Gli U2 sono appena passati dall’Italia per due date a Torino, nell’ambito della tranche europea del loro ultimo tour e io me li sono persi. E qui faccio una confessione: sto rosicando di brutto. Non ho fatto nessun tentativo di prendere i biglietti, in realtà, e chiedere accrediti per un evento del genere sarebbe risultato puro spreco di tempo. Mi aspettavo il sold out fulmineo che si è effettivamente verificato per cui, mi verrebbe da dire, cosa diavolo immaginavo sarebbe successo?

Che mi piovessero dei biglietti dal cielo il giorno del concerto? Comprare da un bagarino al quadruplo del prezzo, io che nella categoria dell’odio universale i bagarini li ho saldamente ancorati nelle prime tre posizioni (no, non è simpatico dire chi occupa le altre due)?

Non lo so, non ricordo più cos’ho pensato. Rimane il fatto che ho rosicato e sto rosicando ancora.

  
Col gruppo irlandese ho sempre avuto un rapporto strano. Quando facevo le superiori avevo degli amici che impazzivano per loro, in particolare uno, che si era pure sparato una tappa dello Zoo TV a Verona, accompagnato dal fratello più grande.

Ci aveva anche provato, a farmi sentire qualcosa, ma quei suoni, quel genere, non potevano piacermi. Al di là del fatto che tutto ciò che non fosse costruito con una solida struttura strofa-bridge-ritornello oppure che non avesse assoli infiniti e parti in tempo dispari, non riuscivo proprio a seguirlo.

E gli U2, da questo punto di vista, erano molto strani. Avevo in mente qualche canzone, giusto “Pride”, “With or Without You”, “I Still Haven’t Found…”, “Sunday Bloody Sunday”, ma non mi piacevano, le trovavo leggere, sdolcinate, “commerciali” (ah, quell’aggettivo che ai metallari piace affibbiare a chiunque e a qualunque genere non rispecchi i loro gusti!). Persino l’intro di “Where The Streets Have No Name” riusciva ad annoiarmi: quell’uso della chitarra non era roba per me, mi sembrava un qualcosa di etereo e dopo due secondi mi ero già perso, io che se non c’era il distorsore a manetta manco capivo che era una chitarra.

Sarei potuto andare a Reggio Emilia, nel settembre ’96. Era la tappa italiana del tour di “Pop” e sarebbe poi passata alla storia come il più grande concerto di pubblico pagante mai realizzato nel nostro paese. Credo che adesso il record ce l’abbia Ligabue con Campovolo ma non ne sono sicuro e non ho voglia di interrompermi per controllare…

  
Ad ogni modo, alcuni amici ci andavano e avevano addirittura in programma di passare la notte fuori, per essere poi più vicini al palco (mi risulta che siano poi finiti a qualche centinaio di metri). La cosa non mi attirava per nulla e declinai cortesemente l’invito. Quell’anno avevo visto gli Helloween per la seconda volta, i Rage e gli Stratovarius che erano alla loro prima data in Italia, gli Amorphis, che erano una promettente band finlandese che mischiava il Folk al Death Metal e a breve ci sarebbero stati gli Angra, gli enfant prodige del Power Classic. Potevo davvero aver bisogno degli U2?

Per giunta “Pop” era stato acquistato da mio padre il mese precedente e già la vista della copertina grigio metallizzato, con i volti dei quattro elaborati in una sorta di versione futuristica di Andy Warhol, mi aveva lasciato alquanto perplesso. Il disco si apriva con un brano intitolato “Discothèque”, che usava i suoni campionati a mani basse. Era decisamente troppo per me.

  
Invece poi qualcosa è cambiato.

L’uscita del loro primo “Best Of”, quello che arrivava fino a “The Joshua Tree”, mi fece scoprire pezzi di una bellezza rara e capii per la prima volta che questi qui ci sapevano fare. Che il modo con cui costruivano i brani non era scontato, che The Edge aveva uno stile unico di suonare la chitarra (più avanti, scoprendo certi gruppi, capii le connessioni), che Bono sembrava urlasse (e tante volte in effetti urlava, basta vedere com’è conciato adesso) ma che quel modo di cantare scaturiva dalla sua personalità ed era totalmente al servizio delle canzoni.

Per la prima volta, poi, sentivo un gruppo che pur non essendo virtuoso dei propri strumenti, aveva nel prodotto finale la sua potenzialità più grande. Fu forse la prima volta che intuii che non serve per forza fare cose impossibili con la chitarra o con la voce, per metter su una grande canzone. Scoprii insomma che c’è della genialità anche nella semplicità.

Dopotutto questi venivano dal Post Punk e dalla New Wave, ma all’epoca quei concetti mi erano sconosciuti. Rimane il fatto che l’intuizione era giusta e un pezzo come “Bad” non se ne andò più dal mio cervello.

