Ho letto l’autobiografia di Morrissey. L’ho terminata qualche giorno fa, pesantemente in ritardo sui tempi che mi ero dato. Era uscita due inverni orsono e l’avevo ordinata immediatamente su Amazon, approfittando del prezzo ultra economico, nonostante si trattasse di un libro importato dall’Inghilterra.

Poi però le cose hanno latitato: troppi impegni, troppi altri libri da leggere, ho letto settanta pagine e mi sono arenato. Oltretutto, non ho questa grande conoscenza dell’inglese (pecca grave ma ormai è tardi per rimediare) e non stiamo certo parlando di un testo semplice, dal punto di vista linguistico. Ho semplicemente lasciato perdere.

Però io Morrissey lo amo troppo e non potevo sopportare di vedermi questo libro perennemente sullo scaffale a prendere polvere.

Così, armato di tanta pazienza e ritagliandomi del tempo qua e là, in un paio di mesi sono riuscito a completare la lettura. E mi è sembrato troppo bello per non scriverci sopra niente.

Comincio col dire che io con gli Smiths non ci sono cresciuto e con i dischi solisti del loro cantante, men che meno. Ho dei ricordi vaghi di quando, adolescente metallaro in perenne crisi esistenziale, facevo zapping alla ricerca di video musicali, e periodicamente mi ritrovavo davanti questo bell’uomo brizzolato, leggermente sovrappeso, che cantava canzoni che a me risultavano insopportabilmente melodiche e leggere. Dirò la verità: un po’ il nome, un po’ il look, un po’ il genere, mi sembrava che fosse un residuato bellico degli anni ’60, il bel periodo della musica in bianco e nero e della pace del mondo. E dei Beatles, che all’epoca però erano solo dei cd impolverati nel salotto di casa.

Con gli Smiths sarebbe stato meglio crescerci, per la verità. Quando Johnny Marr fece la famosa dichiarazione secondo cui, dopo il primo disco, si era messo a scrivere i pezzi pensando a come sarebbero suonati nella cameretta dei loro fans, diceva effettivamente una cosa non casuale. Decine di migliaia di adolescenti europei e non solo, avranno effettivamente pianto calde lacrime ascoltando “I know It’s Over”, “Please Please Let Me Get What I Want”, “There is A Light That Never Goes Out” e un sacco di altre cose.

I racconti di solitudine e di desideri frustrati scritti da Morrissey in quel suo meraviglioso inglese più adatto ad un salotto di Oxford che ad un testo rock, hanno saputo fotografare in pieno le sensazioni di una certa fascia di età in cui ci si sente per forza di cosa incompresi dal mondo e in cui quel che si desidera è sempre, necessariamente, di più di quanto si ottiene. Una fascia di età che esisterà sempre, in ogni epoca, ed è probabilmente anche anche la ragione principale per cui gli Smiths sono sempre così attuali.

Comunque, non ero più un ragazzino quando ho scoperto la band di Manchester e neppure è esatto dire che l’ho scoperta: sarebbe più corretto scrivere che me la sono andata a cercare. L’ho cercata perché mi ero letto in rapida successione “Fiction” di David Buckley ed “Exit Music” di Mac Randall, due ottime biografie (probabilmente le migliori, tra quelle tradotte in italiano) rispettivamente di R.E.M e Radiohead. In entrambi i testi gli Smiths venivano citati in maniera tanto frequente che nel giro di poche pagine mi sono sentito un imbecille per il fatto di non averli mai ascoltati.

Da cosa nasce cosa: recupero “Louder Than Bombs”, recupero l’ottima (anche se non totalmente esaustiva) “The Sound of The Smiths”, scatta un amore viscerale, recupero tutta la discografia, divento inesorabilmente addicted.

Stessa cosa per il Morrissey solista, anche se ci ho messo di più e anche se il suo valore artistico è indubbiamente più discontinuo e altalenante.

Gli Smiths rimangono la band definitiva, ad ogni modo, capaci come quasi nessun altro (forse solo i Beatles sono a quei livelli) di tirare fuori canzoni melodicamente perfette, quintessenza di ciò che si intende per “Pop”, con un lavoro di chitarra che definire superlativo potrebbe apparire poco.

Ogni loro canzone trasuda bellezza, anche quelle meno riuscite (che spazzano via lo stesso più della metà del repertorio di mille altre band di successo) e quando si guarda alla loro storia, è davvero incredibile che non abbiano avuto un successo planetario. Ne hanno avuto di successo, questo è ovvio, ma non tutto quello che avrebbero meritato ed è abbastanza significativo che nessuna persona che abbia poca famigliarità con la musica rock, li abbia mai sentiti nominare.

