Pubblicato su ilsussidiario.net, 11 dicembre 2015
“The Ties That Bind – The River Collection”, il cofanetto celebrativo di “The River”, arriva esattamente cinque anni dopo quello di “Darkness On The Edge Of Town”, ancora una volta perfettamente in tempo per essere usato come regalo di Natale.
Era atteso, questo prodotto, forse molto più atteso del precedente, che pure era stato preceduto da una ridda infinita di voci, previsioni e aspettative. Il motivo sta sicuramente nell’importanza storica del disco, che fa parte, assieme a “Born to Run” e al già citato “Darkness”, di una ideale trilogia che ha visto il cantante del New Jersey all’apice assoluto della sua creatività, un livello che non si è mai più ripetuto, almeno non in ambito rock (“Nebraska”, infatti, costituisce storia a sé).
Ma c’è un’altra ragione dietro a questa attesa: il biennio 1979-80 è stato forse il più prolifico per Springsteen, dal punto di vista creativo. Sono noti i divertenti aneddoti di una E Street Band sull’orlo della disperazione, allorché quasi ogni giorno, durante le infinite session di lavorazione per il disco, il loro capo arrivava con una o due canzoni nuove di zecca pronte per essere provate.
C’era dunque la speranza che vi fossero ancora parecchie gemme nascoste negli archivi, considerato anche che l’uscita di “Tracks”, ormai diciassette anni fa, era stata accompagnata dall’affermazione secondo cui ci sarebbe stato ancora molto materiale da rendere disponibile.
Detto fatto, eccoci qui. Nel momento in cui scrivo il cofanetto in questione è uscito da un paio di giorni, i suoi contenuti sono noti ormai da quasi due mesi, ragion per cui mi sembra inutile perdere tempo dando informazioni che chiunque può reperire dovunque in rete.
Aggiungo anche che non ho l’oggetto tra le mani, non avendolo ancora acquistato, quindi non posso neppure discutere sulla bontà di tutti i contenuti. Bontà che, peraltro, qualunque persona dotata di orecchie e di un minimo di senso critico, potrà benissimo valutare da sola.
In questa sede vorrei dunque solo prendermi lo spazio per qualche breve riflessione, io che ho amato e amo Springsteen da poco tempo, se mi si paragona ad altri più solidi e competenti appassionati.
Partiamo dall’idea del prodotto in sé. Discutere se sia utile o meno è assolutamente superfluo. Ricordiamo per l’ennesima volta questa ovvietà: oggi la musica in supporto fisico non vende più. Se si eccettuano casi eclatanti, che sfuggono ad ogni logica, come quello di Adele (ci ho appena scritto sopra un pezzo, inutile ripetermi) o certi fenomeni di nicchia ma comunque consistenti come la nostrana scena Hip Pop, le nuove uscite in cd vengono poco o pochissimo, tanto che anche i grandi nomi risultano in caduta libera.
Ora, le giovani generazioni sono figlie dell’ascolto compulsivo e distratto da mp3 per cui non sanno neppure cosa sia un album, figurarsi acquistarne uno in un negozio!
Di conseguenza, chi sono le uniche persone rimaste a tirare ancora fuori soldi per un prodotto che si possa toccare e annusare, oltre che ascoltare? Ovviamente la mia generazione (quella nata alla fine degli anni ’70) e tutte quelle precedenti, che sono quelle che si spera lavorino e che quindi hanno pure un po’ di soldi da spendere.
Ma non si può chiedere ad un quarantenne, ad un cinquantenne o ad un sessantenne, di stare dietro alle nuove uscite: nella maggior parte dei casi la scoperta di nuova musica non interessa, sono in quella fase della vita in cui si preferisce guardarsi indietro, cercare sicurezza nelle cose con le quali si è cresciuti e con le quali si ha un rapporto di confidenza.
Ecco allora arrivare le ristampe, i cofanetti in edizione deluxe, i dischi aggiuntivi con i nuovi remix, le versioni demo, i booklet con le foto inedite, le nuove note di copertina, ecc.
Come diceva Simon Reynolds, quando era giovane lui (primi anni ’80), le ristampe non esistevano semplicemente perché c’era troppa roba nuova da ascoltare.
Oggi di roba da ascoltare ce n’è ancora tantissima ma chi avrebbe tempo di farlo non ha mai ricevuto l’educazione necessaria. Ecco dunque che l’unico modo di tenere in piedi l’industria discografica è trovare sempre nuovi motivi di interesse per dischi e artisti che da anni sono stati consegnati al passato.
Le recenti operazioni di deluxe edition dei classici di Bruce Springsteen vanno esattamente nella stessa direzione. Sono figlie del loro tempo e come tali vanno guardate.
