, interessantissimo (non tutto ma tante cose sì) ma ciò che veramente sfonda ha due caratteristiche: è cantato in italiano e ha un approccio cantautorale.
E così negli ultimi anni abbiamo avuto Brunori, Dente, Vasco Brondi, i Baustelle, I Cani, persino i Non Voglio che Clara e i Perturbazione: tutti nomi diversissimi tra loro, che se stessimo qui ad approfondire capiremmo che sarebbe una bestemmia accostarli insieme. Eppure, parlando ad ampio raggio, rispecchiano tutti bene o male i parametri che ho detto.
Ora è arrivato anche Calcutta. E ad ascoltarlo bene, questo ragazzo ha tutta l’aria di voler divenire il nuovo Brunori. Scrive in maniera piuttosto simile (meno chitarra acustica rispetto all’esordio del calabrese però lo stile è quello), canta in maniera simile, potrei giurare che anche lui ha un fortissimo debito con Rino Gaetano.
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Fermiamoci un attimo, adesso. Perché probabilmente qualcuno, arrivato a questo punto, potrà pensare che questo pezzo sia denigratorio, che sia una stroncatura.
In realtà a me Calcutta piace. Anzi, mi piace proprio tantissimo. Ho ascoltato e riascoltato il disco più volte al giorno, ho imparato i testi, in macchina mi scopro a cantarli piuttosto rumorosamente, batto a tempo le mani sul volante, e queste cose qui.
Calcutta mi piace e non vedo l’ora di andarlo a sentire all’Ohibò il 20 dicembre dove, tra le altre cose, sarà aperto dai Pagliaccio, che sono un’altra realtà piuttosto interessante emersa quest’anno.
Ecco, adesso che ho sgombrato il campo da ogni equivoco posso passare a dire la seconda cosa che ho capito ascoltando “Mainstream” (che il titolo sia una presa per il culo è superfluo dirlo, vero?). Calcutta è bravo, credo abbia un talento grosso nello scrivere canzoni, gli escono fuori benissimo, i suoi testi fissano immagini fortemente icastiche, che hanno tutta la forza di imporsi e diventare tormentoni (“Apro il giornale e c’è Papa Francesco e il Frosinone in serie A”, “Tua madre lo diceva, non andare su YouPorn” sono oggettivamente clamorose, tanto che possiamo pure perdonargli la rima “Medjugorie-De Gregori. La gente su questa sta impazzendo ma a me fa piuttosto schifo.). Canzoni bellissime, quindi che però hanno un limite, secondo me.
Il limite è che queste canzoni sono perfette nel fotografare la situazione dei trentenni di oggi, con i loro sogni da inseguire ogni secondo, il loro barcamenarsi tra un lavoro precario e una vita sentimentale che va a rotoli, la dura lotta quotidiana tra pragmatismo e idealità.
Ma già per me, che di anni ormai ne ho 40 (quasi!) e che oltre che col Metal son venuto su a cantautori italiani, questi testi non sono un qualcosa con cui riesco a identificarmi. Li canto, li apprezzo, ma ne sono fuori, sono lo spettatore che osserva con curiosità e anche con piacere dei giovani a una festa alla quale non è stato invitato ma alla quale non avrebbe comunque partecipato.
Un brano come “Eskimo” di Guccini raccontava in maniera ben precisa e ricca di dettagli la situazione storico-sociale che la generazione dell’autore stava vivendo all’epoca della contestazione, dei movimenti studenteschi. Lo faceva con grande ironia, con un certo distacco e citando immagini e oggetti che oggi non sono più di moda (io la scoprii a 17 anni e dovetti andare da mia madre a farmi spiegare cos’era un Eskimo, per dire). Però ricordo perfettamente che io in quella canzone mi ci ritrovai immediatamente. La storia d’amore raccontata lì dentro in qualche modo era anche la mia, che da poco si era conclusa, così come lo era anche quella di “Farewell”, di “Pennsylvania Ave.” o i turbamenti esistenziali di “Quello che non” (avevo appena scoperto Montale, ritrovai metà di “Ossi di seppia” in quei tre minuti).
La stessa cosa la potrei dire per Fossati, che all’epoca ascoltavo di riflesso (mio padre lo aveva su in loop quando andavamo in vacanza in camper) ma che già mi entrava dentro. De “La costruzione di un amore” non è che capissi molto, però sentivo che in qualche modo mi apparteneva.