“All That You Can’t Leave Behind” inaugurò quel periodo della storia della band in cui, ad una indigestione faraonica di suoni, scenografie, effetti speciali, seguiva un ritorno alla sobrietà dei quattro accordi e via.

E qui, fondamentalmente, comincia il casino. Perché sono in tanti, fans esclusi, a sostenere che il declino della band cominci sostanzialmente da qui. Che “Pop” sia l’ultimo lavoro in cui è stato effettivamente espresso qualcosa di nuovo, la continuazione di un cammino. Dopo di lui, il quartetto si sarebbe limitato a riciclare idee e soprattutto a scrivere per compiacere i gusti del grande pubblico.

  
Sono piuttosto d’accordo con questa tesi, anche se non del tutto. Non c’è nessuno, tra i quattro dischi realizzati dal 2001 al 2014, che sia realmente degno di essere messo anche solo lontanamente a confronto con ciò che è venuto prima.

Ma gli U2 non sono un semplice gruppo da classifica. Hanno scelto indubbiamente la via più comoda, hanno innestato il pilota automatico in tante occasioni, si sono adagiati sul celebre assunto che “tanto ormai, qualsiasi cosa facciamo, sarà un successo a prescindere”, ma non si scrivono canzoni di un certo livello per dieci anni, senza che ti rimanga qualcosa. Perché “Beautiful Day” sarà anche radiofonica, sarà anche ruffiana, ma rimane una canzone superlativa, giusto per dirne una.

E se un pezzo come “Elevation” (bissata quattro anni dopo da “Vertigo”, forse una delle cose più improponibili della band) rimane poca roba, “Kite” o “Original of the Species” sono due pezzi minori, pochissimo valorizzati dal vivo, ma dove brilla senza troppi problemi l’antica classe di “Unforgettable Fire”.

Quindi parlare di ritorno alle origini, complice anche la nuova collaborazione con Brian Eno, appare francamente esagerato: da questo punto di vista, i proclami all’indomani di “No Line on the Horizon”, quando Bono parlò di una nuova miniera creativa ritrovata, e alcune recensioni entusiastiche di quel lavoro, appaiono molto fuori luogo.

Ma gli U2 sono gli U2 e brutti dischi non ne hanno davvero mai fatti. Dischi poco importanti, sì. Brutti, non penso proprio.

Comunque sia non li vidi mai dal vivo. Divenni veramente fan della band solo nel periodo di “How to Dismantle an Atomic Bomb”: l’anno prima “Achtung Baby” era diventato uno dei miei dischi preferiti e ormai avevo capito che l’equazione “band famosissima=band inutile” non è proprio sempre così vera.

  
Ciononostante, a vederli non andai mai: sarei potuto andare a San Siro tutte e due le volte, ma rinunciai perché i biglietti del prato erano finiti.

Potendo, a San Siro in tribuna non ci vado: troppa gente ignorante che chiacchiera e telefona all’amico per fargli sentire l’unico pezzo che conosce, suoni orrendi e distanza enorme dal palco.

Qualche anno dopo, a Torino, nell’ultimo concerto che Bono e compagni hanno fatto nel nostro paese prima di questi due, avevo pure trovato il classico amico di un amico che ti vende un biglietto parterre. Anche qui, ho rinunciato: non ero in un periodo di grande disponibilità economica, avevo altri concerti a cui andare nell’immediato futuro, il nuovo disco non mi piaceva, mi sono detto che sarebbero tornati.

Adesso sarebbe ora di parlare del tanto famigerato “Songs of Innocence”, che nel titolo cita William Blake e già per questo dovrebbe attirare l’attenzione.

  
Invece no. L’attenzione l’ha attirata per il colossale lancio orchestrato in collaborazione con la Apple, per quell’annuncio a sorpresa ormai così difficile nell’era del Grande Fratello mediatico (o forse no? Ce l’hanno fatta anche gli Wilco due mesi fa, in effetti) e per quella sua indiscreta presenza di default nei dispositivi di milioni di utenti.

La mossa, lo dico anch’io, è stata abbastanza triste. Non tanto per il solito discorso purista sulla musica al soldo delle multinazionali, quanto perché (come ha scritto brillantemente Paolo Vites il giorno dopo il fatto) la musica in questo modo veniva volgarmente ridotta ad un mero accessorio per vendere un oggetto di consumo. Orrendo, considerato che per decenni è stato il disco, e poi il cd, ad essere lui stesso oggetto di consumo.

  

Ma poi anche perché, con una cosa così, gli U2 trascendevano di fatto il concetto stesso di gruppo musicale. Che cosa diavolo erano diventati? Va bene, ci sono decine e decine di gruppi che ormai fatturano quanto un’azienda e che dell’azienda hanno a tutti gli effetti l’organizzazione. Ma metterlo in mostra così esageratamente, non era un po’ eccessivo?

Tutto questo, unitamente al fatto che il singolo scelto, per quanto ruffiano, era abbastanza bruttino (quegli “Oh oh oh” proprio non si potevano sentire) me l’ha fatto cestinare dopo poco più di mezzo ascolto. Credo di avere anche scritto un post su Facebook, a riguardo. Chi è mio amico lo può controllare, non si nasconde nulla del proprio passato.

