Jim Kerr parla un discreto italiano e poco prima di “Mandela Day” (pezzo piuttosto debole, per la verità, peccato che a partire dall’altra sera a Parigi sia stato aggiunto rubando il posto ad “Hunter And The Hunted”) ci dice che questo è il momento di cantare e ballare insieme per “dimenticare tutta questa merda”. No, purtroppo non servirà. Non potrà mai essere così semplice, dimenticare quello che è successo solo una settimana fa, proprio durante un momento come questo. Non solo perché la tragedia francese è solo un episodio, benché tra i più gravi, di una vicenda che purtroppo non si concluderà nell’immediato futuro. Ma anche perché la musica, per quanto possa essere meravigliosa, non ha nessun potere salvifico. Ci vuole ben altro per tirarci fuori da qui, ma questo blog si occupa di cose ben più triviali e io non sono certo la persona giusta per dire cose profonde.
Torniamo ai Simple Minds, dunque. Il concerto del Forum arriva giusto giusto per darmi l’occasione di vederli dal vivo, io che me li sono persi negli ultimi due recenti passaggi in Italia, gli unici in cui ci sarei andato più che volentieri.
Tra le grandi band degli anni ’80, quelle che macinavano milioni di dollari con una noncuranza e facilità imbarazzanti, gli scozzesi sono forse quelli che sono invecchiati peggio. Hanno forse sbagliato un po’ troppi dischi negli anni recenti e il loro sound sembra essere passato di moda più in fretta di quello dei Depeche Mode, giusto per fare un esempio.
Avevano giocato anche loro la carta dell’amarcord, piuttosto inevitabile in questi tempi di vacche magre, con un tour in cui proponevano il meglio dei loro primi cinque dischi, per chi scrive indubbiamente i migliori, quelli che già da soli sarebbero bastati per consegnarli alla storia.
In quell’occasione avevano riempito l’Alcatraz ma non erano andati oltre. Ora, a un paio d’anni dal Greatest Hits di rito, è uscito “Big Music”, un lavoro molto solido, neanche troppo datato nei suoni, che ha riscosso buoni consensi e ce li ha restituiti come li avremmo da tempo voluti vedere.
Certo, se pensiamo che riempivano San Siro negli stessi anni del Bruce Springsteen di “Born In The Usa”, risulterà facile capire che è ormai impossibile che tornino a certi livelli. In ogni caso, la data del Forum d’Assago, l’unica nel nostro paese, si presenta ben affollata, seppure con qualche vuoto deprimente nel parterre.
L’attacco, affidato all’accoppiata “Waterfront”/Up On The Catwalk”, fa capire che si vuole innanzitutto giocare facile. È il tour di “Big Music”, certamente, ma quando hai una carriera così non punti sul nuovo disco, per quanto bello e riuscito possa essere.
Naturale quindi che lo show di questa sera, così come gli altri che lo hanno preceduto, sia stato una vera e propria celebrazione della carriera della band. Si inizia quindi con “Sparkle In The Rain, il disco del 1984 che ne ha sancito per la prima volta l’esplosione commerciale, tagliando completamente i ponti con i passato colorato di New Wave degli esordi.
Io, che sono in effetti fatto un po’ male, amo molto di più quella fase della storia della band. Mi sono perso la tournée di 5X5 e quindi ora avrei poco da lamentarmi ma per me, che considero tuttora “Life in a Day” un disco al limite della perfezione, è stato un po’ un colpo al cuore vedere che i cinque non sono andati più indietro di “Empires And Dance”, nel loro ripescaggio di brani del passato. “Celebrate”, eseguita tra le prime in scaletta e la gelida e marziale “This Fear of Gods” mi hanno peraltro entusiasmato tantissimo anche se un po’ si è avvertito che col sound attuale della band c’entravano poco.
Sul palco, peraltro, funziona tutto benissimo: la sezione ritmica è quadrata e potente, merito soprattutto di un Mel Gaynor alla batteria che ho trovato in stato di grazia. Le tastiere hanno ovviamente il loro peso e Andy Gillespie, ormai nella band da dieci anni, ha dimostrato di reggerlo più che bene. Alla chitarra troviamo Charlie Burchill, l’unico superstite assieme a Kerr della formazione originale. Ha un bellissimo tocco ed è importante soprattutto nei soli, per il resto il suo è uno show poco appariscente ma assolutamente fondamentale soprattutto quando, e accade in diverse occasioni, rimane in sottofondo a fare da solida base per le tastiere.
In questo tour i Simple Minds sono affiancati da due voci femminili: Sarah Brown e Catherine AD, con quest’ultima importante aiuto anche alla chitarra e alle tastiere. Le voci femminili servono a sostenere la voce di Kerr, che è solida ma ovviamente non più come ai vecchi tempi e che tende a stancarsi un po’ nel finale. Ma si prendono anche il loro spazio da sole, con Catherine che, seduta alla tastiera, esegue una intensa “Rivers of Ice” o Sarah che introduce “Book of Brilliant Things” proprio all’inizio del secondo set.
Già, perché l’idea (sciagurata, a parere di chi scrive) è che a questo giro il concerto sarà articolato in due parti, più o meno da un’ora ciascuna, con un intervallo in mezzo che avrebbe dovuto essere di quindici minuti ma che si è alla fine rivelato molto più lungo.
Scelta sciagurata perché la prima parte dello show è filata via liscia, potente e compatta, con una band che appariva inarrestabile nello sciorinare un classico dietro l’altro e dove la nuova “Blindfolded”, unico estratto da “Big Music”, è apparsa splendida e pienamente inserita tra le cose più valide.
Poi c’è che il mega hit “(Don’t You) Forget About Me”, lo suonano proprio in conclusione di questa sezione, tirandola in lungo anche fin troppo, con tutti quelli “Oh oh” che andranno anche bene per i fan sfegatati ma io ho passato da un pezzo il periodo in cui mi divertivo così.
Di ritorno dal break, un po’ perché la tensione in qualche modo è sfumata, un po’ perché quel che è successo nella prima ora di per sé poteva anche bastare, non è più come prima.
A livello di tensione, però. Perché qualitativamente siamo sempre su livelli altissimi: “Book of Brilliant Things” è venuta fuori un po’ moscia, ma già “This Fear Of Gods” è una di quelle cose per cui mettersi a urlare invasati.
Poi altri due pezzi nuovi come “Honest Town” e “Midnight Walking”, che mi hanno confermato nell’opinione che il nuovo disco sia proprio un bel disco.
E ancora tanti, tantissimi classici. Ma a parte “Someone Somewhere in Summertime”, che ha effettivamente una marcia in più, le restanti hit, sciorinate una dietro l’altra con noncuranza e una certa prevedibilità, piacciono ma danno un po’ l’idea di pilota automatico.
Rimane comunque il solito discorso da fare: per chi non ha vissuto quegli anni, la possibilità di vedere una band storica come la loro, lontana dal periodo migliore ma pur sempre molto in forma, va presa al volo. Anche se poi non lo voteremo come concerto dell’anno.
Annunci