Stessa cosa per De Gregori o per De André, anche se quest’ultimo a casa mia non si è mai ascoltato molto. Ma se poi ci spostiamo su Battisti (che era sempre fisso sullo stereo di casa, probabilmente è stata la prima cosa che ho ascoltato quando sono venuto al mondo) il discorso diventa ancora più chiaro. È l’universalità, che parla nei solchi di queste canzoni. Un teenager di adesso magari ci sputa sopra perché non le conosce, perché è abituato ad altro, ma se provate a fargli sentire “I giardini di marzo” e lo aiutate a decifrare certe immagini, sarà davvero difficile che rimanga deluso.
Con questa nuova generazione di cantautori non accade. Sono completamente immersi nel loro tempo, hanno l’ansia di raccontare il loro tempo, di spiegare perché la loro vita è difficile, contro che cosa stanno combattendo, verso quale meta vogliono andare. Lo fanno anche molto bene (seppure ogni tanto abbiano il vizio della retorica e del piangersi un po’ addosso) ma lo fanno utilizzando un codice che solo quelli della loro generazione sono in grado di decifrare.
Mi è piaciuto molto il primo disco di Brunori (e anche il secondo, per la verità) ma lui ha qualche anno in più di me e il mondo in cui siamo cresciuti è lo stesso mondo, anche se lui è di Cosenza e io di Varese. Stessa cosa per Dente, che amo decisamente di meno ma col quale mi trovo in sintonia, sul modo di raccontare i rapporti affettivi.
Vasco Brondi è già diverso: mi piace il suo stile, il suo modo di costruire il testo come un flusso di coscienza che va ad evocare immagini a volte davvero geniali, ma non è roba mia. Mi piace esteticamente ma non riuscirei mai a cantare un suo pezzo con gli occhi chiusi e le lacrime agli occhi. Persino i Non Voglio che Clara, che musicalmente sono quelli che amo di più in assoluto, e che non sono più giovanissimi nemmeno loro, mi fanno un effetto strano, con quella loro aria naïf e un po’ depressa.
Calcutta è tutto questo ma molto di più. Perché Calcutta è arrivato dopo, quando l’effetto sorpresa di questa nuova generazione di artisti si era già esaurito e quindi, suo malgrado, si trova ad imitare dei modelli per così dire di seconda mano.
Quindi io, ascoltando “Gaetano”, non ho potuto non trovarla già sentita. E la sensazione di deja vu, lo dico francamente, non mi ha mai abbandonato per tutta la mezz’ora che dura il disco. Poi, ripeto, è tutto molto bello e magari lo metterò pure tra i dischi migliori dell’anno, però non è roba mia.
Il tizio che fa la svastica in centro a Bologna “solo per litigare” non lo capisco, mi sembra uno scemo. E quello che mangia la pizza a notte fonda e poi dice di volersi guardare “L’ultimo dei Mohicani”… boh, non saprei che dire. E non perché io non abbia mai fatto niente del genere (per la verità ho fatto anche di peggio ma questa è un’altra storia) ma perché poi nella canzone non si va a parare da nessuna parte, c’è una paralisi, una incapacità di vivere, di andare avanti, che io nei grandi degli anni ’70 non ho mai trovato. Non a caso quel “Non ci riesco più” ripetuto ossessivamente alla fine di “Milano” è una delle cose emotivamente più forti dell’intero lavoro.
Probabilmente il punto è proprio questo. Che queste nuove generazioni di artisti parlano sempre e solo di sconfitta, sembrano lamentarsi per il fatto di essere nate in un’epoca in cui tutto è stato consumato e in cui non c’è più niente da prendersi. Domina il lamento, la tristezza, l’immobilismo. Una sorta di versione musicale del “Ci hanno rubato il futuro” che tanto spesso abbiamo visto e sentito negli ultimi, scialbi, cortei giovanili.
Non so, forse sono troppo duro ma mi pare che le cose stiano così. De André e Guccini non erano mica allegri ma erano dei combattenti. Questi ultimi arrivati mi sembra giochino un po’ troppo a fare le vittime, oppure che facciano del vittimismo uno strumento per impreziosire a modo loro la proposta artistica che vogliono comunicare.
La conseguenza di tutto questo è che difficilmente questi dischi per cui oggi spendiamo così tanti elogi, potranno essere capiti tra dieci o vent’anni. Ovviamente spero di sbagliarmi ma ho paura che alla fine andrà così.
Oppure, molto più semplicemente, il problema è solo che certi artisti erano semplicemente più bravi, più dotati, e solo e soltanto per questo sono riusciti ad arrivare fino a noi e a durare tutto questo tempo. Dopotutto in letteratura non a caso si parla di “classico”: ci sarà pure una ragione se il nome di Dante Alighieri ancora oggi dice tante cose a chiunque mentre di Albertino Mussato non si ricordano quasi nemmeno più gli studiosi.
Detto questo, io Calcutta andrò a vederlo. E spero vivamente che faccia un gran concerto.
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