Pubblicato su Ilsussidiario.net il 28 settembre 2015
Gli Iron Maiden non sono solamente uno dei gruppi Metal più importanti della storia e uno dei gruppi più importanti in assoluto all’interno del calderone più vasto della musica rock. Gli Iron Maiden sono anche (e forse oggi soprattutto) un fenomeno culturale e di costume. E lo sono da un bel po’. Da ragazzino le loro magliette mi facevano impazzire molto prima di sapere che quel logo impronunciabile fosse quello di una band. La loro mascotte, lo zombie Eddie, reso famoso dallo straordinario lavoro dell’illustratore Derek Riggs, è stato uno dei primi casi (credo che il primato appartenga ai Grateful Dead ma dovrei verificare) di un elemento iconografico esterno al gruppo, che ha immediatamente assorbito la totalità dell’immagine del gruppo stesso. È un giudizio di Luca Signorelli, uno dei più grandi giornalisti musicali che abbiamo mai avuto in Italia, e se oggi sapessi dove trovarlo, lo ringrazierei, non solo per questo.
In effetti i componenti degli Iron Maiden sono sempre stati dei personaggi piuttosto anonimi: capelli lunghi, borchie (non molte, a dir la verità), qualche tatuaggio, un look nel complesso piuttosto ordinario, facce da bravi inglesi di periferia, quelli che lavorano in fabbrica durante la settimana e nel weekend si sfondano di birra al pub mentre guardano in TV la loro squadra del cuore (per inciso, il bassista Steve Harris è un accesissimo tifoso del West Ham, oltre che giocatore più che discreto, almeno quando era più giovane).
Ma hanno scritto dischi memorabili per tutti gli anni ’80 e questo dato, unitamente all’immagine vincente (accresciuta anche dalle faraoniche scenografie dei loro tour) ne ha elevato la fama all’ennesima potenza.
Tra le altre cose, gli inglesi sono stati anche i primi in assoluto ad orchestrare un’operazione di reunion. Non si erano mai sciolti, per la verità, ma dal 1994 al 1999 (un tempo ridicolmente breve ma a noi fans adolescenti era sembrata un’eternità) il singer Bruce Dickinson era uscito dal gruppo per tentare una carriera solista all’insegna di nuovi orizzonti musicali e i suoi compagni avevano reclutato tale Blaze Bayley, noto solo per la sua militanza nei Wolfsbane (che all’epoca conoscevano proprio in pochi, ricordo).
In quel lasso di tempo vennero realizzati due dischi che furono schifati da quasi tutti ma che a risentirli a vent’anni di distanza rivelano un potenziale notevole, specialmente il primo “X Factor” (ovviamente l’omonimo talent show non c’era ancora altrimenti dubito che l’avrebbero chiamato così). Anche se, per onor di verità, ci tengo a precisare che il me stesso adolescente aveva adorato quel disco sin da subito, e lo aveva reputato ben superiore al precedente “Fear of The Dark”, che aveva venduto tantissimo ma che soffriva un po’ di stanchezza compositiva.
Il precedente “Virtual XI” fu un po’ diverso ma anche lì le idee buone non mancavano, anche se l’entusiasmo per quanto mi riguardava fu solo iniziale.
Il problema è che Blaze non era Bruce e se ci aggiungiamo che il nuovo acquisto sul palco era generoso ma completamente fuori ruolo, possiamo capire che la gente alla lunga non ne potesse più.
Dall’altra parte il buon Dickinson si dava al rock alternativo, che allora era di gran moda (era il periodo in cui tutti facevano a gara per staccarsi dal Metal, qualcuno, se avesse potuto, avrebbe pure negato di averlo mai suonato) e realizzò almeno un ottimo lavoro (“Balls to Picasso”, del 1994).
In ogni caso, le vendite di entrambe le parti calavano sempre di più finché, dopo che già Bruce era tornato artisticamente all’ovile col riuscitissimo “Accident of Birth”, del 1997, le divergenze vennero appianate e il cantante rientrò nella band, portandosi pure dietro lo storico chitarrista Adrian Smith, che mancava dal 1990.
Ovviamente c’entravano i soldi, questo nessuno lo ignorava. Ricordo questa scena divertente, durante l’ultimo concerto solista che Dickinson tenne nel nostro paese, nel novembre del 1998, quando poco prima dell’esecuzione di “Powerslave”, un classico della sua band madre, gli fu passato uno striscione con l’eloquente messaggio “Bruce, Steve is waiting for you” e lui, sorridendo beatamente, lo fece a pezzi e lo calpestò davanti a tutti. Due mesi dopo, la prima foto della line up nuovamente riunita impazzava sul web e sulle riviste specializzate.
Una cosa però, bisogna riconoscere loro: non hanno mai voluto fare amarcord. Se si escludono tre tour celebrativi di altrettanti periodi gloriosi della loro storia, i Maiden del XXI secolo hanno realizzato quattro dischi in dieci anni, senza nessuna impronta nostalgica ma, anzi, cercando di portare il loro sound dove mai era stato condotto in precedenza.
