Quindici anni fa è uscito “Kid A” e anche se non era proprio il mese di ottobre, va bene lo stesso. Quindici anni fa studiavo all’università, ero più o meno a metà del mio percorso ed ero una persona totalmente diversa da quella che sono adesso, anche se non è certo questo il luogo  per mettersi a fare confronti.
I Radiohead li conoscevo già. Non li ascoltavo da molto ma sicuramente da almeno un anno. Ne avevo una prospettiva ben strana, tuttavia. Un amico mi aveva passato “Pablo Honey” specificandomi che si trattava del primo disco. Mi sembrava giusto partire dall’inizio, all’epoca, per conoscere un gruppo. Oggi non faccio più così, oggi mi fiondo direttamente sui lavori considerati migliori, oppure su un live più o meno esaustivo, oppure sull’ultimo album, se la band è giovane e se le recensioni sono state positive.
All’epoca ero un po’ più completista, diciamo. E poi mi era capitato in mano quello, mica potevo mettermi a sottilizzare.
Dunque, “Pablo Honey” mi piacque un casino. Mi piacque la sua semplicità, i suoni grezzi ma nello stesso tempo rifiniti, e soprattutto le sue melodie cristalline, che io non sapevo affatto da dove venissero, ma che mi entrarono nella testa con una facilità sorprendente. “Thinking About You”, “Anyone Can Play Guitar” e ovviamente le hit “You” e “Creep” erano lontanissime da molte delle cose che ascoltavo all’epoca eppure, in un modo assolutamente misterioso, ero convinto che quel gruppo sarebbe diventato molto presto uno dei miei preferiti.
E nel frattempo, non ne potevo più di ascoltare “Ok Computer”. Perché, lo sapevo benissimo, quello era l’apice creativo della band, il disco che aveva rivoluzionato in un certo qual modo la concezione stessa della musica rock.
Ma nella mia idea ancora piuttosto ingenua dei percorsi artistici delle band, immaginavo quel lavoro semplicemente come un “Pablo Honey” molto migliore.
Nonostante sapessi che i Radiohead erano una band sperimentale, non avevo ancora idea di cosa potesse significare. “Pablo Honey” era un grande disco di British Pop Rock e pensavo semplicemente che il suo sequel capolavoro avrebbe riproposto quegli elementi ma all’interno di una maggiore qualità e rifinitura.
Tagliamo corto su questa parte, perché è evidente che il primo impatto con lo storico disco si rivelò molto più ostico del previsto. Capii dunque che cosa voleva dire “cambio di direzione”, capii che una band per evolversi, per fare un passo avanti, può anche stravolgere totalmente, scomporre e ricomporre a piacimento, fregandosene di aspettative ed etichette.
Fu difficile, all’inizio, ma come ho già scritto altre volte, quando una cosa è valida, prima o poi entra per forza. La struggente elegia d’amore di “Exit Music” rappresentò nel mio caso il miglior punto di accesso a quel disco, prima ancora della suite fantascientifica di “Paranoid Android”, che imparai ad amare solo in un secondo tempo.
“Karma Police”, invece, non mi piace neppure adesso. Brano straordinario, sia chiaro, è ovvio che sia diventato un successo. Ma non è nelle mie corde, semplicemente. Quando si parla di singolo dall’alto potenziale radiofonico, normalmente ho altri gusti.
Comunque. “Kid A”, dicevamo. Radio 2 trasmise in differita un concerto della band a Parigi, una delle primissime date prima dell’uscita del disco. In studio c’era Massimo Cotto che, per quello che posso dire, è uno dei pochissimi (forse l’unico) che pur lavorando nelle alte sfere della comunicazione, di musica ci capisce davvero.
Ovviamente in quel concerto fu suonato gran parte di “Kid A” e anche qualche brano di quel che successivamente sarebbe diventato “Amnesiac”. Reazione al primo ascolto: boh.
Il disco arrivò qualche giorno più tardi e ricordo che in università, per lo meno tra gli amici che bazzicavano un po’ quel mondo, eravamo tutti in fermento. I più scafati già parlavano di capolavoro.
Io, sinceramente, ero perplesso. Al termine del primo ascolto la delusione mi sommerse: “Ridatemi i Radiohead di Ok Computer!” ricordo di aver pensato con sgomento. Che poi è la stessa cosa che mi era successa col disco in questione, solo che lì avevo invocato “Pablo Honey” (“The Bends” era arrivato, nel frattempo, ma l’assimilazione di quelle canzoni si era rivelata assolutamente non problematica).
