Non sono andato a vedere De Gregori a Verona l’altra sera anche se, è giusto dirlo, non mi sarebbe proprio del tutto dispiaciuto esserci. Le critiche che stanno affollando i social network in questi giorni sono tante e credo che mi ci sarei unito anch’io, se fossi stato presente all’evento. 

Ho iniziato ad ascoltare De Gregori molto tardi, tanto per cambiare. Quand’ero al primo o al secondo anno di liceo, uno dei ragazzi più grandi della mia sezione mi disse che era un suo grande fan e io, giuro, pensavo mi stesse prendendo per il culo. A quell’epoca per me i cantautori erano roba da vecchi. I miei genitori li ascoltavano e questo potevo anche accettarlo. Ma quando ero in macchina con loro e partiva roba del genere, immancabilmente tiravo fuori le cuffie e mi sparavo qualunque cassetta potessi avere a portata di mano. 

Ma rimane un enorme dato di fatto: la prima volta che sentii “Rimmel” o “Generale” o “La leva calcistica…” erano quegli anni lì e rimasi folgorato. Letteralmente folgorato. La bellezza ha una dimensione oggettiva e non importa qual è l’etichetta che hai deciso di appiccicarti addosso. La bellezza ti troverà sempre e ti attraverserà il cuore. 

  
Ad ogni modo, la cosa che De Gregori era antipatico e che se la tirava, mi ricordo che anche allora la si diceva spesso. Non che mi toccasse troppo, sinceramente: non sarei mai andato a un suo concerto e non avrei mai comprato un suo disco. Ricordo solo che era una frase che sempre veniva pronunciata, quando si parlava di lui quindi forse, qualcosa di vero doveva esserci.

Poi me lo ricordo ad X Factor. Ero già un suo grande fan, avevo recuperato tutti i dischi, sapevo più o meno tutte le sue canzoni. E, tanto per cambiare, preferivo la sua produzione recente (quella da “Canzoni d’amore” in poi, tanto per intenderci) ai capolavori immortali degli anni ’70: sono sempre stato così, mi diverto a disprezzare quel che piace alla massa… 

De Gregori a X Factor mi piacque molto: suonò una versione divertente e piuttosto tirata di “Vai in Africa, Celestino!” e a parte ringraziare il pubblico, non mi pare fece nient’altro. Era, se non sbaglio, la seconda stagione del programma e fu anche l’unica che seguii. Era ancora un format innovativo per gli standard italiani e ricordo che qualche buona intuizione musicale c’era anche stata. 

Ricordo anche che Francesco, per essere andato ad X Factor, lo criticarono tutti. Ci andò anche Ivano Fossati, nella stessa edizione, e non mi pare si indignasse nessuno, però.

Pregiudizi o meno (c’è sempre qualcuno su cui si spara a zero a prescindere, è fisiologico), credo che la mutazione quasi genetica del cantautore romano cominciò quella sera o comunque quella sera si rivelò al mondo. 

Perché alla fine le cose stanno così: che un artista, ogni artista, sceglie il suo modo migliore per invecchiare. E quel modo, difficilmente piace a tutti. 

  
De Gregori si ispira a Dylan, tra pochissimo uscirà il cd con le rivisitazioni italiane di alcuni suoi brani, quel disco che avrebbe dovuto fare da anni e che invece, per tanti motivi che non so, fa solamente adesso. Hanno appena reso disponibile la scaletta dei pezzi e le scelte fatte sono sorprendenti, roba da autentico conoscitore e amante dell’artista in questione. Inutile scrivere perché: chi conosce Dylan vada a dare un’occhiata e capirà. Gli altri, pazienza. 

Ecco, questo è lo stesso De Gregori che riregistra un suo vecchio successo assieme a Luciano Ligabue e poi lo invita a cantarlo con lui, durante una delle prime date del nuovo tour, e i due eseguono pure insieme “Il muro del suono”, tra le ultime scadentissime fatiche del rocker (o presunto tale) di Correggio. 

E poi, a chiudere in bellezza, il concerto di Verona per il quarantesimo compleanno di “Rimmel”. Tre ore di spettacolo, l’album eseguito per intero, ma una successione inarrestabile di duetti con personaggi quali Caparezza, Checco Zalone, Fedez, Giuliano Sangiorgi, Elisa, l’immancabile Ligabue. 