Ad ogni modo, il libro di Morrissey non potevo non leggerlo. E non potevo non scriverne, potete capirmi. Quindi, se dovessi buttare giù qualche riflessione sparsa direi così:

Innanzitutto è un bel libro. Ho letto di gente che diceva il contrario ma, detto tra noi, ho i miei dubbi che l’abbiano effettivamente letto. Certo, io tante cose me le sono perse, sia per il mio pessimo inglese, sia perché se non sei cresciuto nella Manchester degli anni ’70 o se non hai pubblicato una tesi di dottorato sulla produzione cinematografica britannica del secondo dopoguerra, la maggior parte dei riferimenti culturali fatti dall’autore risultano inintelligibili.

Ma al di là di questo, è impossibile non godere dello stile arguto, letterariamente raffinato e ricco di cinismo e humor ma anche, saltuariamente, di toccante e commovente dolcezza, specialmente nella rievocazione degli amici e dei famigliari scomparsi.

E poi bisogna dire che gliel’ha pubblicato la Penguin. Non ne sono sicuro al 100% ma credo che sia l’unico o comunque uno dei pochi titoli non di letteratura ad essere uscito per questa celebre casa editrice. Il che è tutto dire. Perché non solo il buon Moz ha potuto anche solo pensare di chiedere che la sua opera prima uscisse a fianco di gente come Dickens e Chaucher, ma l’ha pure ottenuto ed è anche stato ripagato: il libro ha venduto parecchio, in Gran Bretagna è stato il testo di maggior successo in assoluto tra i libri scritti da musicisti. Solo questo basterebbe a far capire che razza di personaggio abbiamo davanti.

A leggerlo, i contenuti ripagano le aspettative: l’autore non si limita a rievocare la sua infanzia solitaria e infelice ma la inserisce a pieno titolo all’interno dello sviluppo sociale, culturale e urbanistico della Manchester dell’epoca, parlando diffusamente delle sue letture, dei suoi ascolti e delle sue visioni, offrendo dunque un quadro letterario ed artistico piuttosto esaustivo delle principali voci che l’hanno influenzato.

Paradossalmente, ad essere sacrificata è proprio la parte prettamente musicale: perché se si dilunga ampiamente sui concerti di David Bowie, Patti Smith, delle sue adorate New York Dolls e dei Sex Pistols (è stato uno dei pochissimi, tra le future celebrità della scena mancuniana, ad aver visto entrambi gli show tenuti da questi ultimi nella sua città), di sé stesso e di come ha iniziato a cantare, non dice granché.

Ci parla della sua ambizione, del suo desiderio di essere ricordato, l’obiettivo di diventare famoso come l’unica alternativa ad un’esistenza anonima e vuota. Anzi, sembra essere stato proprio questo suo desiderio di essere visto, di essere guardato, l’unico incessante motore della sua carriera di artista.

Da questo punto di vista, non ci rivela nulla di nuovo: negli anni ha rilasciato un sacco di dichiarazioni su questo argomento, è sempre stato piuttosto loquace su questo aspetto della sua interiorità, e anche ora che ha avuto la possibilità di un libro intero a disposizione, si comporta come si è sempre comportato.

Il finale, comunque, è interessante: un lunghissimo racconto (quasi un centinaio di pagine, se non ricordo male) dedicato ai tour di “You Are The Quarry” e “Ringleader Of The Tormentor”, vale a dire due dei suoi più grandi successi commerciali, usciti alla fine degli anni novanta e anche ora insuperati dal punto di vista artistico, almeno dall’umile punto di vista di chi scrive.

È un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, la Svezia, la Finlandia, l’Irlanda, il Regno Unito e paesi “nuovi” come il Messico, dove il nostro si rende conto di avere un pubblico di fan giovane e appassionatissimo (non è un segreto questo: a fine anni ’90 ci furono in effetti alcuni critici che si interrogarono sul motivo dello straordinario successo di questo artista tra i latinoamericani di Los Angeles, dove all’epoca viveva). E la Turchia, dove racconta il divertente episodio di un promoter locale, che gli canta in faccia “Roy’s Keen” (non una delle sue canzoni più famose e neppure una delle migliori, come lo stesso Morrissey ricorda ironico) dicendo che è una delle sue preferite. Il commento a questo aneddoto piuttosto folle è: “Posso rimanere a vivere qui”?