Difficile dire qualcosa di quei lavori e forse anche totalmente superfluo portare valutazioni: i Maiden del passato sono un termine di paragone inarrivabile e dannoso e il sospetto è che la maggior parte dei fan scontenti del cosiddetto “nuovo corso” abbia ceduto alla tentazione del confronto.
I nuovi dischi di qualunque band famosa andrebbero valutati a parte, come se si trattasse del lavoro di un gruppo esordiente, o quasi. In caso contrario, non saremmo mai lucidi, è inevitabile.
Detto questo, a me quei quattro album realizzati tra 2000 e 2010 sono piaciuti tutti, chi più, chi meno: li ho trovati maturi, “adulti”, come se i britannici avessero capito che, passata la soglia dei 45, certe cose le puoi ancora fare ma in un certo senso sei obbligato a farle in maniera diversa.
E dunque parliamo di questo “The Book of Souls”, che arriva a cinque anni di distanza da “The Final Frontier” (forse il disco del nuovo corso che suonava più classicamente Maiden, anche se il fatto che io sia l’unico a dirlo sulla faccia della terra, mi fa pensare che potrebbe anche essere una cavolata).
Cinque anni sono il lasso di tempo più ampio mai trascorso tra due nuovi lavori della band inglese, di solito puntualissima nel rilasciare prodotti a scadenza regolare (se si pensa che tra “Fear of The Dark” e “X Factor” trascorsero poco più di tre anni e che in mezzo ci fu pure un cambio di cantante, si capisce quanto le cose siano ora mutate).
In mezzo ci sono stati tre anni di concerti, però: un anno abbondante per “The Final Frontier”, ben due per il remake del “Seventh Tour of a Seventh Tour” del 1988, una produzione che ha incassato cifre decisamente notevoli (per Billboard si parla di 57 milioni di dollari totali).
In più, Bruce Dickinson ha dovuto lottare contro un tumore alla lingua, di fatto diagnosticato a registrazioni ultimate, ma il tutto è stato comprensibilmente slittato per permettere al cantante di rimettersi totalmente.
Alla fine, vuoi per la preoccupazione per lo stato di salute del singer, vuoi per gli anni di silenzio, questo “The Book of Souls è risultato molto più atteso di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi.
Ma anche così le magagne non sono mancate: l’annuncio che si sarebbe trattato di un album doppio, per una durata totale di 92 minuti, ha spaventato anche i fan più ottimisti. Non siamo più nell’epoca in cui si arrivava con un filo di nostalgia all’ultima traccia di un cd. Adesso c’è in giro talmente tanta roba che si maledice l’ennesima canzone in scaletta, avendo disperatamente bisogno di tempo per mettere un altro disco nel lettore.
Oltretutto, i Maiden post “Fear of The Dark” hanno iniziato a giocare in maniera preoccupante con la lunghezza media dei singoli pezzi, raggiungendo a volte livelli di prolissità e di noia da rasentare la denuncia penale.
Questi, dunque, i timori della vigilia. Timori che si sono rivelati assolutamente infondati, almeno per chi scrive.
Cominciamo col dire che “The Book of Souls” si presenta come un disco sobrio, a cominciare dalla copertina: primo piano di Eddie su sfondo nero, un Eddie che all’interno del booklet viene calato nel mondo violento e misterioso dei Maya e degli Aztechi, con tanto di sacrifici umani (la title track e “If Eternity Should Fail”, a quanto ho capito leggendo i testi, sono ambientate in questo scenario)  ma che nella front cover è semplicemente se stesso, anche se vagamente tribale, in una illustrazione che comunica un feeling generale di cupezza ma anche una certa atmosfera mitica e solenne. Un ottimo inizio, anche perché le loro ultime copertine non erano risultate altrettanto ispirate.
I contenuti, poi, deludono ancor meno: Steve Harris, per fortuna, ha deciso questa volta di limitare il suo ruolo in fase compositiva. Il bassista, autentico padre e padrone in seno al gruppo, ha firmato degli autentici gioielli nei primi anni ma poi è stato l’elemento più pedissequamente uguale a se stesso, tanto che la noia di certe ultime produzioni è senza dubbio da imputare alla sua penna.
Questa volta invece firma un solo brano, “The Red and The Black” (ovviamente ispirato all’omonimo romanzo di Stendhal; un’abitudine, quella delle citazioni letterarie, storiche e cinematografiche che è sempre stata un suo marchio di fabbrica) che risulta straordinariamente riuscito, e che nei suoi 13 minuti di lunghezza riesce nell’impresa di non stancare ma anzi, entusiasma con la sua continua successione di parti aggressive, epiche, melodiche.
In effetti la band si è decisa ad adottare la ricetta che da anni sembrava la più scontata: volete fare dei pezzi lunghi? Va bene, ma differenziateli maggiormente al loro interno, scrivete più parti, più melodie, invece di far ruotare tutta la canzone attorno ai soliti due giri di accordi (difetto che è andato a colpire soprattutto dischi come “Virtual XI” e “Dance of Death”, nonostante quest’ultimo contenga anche delle cose superlative).
