Sono nato nel 1978, credo che potrei essere uno della famosa generazione X evocata dalla stampa all’epoca dell’esplosione Grunge. Se non fosse per il fatto che ho dovuto leggere dei libri sull’argomento per scoprire cosa fosse, questa benedetta “Generazione X” e per il fatto che i Nirvana, all’epoca, non me li filavo proprio. Si intende che ero troppo giovane per vivere in diretta “Nevermind” (ma vissi la morte di Freddy Mercury, quindi qualcosa doveva esserci stato, in effetti) e che ascoltai per la prima volta “Smells Like Teen Spirit” in una sala prove sgangherata, suonata dalla band del mio compagno di banco, in seconda liceo.
Mi piacque, e pure tanto, ma non potevo dirlo. Ero un metallaro, o meglio mi piaceva definirmi tale, perché non è che avessi poi tutta sta conoscenza del genere.

Ma ad ogni modo la globalizzazione culturale non aveva ancora raggiunto il mondo del rock: il chiodo e la camicia di flanella non andavano esattamente d’accordo e se portavi gli spandex e avevi i capelli cotonati, non potevi certo pavoneggiarti vicino a gente con le scarpe con le zeppe e le giubbe di jeans con le toppe delle proprie band preferite.

Anni dopo (era forse il 2007), andai ad un Gods of Metal dove c’erano i Motley Crue, i Dream Theater e gli Heaven and Hell (che erano i Black Sabbath con Ronnie James Dio, alla fin fine) tutti nella stessa giornata. La visione di centinaia di personaggi dal look indiscutibilmente Glam, che passeggiavano indisturbati aspettando lo show dei Crue, ricordo che mi destò qualche moto di stupore, ma più come uno che le cose le ha studiate sui libri, non è che avessi un’esperienza concreta di tutto questo.

All’epoca scrivevo per un celebre portale Metal e il collega che era lì con me, con molte più primavere alle spalle, mi disse che effettivamente sì, la cosa aveva dello stupefacente, ai suoi tempi quei tizi non sarebbero usciti vivi da lì…

Tutto questo per dire che comprai “In Utero” qualche settimana dopo la sua uscita ma non lo feci vedere a nessuno: non eravamo più negli anni ’80 ma le reazioni degli amici rimanevano imprevedibili, dopotutto idolatravamo tutti James Hetfield e i Metallica.

Poi alla fine del liceo scoprii anche i cantautori, in particolare Guccini, che piaceva molto ad alcuni ragazzi di un’altra classe. E scoprii addirittura “Jagged Little Pill”, il primo, folgorante disco di Alanis Morissette, che mi aveva passato una ragazza con cui stavo allora. Mi piacque tantissimo e anche qui, no, non potevo dirlo in giro.
Rimanevo comunque un metallaro. Mi piacevano le cose ben fatte, le canzoni con una melodia semplice ed efficace e ogni tanto mi capitava di trovare queste cose anche lontano dal mio universo di provenienza. Ma avevo anche tanti pregiudizi, certe cose nel mio raggio d’azione non ci potevano entrare, le mie orecchie proprio si rifiutavano di sintonizzarsi.


Quando uscì “The Bends”, quindi non me ne accorsi. E pensare che venne pure recensito da Metal Hammer, all’epoca la mia rivista di riferimento. Ma quella era roba modaiola che veniva dall’Inghilterra, musica commerciale buona per il consumo immediato e per ingrassare le classifiche. Idem per “Ok Computer”, per i Blur, per gli Oasis e per tutto quello che la stampa aveva battezzato “Brit Pop” e che sembrava che se non lo apprezzavi a dovere, non potevi più vivere.

Per non parlare dei classici: Beatles, Bob Dylan, Rolling Stones, erano solo vecchi dimenticati e pronti per la pensione.

Il processo di riscoperta è iniziato più tardi, all’università, ma si è trattato più che altro di un ampliamento dei miei gusti musicali, più che di un autentico trasferimento in un altro mondo. Da una parte mi accorgevo che esistevano i Radiohead, i Pearl Jam, Nick Cave, Tom Waits, andavo indietro fino a Bruce Springsteen, Tom Petty, Bob Dylan, scoprivo il rock italiano autentico con gruppi come La Crus, Afterhours, Ritmo Tribale ma dall’altra la mia lealtà, la mia identità di ascoltatore, rimaneva sempre fissa al mondo del Metal.
Ma a un certo punto mi sono stancato. Non c’è stato un momento preciso, è stato un qualcosa di graduale. Sempre più delusione per le nuove uscite, sempre più forte l’impressione che fossero tutte uguali, standardizzate, basate su triti luoghi comuni. Sempre più fastidio verso le pose da puristi di certi metallari… ad un certo punto mi sono trovato a comprare sempre più dischi che con un certo genere non avevano più nulla a che fare. È stata una cosa graduale, ma alla fine ho iniziato a farmi entrare nella testa e nelle orecchie anche cose con cui non avevo mai avuto nessuna dimestichezza: oggi un beat elettronico mi fa sentire a mio agio esattamente come lo faceva anni fa una doppia cassa e una voce tipo sirena antiaerea.
Un certo senso di inferiorità ancora mi rimane. Mi sono perso tutto. L’età dell’adolescenza me la sono bruciata pasteggiando ad Helloween, Iron Maiden, Dream Theater e Blind Guardian, giusto per citare quattro nomi, tra quelli che conoscono tutti, che all’epoca prendevano decisamente il controllo delle mie giornate.
C’è un tempo in cui ogni disco che compriamo si impregna di un pezzo della nostra vita. C’è un tempo in cui guardi la copertina di un cd, te la rigiri tra le mani, e ti ricordi dov’eri, cosa stavi facendo e forse anche cosa stavi pensando, quando l’hai comprato.

Quel tempo, questa è la cosa triste (o forse no, dipende dai punti di vista) arriva una volta sola. Quando è passato, non lo riporti più indietro, non importa quante ore tu possa passare con le cuffie nelle orecchie. La vita è arrivata e con esse cose più importanti (e anche più belle, di sicuro) del semplice ascolto di un cd.


Mi piacciono gli Wedding Present. Mi piacciono gli American Football. Mi piacciono gli Slowdive. Ancora di più, mi piacciono gli Smiths. Impazzisco per gli Smiths, le loro canzoni le conosco tutte, i loro testi li so a memoria tutti, più o meno.

Per certi versi, sono anche stato uno di quegli adolescenti solitari cantati da Morrissey. Con l’unica differenza che io non sono mai stato sdraiato sul letto a piangere, schiacciando cento volte “Play” per far ripartire “I know It’s Over”.

Che poi può essere anche un bene, direte voi. Certo, se non fosse che l’ho fatto con altre canzoni, e di alcune, giuro, ci sarebbe proprio da vergognarsi (no, i titoli non ve li dico).

Comunque abbiamo avuto tutti le nostre canzoni della vita, i nostri gruppi della vita. La musica che ascolto ora è quasi tutta legata ad un periodo in cui le priorità sono altre ma non per questo ascoltarla dà meno soddisfazioni; semmai, c’è il concreto problema che siamo sempre qui ad elemosinare tempo, anche perché oggi esce tanta di quella roba in più… ma sono sempre i soliti discorsi, non so neppure se è ancora il caso di farseli.
“Don’t Forget The Songs That Made You Cry And The Songs That Saved Your Life”. Sì, forse ha ragione Morrissey, forse è giusto che si ritorni sempre lì. Ci sono sempre canzoni che ti salvano la vita. Anche quando non lo sai.

Annunci