Ho peccato di presunzione, lo ammetto. A volte i dischi basterebbe lasciarli sedimentare un po’, basterebbe sedersi con calma o anche solo dedicarci un viaggio in macchina. Invece siamo tutti ansiosi di rendere pubblico il nostro parere, tanto poi è quello che rimane, cosa ce ne frega del giudizio?

“Songs of Innocence” invece, se opportunamente contestualizzato, è un bel disco. Innanzitutto è frutto di un’idea di fondo, come spiega Bono nelle note di copertina: richiamare e riraccontare il proprio passato, i momenti in cui erano quattro ragazzini scapestrati, in una Dublino ancora selvaggia e provinciale, che imitavano i grandi del rock cercando di conciliare la mentalità trasgressiva di questo genere musicale con una fede religiosa che sentivano profondamente ma che ancora non capivano a pieno.

Per cui ecco la canzone dedicata ai Ramones (l’iniziale “The Miracle”), a Joe Strummer (“This Is Where You Can Reach Me Now”), al quartiere dove Bono è cresciuto (“Raised by Wolves”, “Cedarwood Road”), andando fino un poco più in là quando, già famosi, visitano Los Angeles per la prima volta (“California”). Ma c’è anche una canzone che si chiama “Iris (Hold me Close)” e che è una delle più belle del disco. E si dà il caso che Iris fosse la madre di Bono, morta quando il cantante era appena un adolescente. Ne aveva parlato ogni tanto nelle interviste, di come fosse stata dura la vita con la sola figura paterna a reggere le sorti della famiglia. Ma non la aveva mai evocata esplicitamente, non l’aveva mai chiamata per nome. Che lo faccia ora, dopo così tanto tempo, è indubbiamente significativo, come se Paul Hewson si fosse ormai riconciliato con le sue radici biologiche e affettive dopo che, undici anni prima, aveva scritto per il padre scomparso nel 2001 una commossa “Sometimes You Can’t Make it On Your Own”.

E poi c’è “Song For Someone”, un altro dei pezzi più riusciti, dedicata alla moglie Alison, che è poi la sua fidanzata del liceo. E non è una cosa molto da rockstar sposarsi la ragazza con cui si usciva al liceo, vero?

Musicalmente non c’è molto, in effetti. Ci sono almeno quattro canzoni bellissime (oltre “Iris” e “Song for Someone”, ci metto anche la già citata “This is Where…” ed “Every Breaking Wave”, che sarà anche facilona ma non so quante band la saprebbero scrivere, oggigiorno) ma il resto è piuttosto ordinario, con persino punte di rara bruttezza (la conclusiva “The Troubles”, osannata in diverse recensioni, mi ha provocato quasi più pruriti della famigerata “Rocky Ground” di Springsteen, qualche anno fa).

Però è un disco sincero, voluto, pensato. Non un qualcosa che servisse ad assolvere un obbligo contrattuale ma un prodotto che continuasse un discorso, che aggiungesse una tappa in più ad un cammino comunque già ricco. Fino a qualche mese fa la pensavo esattamente all’opposto ma poi mi sono ricreduto. L’ho ascoltato, l’ho riascoltato, ho letto il bellissimo libro di Neil McCormick che racconta della sua amicizia con Bono, mi sono riletto i testi… e ho capito che questo disco l’hanno voluto veramente fare.

Il discorso delle aspettative, poi, è totalmente ridicolo. Trovatemi una sola band che nella fase della cosiddetta vecchiaia abbia pubblicato un disco che potesse rivaleggiare con i suoi più grandi capolavori. Artisti singoli, forse sì. Band, per nulla.

Dunque io credo che la cosa più importante per gli U2 sia che stanno continuando un discorso: molto meglio di gente come i Rolling Stones, che da anni suonano sempre le stesse canzoni e se producono materiale inedito, lo fanno per giustificare l’ennesimo tour.

Poi Bono non ha più voce, certo. Poi sono troppo famosi e la maggior parte di chi va a sentirli conosce due canzoni in croce. Poi i biglietti sono troppo cari (quando si trovano). Tutto vero. Ma ciò non toglie che mi sarebbe piaciuto andare a Torino, settimana scorsa. Non fosse altro perché odio i concerti negli stadi mentre adoro quelli nei palazzetti, dove l’atmosfera è incandescente e la distanza da chi suona fortemente ridotta.

  
Non so se siano ancora in forma come anni fa. Francamente non lo credo e non mi metterò certo a guardare video amatoriali di scarsa qualità solo per scoprirlo.

So soltanto che se è vero che il prossimo anno torneranno per un tour Open Air, mi toccherà andarci per forza. Mi sono già giocato ogni possibilità di vedere i R.E.M., stavolta questo errore non vorrei ripeterlo…

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