Già, perché se c’è una cosa che balza agli occhi chiarissima dalla lettura di queste quasi cinquecento pagine, è che l’ex Smiths non è mai stato particolarmente libero, nella sua carriera di artista. Libero nel senso che per lui essere amato dai fans ha sempre coinciso, più o meno direttamente, col volere bene a sé stesso, col sentirsi a posto con la vita. Non è un uomo sereno, Stephen Morrissey, probabilmente spesso esagera ma non credo che reciti una commedia. Ha davvero un disperato bisogno di amare e di essere amato. Come tutti, verrebbe da dire; ma sembra che nel suo caso, tante cose della sua vita personale non siano risolte e allora il suo lavoro di musicista assume un valore molto più importante di quello che è per molti suoi colleghi (penso a Bruce Springsteen e a Tom Waits, per scomodare i mostri sacri, ma anche uno come Glen Hansard dovrebbe far capire bene cosa intendo).

Infatti, c’è un unico grande monstrum che aleggia su questo libro: il vittimismo. A prendere tutto alla lettera, ci sarebbe da credere che tutto il mondo rock degli ultimi trent’anni non abbia fatto altro che lavorare per impedire il successo al nostro eroe. Si comincia con gli Smiths (a cui viene dedicato, sorprendentemente o forse no, pochissimo spazio), dove il grande vecchio dietro al complotto sarebbe stato Geoff Travis, reo di non aver creduto abbastanza nel gruppo e nei suoi singoli di successo: al boss della Rough Trade vengono dedicate parole davvero di fuoco e una trafila incessante di aneddoti per dimostrare che a lui, sotto sotto, il gruppo non piaceva e che, nonostante la label abbia potuto avere tutto quel successo solo grazie a loro (enorme fu in effetti il numero dei gruppi meteora messi successivamente sotto contratto nel tentativo di replicare il successo degli originali), non ci sarebbe mai stato alcun segno di gratitudine, nè economica nè personale da parte sua.

Ci sono parole negative anche per John Peel, il leggendario dj britannico che, pure, fece del suo per spingere la band, anche solo se si pensa che “Hatful of Hollow”, una delle loro cose più belle in assoluto, fu in gran parte registrato proprio durante le session alla BBC.

Anche se la palma dell’odio va a NME, accusato di avere orchestrato una vera e propria campagna denigratoria nei suoi confronti, a suon di interviste modificate o palesemente inventate e accuse di razzismo piuttosto pesanti (su queste ultime, in effetti, il giornale ha proprio esagerato, secondo me). A tal proposito c’è tutta una storia sulla bandiera britannica sventolata, se non sbaglio a Glanstobury, che mi piacerebbe davvero raccontare se avessi più spazio, tempo e voglia… Ma tanto ormai questi post non servono a nulla: guardate su Wikipedia che trovate tutto…

Per non parlare poi della carriera solista: dai mancati passaggi in radio agli errori di stampa nei titoli dei dischi, fino alla censura delle copertine, sembra che davvero nessuno se lo volesse tra i piedi. Fa ridere e anche un po’ di tenerezza a leggere tutto questo, personalmente me la sono goduta un sacco nel ritrovare in tutto e per tutto confermato il Morrissey come avevo sempre immaginato di conoscerlo.

Cosa c’è di vero, in tutto questo vittimismo? Sinceramente non sono in grado di dirlo con precisione ma di sicuro qualcosa c’è: è senza dubbio vero che il personaggio non è simpatico a tanta gente, ma bisognerebbe anche vedere la cosa dall’altro punto di vista: quanto dev’essere insopportabile, uno così, da uno a dieci? Del resto ce lo ricordiamo bene, quando venne a Milano l’ultima volta: criticò pesantemente il luogo in cui lo fecero esibire (in questo ebbe ragione, bisogna dirlo) e si “vendicò” con uno show probabilmente un po’ al di sotto delle sue possibilità…

E poi la storia del processo. La conosciamo bene tutti, quindi vado via veloce: Mick Joyce e Andy Rourke (ma soprattutto il primo) citano a giudizio la coppia Morrissey/Marr molti anni dopo lo scioglimento degli Smiths, per presunti diritti d’autore mai pagati.

È di fatto difficilissimo capire come andarono realmente le cose, a meno di non studiare a fondo tutte le carte processuali e se pensate che l’unico che l’ha fatto, John Rogan, è tra tutti i critici musicali quello che più Morrissey vorrebbe uccidere, il quadro non è proprio così lindo.