Allora che cosa dire di questo “The Ties That Bind”? Di motivi di interesse ce ne sono molti ma, parlando sinceramente, mi sarei aspettato qualcosina di più.
Sulle outtakes non avevo molte aspettative: nel 1998, lo dicevo, è uscito “Tracks” e lì di cose ne sono state messe parecchie. Ci sono stati i soliti fan della prima ora e i soliti lamentosi di professione che sono riusciti a trovare il pelo nell’uovo anche in quel lavoro, ma la verità è che, fossero noti o non noti in precedenza tramite Bootleg, quei quattro cd presentavano almeno quaranta canzoni di livello altissimo, che avrebbero potuto stare su qualunque disco dal quale fossero state escluse all’epoca, contribuendo in tanti casi anche a migliorarlo.
Da allora la domanda è sempre stata la stessa: c’è in giro altra roba? Gli appassionati giuravano di sì, io stesso, che non sono a certi livelli, mi ero imbattuto in almeno una decina di brani che avrebbero meritato la pubblicazione immediata. Era del resto abbastanza naturale che, fiutato il periodo, l’entourage del Boss si fosse tenuto da parte un po’ di cose da buttare fuori al momento opportuno. Io credo però (e secondo me lo credono anche i fan più sfegatati) che il grosso della roba ce l’abbiamo già.
Le cose migliori sono già state pubblicate, il barile non ha ancora scoperto il fondo ma ci stiamo avvicinando: il famoso cd di rarità pubblicato come appendice della raccolta “The Essential Bruce Springsteen”, ancora più di dieci anni fa, non aveva rivelato chissà quali gemme.
E la stessa cosa si può dire del doppio “The Promise”, che conteneva le outtakes di “Darkness On The Edge Of Town” e che era stato incluso nel cofanetto del 2010: a parte un paio di brani decisamente belli, gli altri erano evidentemente bozzetti tirati a lucido per l’occasione o comunque cose che avrebbero potuto interessare solo i maniaci della filologia.
Sfatiamo il mito di Bruce Springsteen come re Mida del songwriting, quindi: comporre tre canzoni al giorno per cinque mesi di fila non significa per forza di cose che tutto quello che ne esce sia degno di pubblicazione. Che tra il 1977 e il 1980 fosse prolifico e che il suo livello medio di scrittura fosse molto alto, mi pare assodato. Ma scriveva anche cose di getto, che spesso erano provini, esperimenti per delle idee che poi magari venivano utilizzati per altre canzoni. Oppure semplici flussi di coscienza, testi improvvisati su un giro di accordi con la band che gli andava dietro producendosi in accompagnamenti standard.
Ecco, le session di “The River” contengono anche materiale così. Le cose migliori sono state già pubblicate su “Tracks” e, vado a memoria, occupano quasi tutto il secondo cd, che ho sempre considerato il migliore dei quattro. Con tutte le canzoni contenute lì dentro, Bruce avrebbe potuto farci altri due album, e sarebbero stati considerati altri due capolavori.
Adesso la scelta è stata quella di inserire in questo nuovo cofanetto anche queste canzoni che sono note e stranote da tempo. Si tratta di undici brani in tutto, due dei quali erano stati pubblicati in precedenza sul bonus cd dell’Essential. Perché riproporle, dunque? Indubbiamente c’entra il criterio filologico, la volontà di rendere disponibile in uno stesso prodotto tutto quanto fu concepito durante il periodo di lavorazione di quel disco. Eppure qualcosa stona, soprattutto perché le versioni, al netto di qualche ripulitura del suono, sembrano essere le stesse ascoltate anni fa.
Poi ci sono i brani effettivamente inediti, che sono in tutto undici, anche se “Paradise by The C”, uno strumentale piuttosto insignificante, era già stato pubblicato in versione live nel 1986.
Soprassedendo sul fatto che alcuni di questi siano stati ritoccati e in alcuni casi addirittura ricantati (è stato ammesso pubblicamente e non credo ci sia da scandalizzarsi), il mio parere è che siano di livello decisamente superiore a quelli pubblicati cinque anni fa su “The Promise”.
Qualunque confronto con le varie “Restless Nights”, “Roulette”, “Dollhouse”, “Where The Bands Are” e tutte le altre sarebbe assolutamente impietoso, eppure se prese singolarmente non sfigurano: le bordate di rock epico di “Meet Me in The City” o “Little White Lies” (quest’ultima sembra costituire lo schizzo da cui poi sarebbe nata “Roulette”), il divertissement di “Party Light” (possibile primo embrione di “Out In The Street” o la tetra melancolia di “Stray Bullet” (anche qui, possibile bozzetto per “Point Blank” o comunque un brano ad essa riconducibile, visto che quella appena citata era già stata ultimata è suonata live nel 1978), sono episodi di tutto rispetto, che certo hanno fatto bene a rimanere nascoste fino ad ora, ma che acquistano tutto il loro senso e impreziosiscono un prodotto fatto ad uso e consumo dei fan e dei completisti.
