La Dave Matthews Band credo di averla scoperta nel 2002 o giù di lì. Un amico mi fece ascoltare “Before These Crowded Streets”, raccontandomi di questa band americana così particolare, famosissima in America ma ben poco conosciuta in Europa, che sua sorella amava alla follia, al punto di aver programmato il viaggio di nozze negli Stati Uniti in modo che si incrociasse con un loro concerto. Il disco mi piacque molto perché non era poi così lontano da tante delle cose che ascoltavo all’epoca ma allo stesso tempo non era per nulla inquadrabile in una dimensione definita. C’era molta epicità, un po’ di drammaticità, c’erano cose allegre e altre che mi sembravano decisamente schizofreniche. Poi queste parti strumentali molto lunghe e molto belle che, il mio amico giurava, dal vivo duravano molto di più ed erano proprio il loro valore aggiunto.

Mi masterizzai il disco, fotocopiai pure a colori la copertina, lo tenni nella mia collezione e lo ascoltai abbastanza. Poi però la cosa finì lì. C’era già troppa roba all’epoca per pensare di star dietro a tutto. Li archiviai, semplicemente.

Nell’estate del 2004 feci il mio primo viaggio negli Stati Uniti e credo che visitai più negozi di dischi che musei. E di musei, sulla East Coast, ce ne sono tanti. E a me piace andare per musei. Comunque, nell’East Village a New York scovai un bel negozio di cd e vinili usati aperto tutta notte e ci passai un bel po’ di ore. Fu lì che mi ricordai di loro: acquistai per pochi dollari “Everyday”, che già mi avevano avvisato essere un disco controverso, la produzione di Glen Ballard, il suono più leggero, le canzoni più commerciali, ecc. Poche balle, “The Space Between”, che avevo sentito da qualche parte qualche tempo prima, mi aveva semplicemente folgorato.


Comprai quel disco e poi mi buttai anche su “Crash”, che sapevo essere il disco della consacrazione. Ci aggiunsi anche “Remember Two Things”, il loro disco d’esordio, alcuni dei brani del quale sarebbero poi stati ripresi nel successivo “Under Table And Dreaming”.

Niente “Busted Stuff”, quello che all’epoca era ancora il loro ultimo lavoro, registrato quasi sotto il diktat dei fans più affezionati, dopo che alcuni nastri coi demo di quelle canzoni, a cui la band lavorava nel periodo di “Everyday”, erano trapelate in rete rivelando tutto il loro valore.

Non c’era una copia a basso costo e quindi mi accontentai di quei tre.

Ma poi per molti anni non pensai più a Dave Matthews e alla sua band. Venne pure in Italia, nel 2009 a Lucca e poi ci tornò ancora, al Forum d’Assago, forse l’anno dopo. Non andai nessuna delle due volte. Perché? Non ricordo di preciso ma non è importante saperlo: se non faccio carte false per andare ad un concerto, vuol dire semplicemente che non mi interessa.


Del resto mi ero perso “Stand Up” (anche se forse feci bene, vista la natura delle composizioni di quell’album) e anche “Big Whiskey and The Groogrux King” che invece è molto più riuscito.

Poi un giorno prendo il nuovo numero di Jam (quanti dischi mi ha fatto scoprire quella rivista e che peccato che non ci sia più. Ha colmato anni e anni della mia ignoranza musicale, facendola diventare un po’ meno peggio di quello che è adesso) e ci trovo la recensione di “Away From The World”. E qui li riprendo in mano. Gran bel disco, davvero gran bel disco, potente, vario, ispirato. Forse un po’ meno epico e un po’ meno sperimentale dei primi lavori, un pochino più prevedibile, forse, ma comunque dotato di un songwriting di prima qualità, a dimostrazione che il buon vecchio Dave non aveva perso il suo smalto.