Uno scempio, hanno detto e scritto in tanti (moltissimi dei quali, per loro stessa ammissione, non c’erano), una vergogna che un artista del suo calibro si abbassi, per mere motivazioni economiche, a dividere la scena con gente che in un mondo normale non sarebbe neppure degna di portargli gli strumenti. 

  
E allora, in tutto questo, dove sta la verità? Qual è il vero De Gregori? Quello che non nasconde la sua riverente dipendenza dai modelli giganteschi come Bob Dylan (e ultimamente lo sta imitando anche un po’ troppo, a detta di molti) o quello degli ultimi anni, che usa i Social con disinvoltura e si circonda di musicisti e cantanti lontanissimi dal suo background e neppure particolarmente amati dal suo pubblico storico? 

E qui si ritorna alla faccenda dell’invecchiamento. Ogni artista, mi pare, arriva a un punto della propria carriera in cui, avendo già dato tutto dal punto di vista meramente contenutistico, decide come meglio gestire la propria immagine, il proprio personaggio; in poche parole, che parte vuole recitare negli ultimi anni che gli rimangono da vivere in pubblico. 

E io penso che Francesco abbia, consciamente o meno, scelto di aprirsi un po’ alle nuove generazioni di colleghi, di far vedere che non è per niente ombroso, per niente scostante, che non se la tira. Ha deciso di essere presente su Internet, di invitare ai suoi concerti gente che è più giovane di lui e che è totalmente estranea al suo mondo musicale. Sceglie di cantare una canzone di Ligabue, o una di Caparezza, per dimostrare che, dopotutto, nella musica non esistono barriere e che quando un artista è valido, questa è l’unica cosa che conta. 

Mi si perdoni il paragone che molti troveranno blasfemo, ma non lo fece anche Neil Young a inizio anni Novanta? O, in misura minore, un certo Paul Weller? 

Certo, direte voi, non potrai mica paragonare i Pearl Jam ai Negramaro! 

No, certo che no. Quando ho letto la lista degli ospiti, sono impallidito. Io che, quando Ligabue si presentò sul palco del Forum, dovetti davvero farmi forza per non uscire a fumare. 

“Pezzi di vetro” è la canzone di De Gregori che amo di più in assoluto. Ma l’eventualità di sentirla rovinata in qualunque modo da chiunque fosse stato invitato a cantarla… beh, credo che sia stata questa la ragione che mi ha tenuto lontano da Verona, alla fine. 

Che poi non è neanche la teoria per cui le canzoni di De Gregori fatte da un altro rendono male. Non è detto che sia così. Non dev’essere per forza così. Il problema è che a me, i colleghi che da anni Francesco fa oggetto della sua stima, non piacciono. Diciamo pure che, con la possibile eccezione di Malika Ayane (di cui comunque non possiedo neanche un disco, eh!) gli altri mi fanno tutti vomitare. Ligabue no. Ligabue è un caso a parte e non è il momento di parlarne. 

Ad ogni modo si è capito. Io De Gregori, con certa gente proprio non ce lo vedo. Ma per un problema di sensibilità musicale, non di opportunità. 

Ed è per questo che, questa volta no, non mi sono accodato alla folla di lapidatori da tastiera che si sono scatenati in questi giorni. Non credo che in musica esistano gusti giusti e gusti sbagliati. E, adesso la sparo grossa, non penso nemmeno di poter dire se un artista abbia la dignità di pubblicare dischi oppure no. 

Anche perché, adesso tiro un’altra bomba, quando i Negramaro non erano ancora così famosi come ora, di gente che li apprezzava ne ho conosciuta. Non tanti, ma qualcuno sì. 

E quindi, concludendo questo post in modo tale da poterlo spedire nella grande discarica dove è giusto che stia, a me questo modo di invecchiare che De Gregori si è scelto, non piace neanche un po’. Anche per questo, non ho insistito più di tanto per esserci l’altra sera. 

Ma ascolterò il disco su Dylan, lo ascolterò con grande piacere e con tantissima curiosità. Perché potrà anche cantare con Fedez, ma se uno decide poi di rifare “Series of Dreams”, ha diritto a tutta l’attenzione che sarò in grado di dargli… 

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