Meno riuscite “The Time That Never Was” o “The Man Who Got Away”, che sembrano più improvvisazioni su un canovaccio fisso, piuttosto che brani veri e propri. Non male invece “Chain Lightning”, che fa il verso a “My Sharona” e che sembra avere un buon potenziale live (chissà se verrà ripescata per l’imminente tour”). Poi c’è “Mr. Outside”, che non è niente di più che una demo registrata in casa, con il solo accompagnamento della chitarra acustica. È stata resa pubblica e non ci lamentiamo, ma non è uno scandalo affermare che non si tratta di nulla di significativo.
La cosa più interessante di questa corposa uscita è però il terzo dischetto di questa raccolta (o il primo, non so come siano stati confezionati): stiamo parlando del cosiddetto “The River: Single Album”. La storia è semplice: a quanto pare nel 1979 Bruce Springsteen aveva già deciso che il suo nuovo disco si sarebbe intitolato “The Ties That Bind”, avrebbe contenuto dieci brani e che sarebbe uscito nel corso dell’anno. I master originali erano stati consegnati alla Columbia ma poi, all’ultimo momento, si bloccò tutto. Il suo autore continuava a comporre pezzi e pensò dunque di tornare in studio a registrare altra roba, modificando la tracklist di un lavoro che stava cominciando a sembrargli non perfettamente a fuoco.
Questa storia è stata raccontata in questi mesi, onestamente non ricordo se circolava già prima (di sicuro non ne parla Christopher Sandford, uno dei suoi principali biografi), ma non escludo sia andata davvero così, visto che la prolificità del ragazzo di Asbury Park era davvero notevole.
Ad ogni modo, questo cd ci restituisce “The River” per come sarebbe dovuto uscire. E, diciamolo subito, per come per fortuna non è uscito.
Il suo autore ci aveva visto giusto a bloccare tutto: rispetto a “Darkness On The Edge Of Town”, infatti, qui siamo di fronte ad un lavoro che contiene sì bellissime canzoni, ma che non aveva affatto un’omogeneità interna. L’apertura era la stessa che poi avremmo conosciuto, quella “The Ties That Bind” così potente, incalzante, ideale per inaugurare un album ma anche, con il suo testo incentrato sui legami personali con cui ciascuno di noi deve fare i conti, perfetto per un disco che nella sua versione definitiva, sarebbe ruotato attorno ai rapporti famigliari. “Hungry Heart” e   “The River” erano ben presenti e costituivano già l’ossatura portante del lavoro. C’era già anche “Stolen Car”, ma in una versione diversa rispetto a quella poi scelta come definitiva (anche se bisogna dire che la migliore di tutte è ancora una volta una di quelle scartate, vale a dire quella poi pubblicata su “Tracks”.). “You can Look (But You Better Not Touch)” è in realtà un’altra canzone: il testo è più o meno quello ma musicalmente è uno scatenato rock and roll anni ’50 assolutamente standard, assolutamente inutile e pure fuori posto in mezzo a pezzi di tutt’altra atmosfera.
Notevoli le prime versioni di due ballate romantiche come “The Price You Pay” (qui molto più piena come arrangiamento e molto meno triste di quella che avremmo ascoltato un anno dopo) e “I Wanna Marry You”, posizionate verso la fine, l’una accanto all’altra, a creare una continuità di atmosfere.
Ci sono poi tre pezzi che non sarebbero rimasti nell’edizione definitiva: “Cindy”, unico brano totalmente inedito di questo cd (circolava comunque da tempo su vari bootleg), un pop romantico e divertente, una sorta di “Sherry Darling” ma in versione soft. Poi “Be True”, anche qui una scintillante pop song col piano in evidenza e un bellissimo assolo di sax, un brano che sarebbe stato rispolverato nel 1988, prima di finire su “Tracks” dieci anni dopo, e da allora eseguito non così raramente dal vivo. Un grande singolo mancato, a parere di chi scrive, e che giustamente ha saputo prendersi la sua rivincita.
Stesso discorso si può fare per “Loose Ends”, diventata forse la più famosa tra le tracce “dimenticate” di Bruce. Una canzone che, a sorpresa, era stata pensata per chiudere il disco e dico a sorpresa perché ascoltandola in questa veste, l’ho trovata decisamente fuori posto.