Io comunque il libro di Rogan non l’ho mai letto e di quel processo so proprio poco anche se, da quel pochissimo che conosco della storia della band, sono portato a credere che Joyce e Rourke avessero torto marcio.

Comunque, a leggere bene l’autobiografia, viene fuori più o meno una cosa di questo tipo: Joyce, Rourke e alcuni avvocati, con la complicità di un giudice mefistofelico e assetato di celebrità (curioso che lo dipinga esattamente come quello che più di un secolo prima condannò il suo idolo Oscar Wilde per omosessualità) si misero d’accordo per spillare a Morrissey quanti più soldi possibile, con la complicità degli avvocati di Johnny Marr, il quale sarebbe stato anche lui la parte lesa ma di fatto ne sarebbe uscito molto meglio, complice anche la stampa, che faceva di tutto per raccontare quel caso come un caso contro la persona stessa del singer. Il tutto con una serie di errori processuali e assurdità nella lettura dei documenti e nell’interpretazione delle testimonianze da parte della Corte che, davvero, si fa molta fatica a pensare che sia andata esattamente così.

Ma al di là di quale sia la verità, al racconto del processo è dedicato un buon terzo del libro, forse anche di più. Se Morrissey attribuisce così tanta importanza a questa vicenda, cosa dovremmo pensare? Cosa ci dovrebbe dire questo di lui?

E poi c’è il tanto vituperato tema affettivo. Il cantante è sempre stato bravissimo nel celare la sua vita privata allo sguardo avido e morboso dei giornalisti. Si è sempre vociferato che fosse omosessuale e lui stesso, tra testi e interviste, ci ha sempre provato un certo gusto a lasciare spazio al dubbio. Di fatto però, ha sempre insistito sul suo solipsismo, sulla sua condizione di totale privazione affettiva, addirittura lasciando qualche volta intendere di non avere mai avuto (o quasi) una vita sessuale.

Ecco, nemmeno qui si sbottona più di tanto, e da questo punto di vista credo che certi titoli usciti due anni fa del tipo “Morrissey rivela ufficialmente di aver avuto una relazione omosessuale” siano quanto meno fuorvianti ed esclusivamente “acchiappa click”. Della sua amicizia profonda con un fotografo il cui nome ora mi sfugge (e che non voglio andare a cercare perché non mi interessano queste cose) qualche cosa di più viene fatto intuire ma nulla, anche questa volta, viene detto esplicitamente. E lasciatemi dire che sono contento: personalmente odio le autobiografie zeppe di dettagli atti solo ad alimentare il gossip e ho sempre avuto una grande ammirazione per quegli artisti che sanno difendere la loro vita privata.

E del suo veganesimo fanatico al limite della patologia mentale? Anche di questo c’è poco, per fortuna. Dico “per fortuna” perché non sopporto questa sorta di culto gnostico del XXI secolo anche se, bisogna dirlo, il nostro autore ha iniziato certe scelte e certe battaglie in un’epoca assolutamente non sospetta. Di animali si parla dunque poco e mi ha fatto piacere. Adoro quest’uomo e ho già dichiarato altrove che per quanto mi riguarda può dire quello che vuole (anche insultare mia madre, forse) e io continuerei ad idolatrarlo alla follia.

Già, e qui veniamo a noi. Perché Morrissey è probabilmente l’ultimo artista che, pur scoperto in un’età in cui si è troppo grandi per sviluppare attaccamenti affettivi ai personaggi dello spettacolo, mi sono comunque messo a seguire assiduamente, più o meno con la stesso livello di ostinazione che da adolescente riservavo ai vari Bruce Dickinson, Axl Rose e Michael Kiske, con le dovute differenze nella modalità, visto che adesso sono adulto e un attimino più equilibrato (più o meno).

È stato bellissimo leggere questo libro, dunque. E le considerazioni che ho svolto in questo post non sono critiche, sono semplicemente osservazioni che qualunque altro lettore più o meno consapevole come il sottoscritto, non potrebbe evitare di fare.

Ed è inutile dire che tutti i suoi fan, ma non solo, dovrebbero leggerlo. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che amano la musica rock perché, contrariamente a quello che il diretto interessato ha cercato di farci credere in quasi ogni pagina, non esiste quasi nessun artista che come lui abbia raggiunto questo status di icona. E non essere riusciti ad andarlo a vedere a Cesena è stato come un colpo al cuore, davvero.

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