La notizia del giornalista di non so quale testata americana che aveva già recensito il disco di Rhianna prima ancora che uscisse è vecchia, non vale la pena di commentarla.
Però stanotte, non so perché, mi è ritornata in mente e ho deciso che questa cosa la volevo dire.
È una cosa banale, l’hanno già detto in tanti ma stanotte, mentre mi alzavo per andare in bagno ho pensato che meritava di essere detto un’altra volta.
Il giornalismo musicale non ha più nessun senso. Qualcuno lo fa ancora di professione e riesce a portare a casa abbastanza da potersi mantenere, va bene così.
Ma in sé e per sé scrivere dei dischi, parlare dei concerti, intervistare i gruppi… tutte cose inutili, oramai.
Perché? Anche qui, lo si è detto tante volte, ma lo ridico perché mai come in questo periodo ne sono convinto anch’io.
Innanzitutto qualunque cosa esca sul mercato è disponibile in rete per l’ascolto, in streaming o in download, gratuito o illegale. Se un tempo si aspettava l’esperto di turno per capire se un disco valeva la pena o meno di essere comprato, adesso lo possiamo giudicare noi con le nostre orecchie.
Ne deriva un’importante conseguenza: potendo giudicare noi con le nostre orecchie, se ci troviamo in disaccordo con l’esperto di turno (che nel frattempo ha continuato a scrivere perché lo pagano o perché gli piace) ci terremo a far sapere che il nostro parere è meglio del suo. Oggi grazie alla rete, abbiamo a disposizione una vetrina pubblica pressoché illimitata e i nostri pareri potrebbero anche essere letti da più persone rispetto a quelli dell’esperto di turno. Perché rinunciare a questo momento di gloria che ci sembra così dovuto?
Seconda cosa. Siamo nell’era dell’informazione senza filtri e senza limiti. Di qualunque cosa abbiamo bisogno, la possiamo trovare online nel giro di qualche secondo. Verifiche? Controllo qualità? Non è necessario. Se una cosa si trova, vuol dire che è vera.
E se posso racimolare dati in un nanosecondo, perché dovrei sbattermi per scrivere qualcosa di elaborato, ragionando, soppesando, giudicando?
Siamo nell’era in cui scriviamo le parole sui motori di ricerca senza preoccuparci dell’ortografia: Google è più intelligente di te e capisce prima che cosa avevi intenzione di scrivere.
Siamo nell’era in cui i politici preparano i loro discorsi copiando e incollando da Wikipedia (qualcuno lo hanno beccato, ricordo di aver letto una notizia un paio di anni fa).
Quindi, perché il giornalista professionista di una più o meno celebre testata, dovrebbe mettersi ad ascoltare e ad analizzare il nuovo album di Rhianna? Basta elencare le canzoni, i featuring, citare qualcuna delle strofe più scabrose, e il gioco è fatto. Basta copiare un comunicato stampa, perché sbattersi di più? Tanto nessuno leggerà la nostra accuratissima analisi, lo ascolteranno tutti da Spotify e poi, dopo circa quaranta secondi del primo pezzo, inizieranno a postare status su Facebook.
Questo è ormai il mondo in cui viviamo. Un mondo dove, tra le altre cose, la gente va ad un dj set di Fedez convinta di vedere un concerto e si incazza perché ha cantato “cinque canzoni in playback”. E i giornali riportano la notizia esattamente così, facendo dunque passare l’idea che il rapper sia un farabutto truffatore.
Capite? Siamo in questo mondo qua, in cui non solo il pubblico è talmente ignorante da non capire la differenza tra concerto e dj set (ma vabbeh, fin qui passiamo) ma dove persino i giornali si sottomettono a questo clamoroso vuoto di conoscenza e confezionano la notizia per far passare la verità che a loro piace di più.
In tutto questo, io non so perché vado avanti. Probabilmente perché tutte le volte che provo a smettere, resisto un paio di giorni e poi ricomincio. Basta questo? Non credo proprio. Ma per il momento ce lo facciamo bastare.
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