Una ragione in più per ribadire che mai decisone fu più saggia del decidere di ritornare in studio ad assemblare nuovo materiale. Non lo avesse fatto, probabilmente sarebbe cambiato poco in termini di successo (“Hungry Heart” e “The River” avrebbero lo stesso trascinato il disco, per non parlare poi degli altri brani, la stragrande maggioranza dei quali di altissimo livello). Quel che sarebbe mancato, sarebbe stato un disco ampio, narrativo e coeso come quello che è poi effettivamente uscito.
Il formato doppio ha infatti permesso a “The River” di articolarsi meglio, sviluppando un filone musicale che si muoveva perfettamente a metà strada tra brani scanzonati e perfettamente Old School (perfette, da questo punto di vista, “Cadillac Ranch” e “Ramrod” ma anche l’inno “Out in the Street”, diventato immediatamente un classico) e ballate pianistiche sognanti, malinconiche e anche parecchio disilluse.
Ma in terza posizione nel primo disco c’era anche un pezzo tirato ed epico come “Jackson Cage”, degno figlio della rabbia di “Darkness” e ideale ponte con questo nuovo lavoro.
Proprio ascoltando questa canzone (che per inciso è una delle mie preferite di sempre), verrebbe da dire che ci sia stato qualche errore nella compilazione della tracklist. “Crush On You” e “I’m a Rocker” sono certamente superflue e un qualsiasi titolo tra “Where The Bands Are”, “I Wanna Be With You”, “Take ‘em As They Come” e gli altri pezzi già inclusi in “Tracks”, avrebbe reso questo disco ancora superiore rispetto a quello che già è.
Ma anche così, c’è da ringraziare per quell’anno di ritardo: non avremmo mai avuto “Drive All Night”, altrimenti. E “Point Blank” sarebbe probabilmente divenuta l’outtake più amata da tutti gli springsteeniani del pianeta.
“The River”, a 35 anni dalla sua uscita (questa volta un anniversario “tondo” è stato rispettato) rimane dunque l’ultimo, grande capolavoro dello Springsteen rock. Un lavoro che arrivò nella fase forse più buia della sua vita, quando la sua carriera stava andando alla grande, ma la sua vita personale appariva persa in quel paradosso di cui parla nel documentario realizzato per l’occasione. A 31 anni, questo giovane uomo si sentiva ancora confuso e fragile, e domandava una relazione stabile che desse un senso alla sua esistenza, rendendolo più certo di quello che era. È l’amore vero, eterno, lo spirito che aleggia con più prepotenza nei testi di questo album. Non solo per la inesauribile domanda della title track (“Un sogno che non si avvera è una bugia, o è qualcosa di più, che mi trascina verso il fiume, anche se so che il fiume è asciutto?”) ma anche per la dolce serenata di “I Wanna Marry You” (“Dolcezza, io non voglio tarparti le ali ma arriva un momento in cui due persone devono pensare a certe cose, sistemarsi una casa, avere una famiglia, affrontare le responsabilità. Dicono che alla fine l’amore prevale ma non sempre l’amore ha il finale delle favole. È esagerato dire che farò avverare tutti i tuoi sogni ma metterò le ali ad alcuni di loro”.) o per la scongiurata preghiera di “Fade Away” (“Adesso ragazza non voglio essere soltanto un altro inutile ricordo che ti teneva stretta o qualche altro fantasma là fuori sulla strada con il quale ti fermi a parlare educatamente e che poi svanisce nella notte”). Il Bruce Springsteen di “The River” è un uomo che chiede di esistere, ora e più che mai.
Adesso che ha 66 anni e che da tempo ha trovato tutto quello che cercava, è bello che possa guardare indietro e dare ai fan quello che i fan vogliono in questo 2015.
E allora lamentiamoci pure che i brani inediti non sono belli come speravamo, che il filmato del leggendario concerto di Tempe durerà pure due ore e quaranta ma comunque è privo di otto canzoni dalla setlist originale. Lamentiamoci anche del fatto che non sia stato incluso il concerto del 2009 al Madison Square Garden, quando per l’occasione suonò tutto il disco per intero.
Ecco, lamentiamoci pure. In tanti, in queste ore, si stanno lamentando anche per motivi più futili. Lamentiamoci, che tanto sappiamo già come andrà a finire. Quelli che non hanno scucito i soldi il 4 dicembre, lo faranno la prossima settimana o al più tardi aspetteranno Natale. Presto o tardi che sia, “The Ties That Bind” ce lo porteremo a casa tutti. È così che deve andare.
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