Ecco, quel che mi dava fastidio, a me che in fondo in fondo sono sempre stato un facilone, era non solo che ci fosse troppa elettronica (ormai adoro quel tipo di sonorità, ma quindici anni fa una batteria campionata bastava a farmi spegnere lo stereo, non dimenticate che anche nel Metal, a quel tempo certe cose erano tabù) ma sopratutto che vi mancasse la semplice forma canzone. Da questo punto di vista, il trittico iniziale era decisamente troppo: “Everything In Its Right Place” presentava la stessa frase ripetuta all’infinito su una base in cui non riuscivo a sentire la chitarra (c’era, ero io che non la sentivo), “Kid A” era un’orgia di loop e campionatori e qui la voce era totalmente inintelligibile. “National Anthem” mi prendeva già di più, se non altro aveva un giro di basso che ti faceva muovere il piede. Ma poi non si evolveva, ruotava sempre intorno a quello e, ancora una volta, non c’era una strofa, non c’era un bridge, non c’era un ritornello.
“Discoteca – continuava a ripetere la mia mente angosciata – questa è musica da discoteca”. E da lì non uscivo, perché io in discoteca ci sono stato una volta alla gita di classe di quinta a Parigi e ho giurato di non metterci mai più piede. Per me quella era semplicemente “la musica che sentì alla radio quando sali su una macchina che non è la tua e il guidatore non è così appassionato da mettere su un qualunque cd e allora accende Radio Deejay e su Radio Deejay c’è sempre quella roba lì”.
Così andò per i primi tre ascolti. Forse anche i primi quattro. Poi le cose cambiarono. La musica elettronica è musica, sarà anche banale ma è così. Come tutti i generi, bisogna abituarsi. Dopo tutto anche il primo ascolto della prima canzone degli Iron Maiden mi sembrò rumore puro. All’ascolto bisogna educarsi, la musica è un lavoro, nel senso che bisogna metterci la testa.
I Radiohead avevano svoltato verso l’elettronica, questo è indubbio, ma non avevano scritto un disco di elettronica. Certi brani lo erano più di altri, come ad esempio i tre in apertura che ho citato. Ma c’erano anche episodi più canonici, che semplicemente non lo sembravano ad un primo impatto, per via delle diversissime soluzioni in sede di arrangiamento.
“How To Disappear Completely”, da questo punto di vista, avrebbe potuto anche stare sul disco precedente e infatti, se non vado errato, l’idea originale risaliva proprio a qualche anno prima. Ma poi c’era “Optimistic”, col suo ritmo ossessivo e la sua base essenzialmente acustica. O “Morning Bell”, con quel suo uso geniale del pianoforte.
E poi “Idioteque”: un brano che, ci ho messo un po’ a capirlo, da solo valeva tutto il disco. Aveva massicce dosi di elettronica anche lei e la sua grandezza l’avrei capita solo in un secondo momento. Nel frattempo però, c’era una linea vocale meravigliosa, che anche da sola funzionava ed arrivava dritta in testa. Per ora bastava questo.
A riascoltarlo adesso, capisco un sacco di cose in più. Ad esempio, balza agli occhi in maniera definitiva che quello fu un disco straordinario, dove i cinque di Oxford riversarono tutta la loro febbre creativa e la loro ansia di superare la fase del successo planetario che li aveva invasi e che, a dirla tutta, non aveva fatto loro del bene. Non del tutto, insomma.
Fare un disco come “Kid A” sarebbe già stato un successo per chiunque. Farlo dopo “Ok Computer”, che aveva consacrato i Radiohead come la miglior realtà “alternativa” che ci fosse in circolazione, e riuscire a passarci oltre in quel modo lì… beh, questo soltanto loro avrebbero potuto farlo.
“Kid A” non è il mio disco preferito dei Radiohead (se devo guardare solo ai gusti personali, allora direi che è “The Bends”) ma non si può non dire che sia il più completo, il migliore dal punto di vista del potenziale creativo sprigionato. È un disco importante, riverito e citato anche adesso, se si pensa che due delle più belle uscite degli ultimi due anni, “Close To the Glass” dei Notwist e “Sacred Ground” degli Howling, ne portano l’impronta inconfondibile.
Al suo confronto, “Amnesiac”, pur meraviglioso, sembra quasi una raccolta di Bsides.
Qualche mese più tardi riuscii a vederli per la prima volta a Verona e quel che è successo non si può raccontare, ancora non ne sono capace.
Non so cosa butteranno fuori adesso, sono comunque fiducioso, dato che stiamo parlando di una band che non ha mai toppato un disco neppure per sbaglio.
Molti però dicono che siano diventati di maniera. Alcuni, addirittura, che siano troppo sofisticati. Una volta ho letto un parere secondo cui è piuttosto difficile che tutti quelli che dicono di amarli alla follia, abbiano veramente ascoltato “The King of Limbs”.
Sono tutte esagerazioni, mi pare fin troppo ovvio.
È vero però che dopo “Kid A” nulla è mai stato come prima. Il solco incolmabile che si è scavato tra  quel disco e “Ok Computer” non è mai più stato replicato in seguito.
Cosa voglia dire, non riesco a dirlo. Di sicuro resta che, a quindici anni dall’uscita, “Kid A” rimane uno dei dischi più importanti della storia del rock. E anche della mia storia, se proprio vogliamo.
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