Mi sono innamorato di “Sprinter” dopo nemmeno un ascolto. Ero già completamente conquistato al secondo brano, quella “New Skin” che è stata utilizzata giustamente come singolo di apertura. Prima, manco sapevo chi fosse McKenzie Scott, in arte Torres. Lei è una ragazzina di appena 24 anni (sarebbe meglio dire “giovane donna”, in effetti) che è cresciuta tra Georgia e Tennessee, non esattamente l’America che è al centro del mondo.

“Sprinter” è il suo secondo disco, prima ne aveva fatto uno che portava semplicemente il nome d’arte da lei scelto per il suo progetto artistico (che poi proprio nome d’arte non è, si tratta del cognome del suo nonno paterno) ma, anche qui, questa non era una notizia che mi potesse toccare.

Comunque. Devo andare al Primavera Sound e qualche settimana prima dell’inizio viene annunciato che non mi ricordo quale gruppo ha dato buca e che Torres si esibirà al loro posto.

Personalmente avevo già il mio bel programma fatto, con tutti gli slot occupati per l’intera durata del festival. Ma poi ho pensato che un ascolto gliel’avrei dato comunque, a questa qui.

Ora, un disco che inizia con un brano come “Strange Hellos” andrebbe comprato e incorniciato a prescindere. Assalto frontale senza compromessi, dopo un inizio sussurrato che un po’ effettivamente inganna.

“New Skin” poi è un singolo cesellato alla perfezione, che trasuda anni ’90 da ogni nota, con un ritornello che entra e non se ne va più. Basta, da qui in avanti non si poteva che migliorare ed effettivamente, se possibile, si è migliorato.

Tra ballate e pezzi più classicamente rock, una voce che non è un capolavoro di bellezza ma che è solida e particolarmente versatile, questo è un disco al femminile come da tempo non se ne sentivano. PJ Harvey e il suo “Get Rid of Me” sono stati tirati giustamente in ballo e in effetti sembra di sentire la stessa rabbia, la stessa freschezza di quel lavoro dirompente.

Perfetto. Il Primavera finisce sabato e la domenica sera Scott si esibisce in un piccolo locale del centro, in uno di quei numerosi eventi gratuiti riservati a chi è impossesso del biglietto del Festival.

Così mi vedo comparire davanti una ragazza bionda, acqua e sapone, la classica che ti immagineresti uscita proprio da quell’America rurale dove è cresciuta. In realtà ora vive a Brooklyn ma quell’aria dev’esserle rimasta dentro, in qualche modo.

È a suo agio ma piuttosto riservata, suona e canta una manciata di pezzi appena, da sola, la chitarra elettrica come unico accompagnamento.

L’energia e la rabbia di “Sprinter”, venuta meno la carica sonora di queste scarne versioni, rimane tuttavia ben palpabile nell’aria. Questo è un disco di sofferenza, rinascita e perdono. Non a caso il titolo rimanda alla velocità, al non rimanere inerti, al passaggio da una fase all’altra della vita.

Scott McKenzie è stata adottata da una madre a sua volta adottata, canta tutto questo con grande consapevolezza nel brano conclusivo “The Exchange”, che è un capolavoro di tensione racchiuso in una ballata lunga e a tratti quasi eterea, registrata in presa diretta con la sua voce e un leggero accompagnamento di chitarra acustica. Nient’altro. Appare fuori posto in tutta questa deflagrazione elettrica. Eppure, in un modo misterioso sentiamo che il disco non poteva che concludersi così. Me la riesco quasi a immaginare in studio di registrazione, forse addirittura a luci spente, mentre canta dove tutto il suo bisogno d’amore, la consapevolezza che si può vivere anche con le cicatrici che certe esperienze hanno lasciato ma che comunque, qualunque cosa accada, dalla paura non ci si libererà mai.

“Sono sotto’acqua, ho paura di arrivare all’età dei miei eroi, ho paura della disintegrazione. Se non sei qui, non posso essere qui per te, se non sei qui, non posso stare da sola. Madre, padre, sono sott’acqua e non penso che voi possiate tirarmi fuori.”

Sembra disperazione, in effetti, ma nel corso di una bella intervista rilasciata a Pitchfork, subito dopo l’uscita del disco, aveva detto: “The Exchange è il risultato di tutto ciò che ho cercato di dire alle persone che amo e che, per qualunque ragione, non sono mai riuscita a dire. La mia paura opprimente della mortalità, il mio enorme amore per la vita, la paura di perdere i miei genitori e di vedere invecchiare le persone che amo. Questa canzone è stato il mio modo di dire loro che sto annegando ma sto bene. Sto bene. Ma sto annegando”.