Degli undici brani di cui si compone questo disco, quindi, almeno sette superano i sei minuti di durata, ma nonostante questo riescono a mantenersi interessanti dall’inizio alla fine.
La seconda mossa di questa strategia vincente riguarda Bruce Dickinson: il cantante è sempre stato il compositore più brillante e soprattutto meno canonico dei cinque (il batterista Nicko McBrain si è cimentato solo una volta con la scrittura e verrebbe da dire per fortuna); lo dimostrano i suoi dischi solisti e quegli sporadici pezzi che ha composto in solitaria nei primi anni del gruppo (“Revelations” su tutte). Lasciargli spazio è stata senza dubbio una decisione saggia: il nostro firma infatti il primo e l’ultimo brano dell’album, entrambe le volte con risultati eccellenti. “If Eternity Should Fail” sarà perfetta per iniziare i nuovi concerti, con quell’intro a metà tra il mistico e lo sciamanico che sfocia presto in un mid tempo da manuale e in un ritornello tra i più cantabili mai realizzati dai Maiden.
La conclusiva “Empire of The Clouds” invece riesce quasi ad essere un capolavoro: dura 18 minuti, è il pezzo più lungo di tutta la storia della band e quando ne è stato anticipato il minutaggio, i commenti ironici sul web si sono sprecati. Invece, contrariamente a tutte le attese, si tratta di una composizione memorabile, lontanissima dagli standard maideniani: parte come una ballata orchestrale dal mood epico ma allo stesso tempo malinconico, che man mano cresce con l’entrata degli altri strumenti; poi il ritmo accelera e si trasforma in una bella cavalcata, con al centro una parte  strumentale piena zeppa delle classiche chitarre armonizzate tipiche del gruppo, che raramente ci sono apparse così ispirate. Un viaggio lungo ed entusiasmante, che racconta la storia tragica del R101, il dirigibile più grande del mondo, progettato in Gran Bretagna e che secondo i piani dei suoi ideatori, avrebbe dovuto fungere al trasporto passeggeri. Il progetto era ambizioso ma irrealistico e il dirigibile prese fuoco e si schiantò il 5 ottobre 1930, durante il volo inaugurale, provocando la morte di quasi tutti i passeggeri.
Una storia davvero affascinante, che personalmente non conoscevo e che solo uno come Dickinson, laureato in letteratura inglese e pilota di aerei di linea, avrebbe potuto raccontare.
Terzo ingrediente di successo: gli Iron Maiden hanno giocato tantissimo con l’appeal radiofonico, andando a recuperare un certo gusto Hard Rock che ammantava lavori come “No Prayer for The Dying” e “Seventh Son of a Seventh Son” e mettendolo al servizio di brani di breve durata e di facile presa che, contrariamente ad altre occasioni, sono usciti decisamente bene. È il caso di “Shadows of The Valley”, “Tears of a Clown”, “The Man of Sorrow” ma anche del singolo “Speed of Light”, che è stato anticipato qualche settimana prima dell’uscita e che è uno dei più ispirati mai rilasciati dai Maiden in tempi recenti.
È un punto che rende questo disco più “leggero” e di conseguenza più fruibile: laddove un album come “A Matter of Life and Death” era nel complesso più equilibrato ed omogeneo ma risultava particolarmente ostico da seguire, non avendo nessun brano che riuscisse a spiccare sugli altri, questo “The Book of Souls” riprende e affina la lezione di “The Final Frontier”: più attenzione allo sviluppo interno dei singoli episodi, e focus sempre ben saldo sulla componente “easy listening”, per dir così.
Le parti strumentali, da sempre punto di vanto del gruppo britannico, risultano qui particolarmente curate e siamo abbastanza certi che dal vivo certe cose renderanno alla grande. Forse l’unica pecca, all’interno di un disco privo di sostanziali cali di tensione, è quella che non ci saremmo mai aspettati di dover segnalare, vale a dire la prova vocale di Bruce Dickinson.
Il singer è sempre stato impeccabile, sia dal vivo che in studio e anzi, la sua voce, al pari del buon vino, sembrava migliorare col passare degli anni. Questa volta invece non ci sembra particolarmente a suo agio e il più delle volte, specie sulle note più alte, appare forzato. Ma non è il caso di accanirsi: sappiamo tutti in che condizioni di salute versava all’epoca delle registrazioni per cui bisognerebbe anzi lodare la sua prova che, giusto dirlo, risulta comunque superiore alla gran parte dei cantanti che oggi si dilettano con questo genere musicale.
“The Book of Souls” è un gran disco, quindi, probabilmente il migliore che gli Iron Maiden del 2015 potessero sperare di fare. Attendiamo il tour, adesso: per il momento sappiamo solo che partirà ad aprile da Auckland, Nuova Zelanda e proseguirà poi per Australia e Sudafrica. Per ora niente date europee ma dovrebbero arrivare nelle prossime settimane e non c’è nessun dubbio che passeranno dall’Italia, visto che sono ancora una delle poche band che da noi vende una caterva di dischi.
Da parte mia, farò di tutto per andare: con dei pezzi nuovi così, rischia di essere uno dei più bei tour dei Maiden da anni a questa parte…
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