E così, infine, decido di andarci, da Dave Matthews. Ho comprato il biglietto quest’estate, erano forse i primi di agosto. In realtà c’ero andato per comprare Sufjan Stevens, dal rivenditore Ticketone più vicino. Ma quello era già sold out per cui, già che ero lì, mi sono ricordato che ci sarebbero stati gli americani di lì a poco e ho deciso di non rimanere anche senza quello.

Salvo poi rischiare di venderlo, questo benedetto biglietto. Perché la reunion degli Scisma non ha esattamente rispettato i piani e io che me li aspettavo a Brescia l’8 di ottobre, me li trovo esattamente in contemporanea al concerto del Forum.

Qui, forse, ho capito qualche cosa. Perché quando sei costretto a fare una scelta, è solo lì che capisci a cosa tieni davvero. A dir la verità è una frase proprio banale, di suo. Ma è così che vanno le cose.

Avrei venduto il biglietto, molto probabilmente. Oddio, non avevo poi così tanta voglia di sbattermi a trovare un acquirente e la cosa mi sembrava comunque ridicola: vendere il biglietto di un concerto per andare a un altro concerto… no, c’era qualcosa che non quadrava.

Alla fine gli Scisma hanno aggiunto una seconda data il giorno prima quindi sono stato liberato dal mio dilemma. Non saprò mai cosa avrei fatto ma il dubbio rimane. Scusate se è poco.


A decisione presa, c’era ancora qualcosa che non andava. Non mi prendeva poi più di tanto, questa band. Nelle settimane precedenti ho ascoltato decine e decine di live (ce ne sono parecchi, visto che anche loro sono di quelli che registrano tutto o quasi) e sì, ero bello preso e bello carico. Ma non abbastanza da desiderare di andare di persona ad impelagarmi nel traffico, per andare in uno dei luoghi peggiori per sentire musica a Milano, per giunta avendo il biglietto in un settore di merda.

Però poi il concerto è iniziato. Ecco, non intendo scrivere nulla di quel che è accaduto. Uno perché non ho voglia, due perché non ne sarei capace.

Ho salutato alcuni amici, ne ho rivisti più che volentieri altri che non vedevo da un po’, ho chiacchierato molto e questo mi ha evitato di pensare a quel che stava per succedere.

Poi, inevitabilmente, le luci si sono spente.

Ormai, detto tra noi, i concerti li guardo e basta. Li guardo intensamente, per carità, però a meno che non ci sia di mezzo Springsteen o i Pearl Jam o qualche altra band con cui ho veramente un grosso legame (quindi ormai praticamente nessuna) rimango sempre piuttosto compito.

Ho notato che ultimamente mi piace ascoltare. Un tempo, quando ero ragazzino, amavo saltare e cantare a squarciagola tutte le parole delle canzoni.


Oggi le parole non le conosco mai e le canzoni nemmeno. Quando ascolti troppa roba non c’è mai veramente nulla che conosci davvero, è una verità con cui sto imparando a convivere.

Però mi piace lo stesso, così. Mi piace ascoltare. Mi piace perdermi nella musica. Non ci capisco niente io, di musica. Non sono in grado di capire se una band suona bene o male, se un batterista ha un certo stile, se un chitarrista suona più o meno diversamente da un altro. Non so giudicare la bontà di un’esecuzione.

Però la musica mi piace, questo è fuor di dubbio. Non ho dei grandi criteri di valore, perché alla fine rimango istintivo e sentimentale, però, nonostante tutto, ci sono tante band che sono riuscite in questi anni a stimolare le mie papille gustative.

Così “Loving Wings”, che è stato il primo brano in scaletta, mi è piaciuto ma mi ha ancora lasciato così. È molto bello, ma anche molto d’ascolto, molto rilassato, i ritmi sono blandi e le improvvisazioni sono rimaste tutto sommato nella logica della linearità.

Poi è partita “The Stone” e vabbeh, lì non so cosa sia successo. Probabilmente i nove o dieci che erano sul palco sono semplicemente partiti. Hanno acceso il motore e sono andati.