E poi il rapporto con la religione: lei, cresciuta in una comunità battista accogliente ma rigida e bigotta, il desiderio di fuggire ma nello stesso tempo il dolore per dover abbandonare certi rapporti, la domanda su Dio e sul significato della vita che è rimasta più forte che mai, nonostante tutto.

A me chi canta cose così, è sempre piaciuto. Ci vuole del coraggio per mettere la propria vita davanti a tutti come ha fatto lei. E poi va bene che la musica è sempre più importante del testo, ma quando il testo non è un puro riempitivo ed è pure scritto decentemente, oltre a raccontare cose vere, la canzone la ascolti in modo totalmente diverso.

Alla fine Torres è arrivata anche in Italia. A Barcellona ce lo aveva anticipato, che sarebbe stata in giro a settembre con una band vera e propria.

“Non hai bisogno di una band!” le aveva gridato uno dal pubblico a metà set e lei si era limitata ad arrossire leggermente e aveva sorriso, senza commentare.

Sì, di sicuro la ragazza ci sa fare anche da sola ma un concerto con una band di supporto è semplicemente un’altra cosa. Detto questo, il Magnolia è mezzo vuoto. Sarà anche un lunedì sera ma la verità è che nel nostro paese della musica non frega niente a nessuno. Arrivano decine di artisti al mese, ma la domanda è sempre decisamente inferiore all’offerta. Meglio fermarsi qui, non è questa la sede adatta.

Certo che anche l’orario potrebbe aiutare: se Harkin, l’artista di supporto, comincia puntuale alle 21.45 (di lei non dico nulla, l’ho seguita distrattamente e mi ha annoiato parecchio), la McKenzie si presenta con venti minuti di ritardo. Se è stato un diktat degli organizzatori per aspettare di vedere altra gente… Beh, alle soglie delle 23 di un lunedì sera c’era ben poco da attendersi…

La ragazza si presenta in nero, pantaloni e camicia, pesante rossetto scuro anche sulle labbra. È bella ma è come se volesse metterlo in ombra, come se volesse che per lei parlasse solo la sua musica.

E la musica parla eccome. Si parte un po’ a sorpresa con “Mother Earth, Father God”, opener del primo disco, ma poi è tutto un viaggio nei territori di “Sprinter”, eseguito quasi per intero tranne, guarda caso, proprio quella “The Exchange” che è un po’ il fulcro dell’intero lavoro.

Ma per l’impostazione che ha dato allo spettacolo, ci può anche stare. Lo show è rock, è grezzo, sporco, potentissimo. “Strange Hellos” sprigiona violenza che quasi non ci si crede, con la voce di Scott che è volutamente sgraziata, con tratti che sfociano addirittura nel growl. Gli altri, nel frattempo, pestano come se non ci fosse un domani. Punk? Grunge? Metal? Non ne ho idea, ma di sicuro cantare queste canzoni è per lei un grande atto catartico.

Del primo disco c’è pochissimo, ma è giusto così: a livello di scrittura e di spessore, tra i due proprio non c’è partita. Ciononostante, un brano come “Honey” lo si sente sempre volentieri, è un pezzo dal grande potenziale, è abbastanza normale che sia diventato un classico.

E poi ci manda tutti a casa con “November Baby”, che suona quasi come una ninnananna, dopo tanto battere e frustare: “Ora dovunque vado ti vedo, quando cammino e quando dormo, ti sento nella parlata degli stranieri, mi aggrappo ad ogni parola che pronunciano, provo ad essere esattamente dove tu sei, ma l’estate ti porta lontano da me, per cui solo per adesso ho messo un angelo in cima ad un albero di Natale fatto un po’ troppo presto”.

Dura poco più di un’ora. Tanto? Poco? Giusto, per una volta, giusto.

Certe emozioni non si possono portare avanti troppo. L’esplosione è anche questione di un momento. Così ben venga un’ora o poco più di concerto tiratissimo, che ha mostrato a tutti come a Torres interessi innanzitutto raccontare la sua storia, più che riprodurre le sue canzoni sul palco in maniera impeccabile.

E quindi i suoni penalizzano forse l’aspetto musicale della questione (la voce, tra le altre cose, è un po’ troppo dentro gli strumenti) ma la sostanza no, quella passa in pieno.

Non si può dire se il mondo si accorgerà di McKenzie Scott, di questi tempi ogni previsione risulterebbe azzardata. Diciamo che un album come “Sprinter” non è poca cosa e tra qualche anno ce l’avremo ancora lì a girare sullo stereo.

“The darkness fears what darkness knows, but if you’ve never known the darkness, then you’ll the one who fears the most”.

È una grande verità, questa. E si capisce dunque perché questo disco è così scuro. Doveva essere così: non è detto che ci sia solo del male, nell’oscurità…

Annunci