Ricordo poche volte in cui sono riuscito a seguire un concerto dall’inizio alla fine, con gli occhi fissi su chi suonava. Vero che ascolti, ma non ho un gran livello di attenzione. Mi perdo via, guardò il cellulare, penso ai fatti miei. Stavolta invece no. Sarà che ero comodamente seduto, che ormai ho una certa età e certe comodità mi sono piuttosto necessarie, ma comunque è stata un’esperienza raramente ripetibile.


Che cos’hanno di così particolare Dave Matthews e la sua band? Non credo di essere in grado di spiegarlo. Dovendoci provare per forza, direi che sono il risultato di due elementi combinati: canzoni che funzionano perfettamente, vincenti sia nelle melodie, che nel tiro e nelle atmosfere, ed un livello esecutivo altissimo.

Questo è forse il punto più significativo: sono una Jam band, come si usa dire, ma non sono roba per musicisti, come spesso accade in questi casi. Il loro modo di viaggiare sui brani, di dilatarli a dismisura con improvvisazioni e assoli, non sono una cosa per intenditori. Sanno sempre cercare successioni di note ascoltabili e fruibili da tutti, con un gusto e una passione nello stare sul palco, che ti fa sgranare gli occhi e rimanere incollato, al punto che alla fine le parti di divagazione strumentale risultano quasi più interessanti della forma canzone vera e propria.

È un unico grande viaggio di due ore e mezza abbondanti, con tutti i musicisti che suonano talmente bene e talmente forte che ti chiedi come diavolo facciano a tenere quei ritmi senza fermarsi mai.

E poi la scaletta. Al mio primo concerto, non potevo pretendere chissà che cosa e poi, comprensibilmente e anche per fortuna, qualunque cosa o quasi mi sarebbe andata bene (niente pezzi da “Stand Up” però, per favore). Va da sé che è stata comunque una gran notte anche da questo punto di vista: “Crash Into me”, “41”, una “Jimi Thing” che sembrava non finisse mai, “Crush” (sentire il tuo pezzo preferito al primo concerto? Mai successo), la sorpresa di “The Space Between” come primo bis e poi, a dare il tocco di classe, una “Grey Street” dell’altro mondo.

Ok, sono mancate “Two Step”, “Bartender” e due pezzi dell’ultimo disco che amo molto come “Belly Belly Nice” e “Drunken Soldier”. Ma a parte il fatto che non si può volere tutto, mi pare significativo il fatto che il bello di un concerto del genere stia anche e forse soprattutto nell’ascolto d’insieme di quello che questi fenomeni riescono a tirarti fuori di volta in volta, improvvisando su qualunque brano del loro repertorio.

A questo livello altissimo, ho visto solo la E Street Band, nella mia frequentazione concertistica comunque piuttosto scarsa. Ma la E Street Band, è doveroso dirlo, dopo un po’ risulta prevedibile e al di là di quel che Bruce Springsteen riesce a combinare ogni sera sul palco, le sue maratone concertistiche contengono dei momenti che personalmente reputo inutili.

Qui è diverso. È un concerto tutto filato, tutto da sentire, tutto musicalmente ineccepibile. Poi è vero, avessi fatto anche le altre date italiane, magari mi sarei rotto le palle, ora della fine. Ma rimane che io un concerto così non l’ho mai visto. Mai.

E adesso so che smetterò di ascoltare la Dave Matthews Band per un bel po’, forse addirittura fino al prossimo concerto (se ci sarà). Perché? Perché non so godermi nulla, ovviamente. Domani uscirà un altro album, non posso rimanere indietro. Abbiamo voluto la musica gratis, scriveva poco fa un giornalista molto in gamba. Adesso ce la teniamo.
Le foto sono di Riccardo Florenzo, che ringrazio sentitamente. 

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